ANDREA “ROCK” TOSELLI
Milanese di Milano, 34 anni, speaker

I PUNK, L'IRLANDA E QUEL DIVANO CHE SEMBRA UN PORTO DI MARE

ANDREA TOSELLI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Quella di Andrea Toselli è una storia che mette di buon umore. Di quelle da mettere nella cartella “Incoraggianti”. Milanese, 34 anni, Andrea è riuscito a realizzare il suo sogno più grande: trasformare in lavoro la passione per la musica (per la precisione, il punk rock). Chitarrista e cantante da sempre, oggi Toselli è fra i conduttori più apprezzati e ascoltati di Virgin Radio, quella diretta da Ringo. Nome d’arte: Andrea Rock. Ci vediamo in un bar della Stazione Centrale. Ascoltarlo è un piccolo grande viaggio. Interessante.

Milanese milanese?
«Da generazioni. Il nonno di mio nonno era quello della Carminati Toselli, l’azienda che nella seconda metà dell’800 costruiva i tram di Milano, quella del modello 1928 finito anche a San Francisco».
Quando è nata la sua passione per la musica?
«Nel 1996, a 14 anni. Durante una vacanza studio in Irlanda mi innamorai perdutamente del punk, un periodo d’oro per il genere – ribattezzato punk revival – perché dal ’94 al ’96 uscirono dischi come Dookie dei Green Day, Punk in Drublic dei NOFX, …And Out Come the Wolves dei Rancid, ancora oggi pietre miliari».
Andava in giro con cresta e spilloni in bocca come nel ’77?
«No. Dal punto di vista estetico la seconda ondata punk fu all’insegna di skateboard ed airwalk, capelli coloratissimi, magliette dei vari gruppi. Comunque alla fine di quella vacanza in Irlanda, che mi vide dimagrire qualche chiletto…».
Perché?
«Mangiavo solo una volta al giorno. I soldi che mi aveva dato mia madre li usavo per comprare dischi e andare ai concerti. Comunque, finita quell’esperienza, mi misi in testa di formare una band assieme al mio amico Tommaso, bassista. Da quel momento in poi il punk divenne il mio linguaggio».
Sapeva suonare?
«Prendevo lezioni di chitarra, ma come imparai a cantare e suonare qualche accordo lasciai perdere. Infatti oggi sono un pessimo chitarrista, ma un grande songwriter… Insomma, scrivere canzoni divenne il mio modo di relazionarmi con gli altri, visto che ero un ragazzino un po’ chiuso».
Qual era il problema?
«Questioni familiari abbastanza delicate. I miei genitori si lasciarono che avevo tre anni e divorziarono che ne avevo cinque. Smisi di vedere mio padre a tredici anni. Al momento di lui non so più nulla, nemmeno dove sia e cosa faccia».
Ha fratelli?
«Sono figlio unico. La mia famiglia è composta da mia madre e mia nonna. Basta».
Che scuola ha frequentato?
«Il liceo scientifico allo Zaccaria dei padri barnabiti, un ambiento fighetto in cui non sono mai stato a mio agio. Non era il mio mondo. Prima mi rifugiai nei fumetti, poi dopo l’Irlanda, nella musica. A15 anni cominciai a frequentare anche i centri sociali, nonostante i divieti di mia madre: per lei erano pericolosissimi».
Lo erano?
«No. Anche se venire da una scuola privata di sicuro complicò l’inserimento. Pensavo fossi uno stronzetto anch’io».
Com’era la Milano di quegli anni?
«Bella. C’era il punk, tanta effervescenza in giro e parecchia bella gente da conoscere».
Con il gruppo funzionava?
«Dopo un po’ riuscimmo a vincere i pregiudizi e iniziammo a suonare in locali come il Rainbow e il Rolling Stone durante le serate riservate agli emergenti. Trasgredendo i voleri di mia madre, uscivo di sera anche durante la settimana. Il Rolling era a due passi da casa mia, ero sempre lì…».
Sognava una carriera da musicista?
«Non ci pensavo. Mi piaceva la musica e basta. Scrivere canzoni per me era come confessarsi. Ero un tipo solitario e grazie al rock capii che potevo star bene con gli altri».
A scuola come andava?
«Male nelle materie scientifiche, bene in inglese e latino. Non ho mai perso un anno, però».
La svolta?
«L’ultimo anno di liceo al Rolling, c’era la Rock Tv Night. Era il 2000 e conobbi un po’ di gente che lavorava in quella Tv».
Quella di Gianluca Galliani, il figlio del vicepresidente del Milan?
«Quella. La sera prima dell’esame di maturità andai a vedere il concerto degli Extrema. Lì incontrai un ragazzo di Rock Tv che curava il merchandising della band, ma faticava a parlare in inglese con lo staff. Lo aiutai e così a fine serata mi disse che forse in Tv avrei potuto fare le interviste agli artisti stranieri. Gli dissi che avrei fatto qualsiasi cosa. Dopo un mese e mezzo mi chiamò per mandarmi a fare un’intervista ai Black Rebel Motorcycle Band».
Risultato?
«Un disastro. Nonostante mi fossi preparato in maniera maniacale, loro furono antipaticissimi: risposero a monosillabi e in maniera scazzatissima. Dopo questo flop, per fortuna, mi diedero fiducia lo stesso e le altre andarono molto meglio. Non prendevo un soldo, ma facevo esperienze preziose. Dopo due anni così mi fecero firmare un contratto da assistente factotum: scaricavo le luci, montavo set, facevo interviste».
Il cambiamento quando arrivò?
«Quando venne a fare un programma Ringo. Io mi feci avanti per dargli una mano come redattore e lui vide in me una risorsa. Nel 2006, dopo sette anni a Rock Tv, andai via perché lui mi offrì di seguirlo a Radio 105 per fare l’autore. Poi nel luglio 2007 sbarcò Virgin Radio a Milano, Ringo passò a dirigerla e sette mesi dopo andai anch’io. Prima come autore e dal 2009 alla conduzione assieme a Giulia Salvi. Da allora sono uno speaker».
Quando è andato via di casa?
«A ventuno anni. Dopo aver preso il primo stipendio dalla Tv. Stavo in un monolocale, che poi ho comprato e ingrandito».
E gli studi?
«Dopo il liceo mi sono messo a studiare Linguaggi dei media in Cattolica. È durata poco, non avevo tempo».
La cazzata più grande?
«Mah! La prima cosa che mi viene in mente è che poco fa, per una birra in più, mi è stata ritirata la patente mentre accompagnavo a casa un’amica. Adesso devo fare analisi del sangue e controlli vari per tre anni. Un bel casino».
Quanto deve a Milano?
«Tutto. Nessun’altra città offre altrettanto. Nascere e crescere qui mi ha favorito. Milano ha le antenne, è stimolante e guarda avanti».
Va bene, ma le magagne?
«Spesso abbocca anche alle boiate, tipo il fenomeno degli hipster. Credo succeda perché Milano fa suo tutto quello che può funzionare, anche se ridicolo».
È fredda, come dicono quelli che vengono da fuori?
«Un po’, ma più che altro è pragmatica, diretta, veloce. Va subito al sodo. Detto questo, è la mia città e io sono abituato a dialogare con tutti: l’imbruttito, quello che non ha mai tempo ed è sempre un po’ incazzato, e quello più sensibile e attento alle persone, che poi è quello che Milano se la gode fino in fondo».
I milanesi sono un po’ abitudinari?
«Sì, perché in giro c’è talmente tanta roba che vogliono certezze».
I non milanesi, invece, come sono?
«Preziosi. Hanno fatto capire a tutti i locali che può esserci un approccio diverso alle cose della vita. Io per esempio da loro ho imparato a non farmi fagocitare dalla frenesia. A prendere il tempo per fare cose belle con le persone. E poi chi viene da posti dove c’è poco o niente, qui rende al massimo. Ed è stimolante avere persone intorno che fanno di tutto per farcela. Grazie ai milanesi, ovviamente. Che sono molto accoglienti. Il mio divano letto è di tutti. Io mi considero cittadino d’Italia, per fortuna. L’ho girata tutta e sento di avere una piccola famiglia di sangue e un’altra, grandissima, d’elezione».
Potrebbe vivere altrove?
«Solo in Irlanda, la mia seconda patria. Forse quando finirà questa storia della radio…».
Finirà?
«Ho quasi 34 anni e ancora oggi sono fra i più giovani conduttori di una radio nazionale, ma non va bene: non si può essere giovani per sempre, bisogna avere la forza e la lucidità di lasciare spazio ai nuovi ragazzi. Tanta gente incartapecorita e incollata ai microfoni dovrebbe andare via dalle radio».
Di chi parla?
«Un nome per tutti: Carlo Conti. È possibile che per fare il direttore artistico di Radio Rai non ci fosse uno più giovane di lui? Comunque sia, a 40 anni mi piacerebbe fare un passo indietro per dirigere un’emittente come Virgin Radio. Se non dovesse finire così, potrei benissimo andare a lavorare in un pub irlandese dove magari poter organizzare piccoli concerti. Nulla è per sempre».
Il rock italiano le piace?
«Non sono mai stato un grande fan della musica italiana, anche se ci sono tantissimi artisti che all’estero potrebbero fare tanto, come i Lacuna Coil».
Che ne pensa dei nuovi cantautori?
«Non mi piacciono, sono figli del fighettismo milanese che ha generato hipster e cazzate varie. Detesto Calcutta, per esempio, però mi piacciono Jack Jaselli, Negrita, Tre Allegri Ragazzi Morti».
Milano è una città per giovani?
«Assolutamente sì. Qui ci sono mostre, concerti, spettacoli di ogni tipo…».
Amici disoccupati ne ha?
«Sì, qualcuno. Altri per un lavoro all’Esselunga hanno dovuto togliere la laurea dal curriculum altrimenti neanche quello avrebbero trovato».
La prima cosa che il nuovo sindaco dovrebbe cambiare in città?
«Le regole che impediscono di suonare liberamente nei locali».
Sua mamma adesso è meno preoccupata per il suo futuro?
«Sì, ha capito che questa è la mia vita e posso viverci bene. Prima era disperata».