ANNA GODEASSI
Milanese di Pordenone, 34 anni, illustratrice

ECCO ANNA: I SUOI DISEGNI, IL PRATO DI SAN SIRO E L'ALTER EGO DI CARTA

ANNA GODEASSI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Alla fine del liceo Anna Godeassi, classe 1981, non sapeva che strada prendere, sapeva solo che non avrebbe voluto rinunciare alla sua creatività. Era il 2000 e dopo lunghe riunioni di famiglia, alla fine decise di iscriversi allo Ied, l’Istituto Europeo di Design, e per tre anni si mise a studiare Illustrazione. Da Pordenone, quindi, si trasferì a Milano, che da allora è diventata la sua città. Il suo nome vi dirà poco o nulla, ma se lo googlate e lo associate ai suoi lavori, capirete che prima o poi qualcosa di Anna Godeassi vi è sicuramente passato sotto gli occhi. Realizza illustrazioni per giornali (la Repubblica, ilSole24Ore, Donna Moderna etc.), agenzie pubblicitarie (Tbwa, Leo Burnett, Ddb RedCell etc.), case editrici (Yeowon Media in Corea del Sud, Goodie Book negli Stati Uniti etc.), società di produzione video (sigle per Raitre e SkyCinema). Insomma, fa di tutto. Anche srotolare sul terrazzo di casa un prato verde tipo quelli che si usano negli stadi. E organizzare, sempre nel suo appartamento, piacevoli “seratine” con tanta gente e un ospite speciale. Molto speciale. Di carta. Questo solo per dire che qualche minuto di attenzione, Anna Godeassi, lo merita.

Come inizia il suo rapporto con Milano?
«In maniera casuale e fortunata. Presa la maturità a Pordenone, dove sono nata e ho sempre vissuto, ho capito che nella vita mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di personale e manuale, non solo teorico. I miei genitori mi hanno aiutato a scegliere bene, anche se non era affatto scontato che lo facessero».
Perché?
«Mio padre fa il medico, mia madre insegna filosofia in un liceo scientifico. Sono molto razionali e pensavo che in qualche modo si opponessero a scelte artistiche. Invece mi hanno sempre lasciato fare quello che volevo e sostenuto nelle scelte. Ricordo i viaggi a Milano con mia madre per valutare le varie possibilità: Politecnico, restauro, design del gioiello… Mi piaceva disegnare, ma non è che avessi manifestato chissà quali capacità. Poi mi sono messa sotto a studiare, sono uscita allo scoperto, ed è andata bene. Ma devo essere onesta: se lo Ied fosse stato a Como, o a Perugia, forse non sarei mai venuta a Milano».
Che idea aveva di Milano prima di venirci a vivere?
«Mi è sempre apparsa come una città viva e interessante, in cui poter fare tutto, o quasi. Gli ultimi due anni del liceo c’ero stata qualche volta perché invitata a feste o eventi. Pordenone adesso si è un po’ svegliata, ma quando facevo il liceo era molto provinciale. Piccola in tutti i sensi».
Cresciuta con l’idea di andare via appena possibile?
«No. Alla fine mi sono sempre trovata bene, non sono una di quelle che pensavano di soffocare in provincia o che stavano lì a sognare tutto il tempo la grande città. Rimanendo me stessa, so adattarmi e ricreare ovunque un luogo ospitale».
I primi tempi?
«Mi sono trovata subito bene, Milano mi ha allargato l’orizzonte. Facevo la vita da universitaria, quindi una bella vita boom boom».
Boom boom?
«Non mi fermavo un attimo. Lezioni, studio, feste. E poi mostre, chiacchierate, gente nuova… Insomma, niente male. Milano è accogliente. Sono arrivata che avevo 19 anni, ormai mi sento quasi milanese».
Davvero?
«Quasi. La verità è che sono e sarò sempre una ragazza di Pordenone che vive a Milano».
Un po’ si è milanesizzata?
«Non saprei. Di sicuro mi sento parte di questa città e non mi piace chi dice che i milanesi sono antipatici o poco cordiali e aperti. Non è vero».
i friulani come sono?
«Diciamo che non abbracciamo subito, ma dopo un po’ riusciamo a essere molto complici, schietti, sinceri, nel bene e nel male. Anch’io sono così. Magari a volte c’è chi pensa che io sia un po’ stronza perché dico sempre quello che mi passa per la testa, però – anche se non sto zitta – quando c’è un problema non metto mai un muro. Sono sempre pronta a ricucire».
E i milanesi?
«Sono solo più formali rispetto a noi friulani. Per il resto, mai avuto difficoltà dal punto di vista umano. E poi i milanesi non esistono, chi vive qui lo sa. A Milano c’è un’entità mista e multiforme, un mix umano divertente, energico e spesso anche ben disposto. Guardi me. Sono arrivata senza agganci e senza conoscere nessuno, non avevo i genitori qui né dritte particolari o amici potenti. E non avevo contatti dentro i giornali, con cui mi sarebbe piaciuto tanto lavorare».
Come ce l’ha fatta?
«Chiedendo appuntamenti al buio, insistendo e riprovando».
La svolta?
«A Glamour una decina di anni fa c’era una giornalista a cui piacevano le mie cose anche se in redazione, ai suoi capi, non interessavano. Lei però fece girare il mio nome e i miei lavori fra i suoi colleghi. Una cosa da sud Italia: bellissima e generosa. Alla faccia di chi dice che le donne non si aiutano mai, anzi: si sbranano sempre. Fece in modo di mettermi in contatto con la grande Michela Gattermayer, direttrice di tanti giornali di moda, che fu adorabile e mi mise in condizione di fare i primi lavori senza che io avessi fatto nemmeno uno stage. Oddio, un’illustratrice che fa stage in una redazione non si è mai vista…».
E adesso?
«Dopo tanto lavoro nei giornali non mi dispiacerebbe, adesso, fare qualcosa anche nel campo della pittura».
Com’è il suo mondo?
«Metaforico, onirico, surreale. Adesso dipingo spesso una donna davanti al mare che aspetta. Fra i miei temi ci sono l’amore, gli incontri, le relazioni…».
Come funziona il lavoro con i giornali?
«Mi danno tema e formato, e visto che ormai mi conoscono, si fidano e mi lasciano fare».
Lavora a casa?
«Sì. Di giorno sto sempre da sola, in silenzio, senza nemmeno la musica perché se va non riesco a concentrarmi. Quindi la sera esco sempre o invito persone qui a casa per le mie seratine…».
Seratine?
«Le chiamo così. Mi piace fare un po’ il salotto milanese. Invitare gente che possa conoscersi e interagire in maniera anche sinergica. Mi piace stabilire connessioni, l’idea dell’incontro alla Factory di Andy Warhol. Con me a ricevere tutti c’è anche Nina Pallina…».
Chi è?
«Il mio alter ego. Un personaggio di carta che disegno e ritaglio al momento per adattarla a situazioni particolari che, durante le mie seratine, mi diverte fotografare. Nina ha già fatto tanti viaggi e ha incontrato tanta gente interessante. Si chiama Nina perché è il mio nomignolo e Pallina perché a me piace il suono e il carattere della pallina. È molto buffa e simpatica».
Il fidanzato, o il marito, che ne pensa di Nina?
«Niente. Dopo dodici anni di fidanzamento sono single da un anno e mezzo. Non camminavamo più nello stesso modo e dopo tante difficoltà siamo riusciti a lasciarci. Devo riconoscere che i naufragi sono molto utili e quindi sono in un momento di grande positività».
Milano l’ha mai annoiata?
«Finora, mai. Se un giorno avrò voglia di andare via non sarà per la città, che alla fine è solo un contenitore, ma perché non starò più bene con me stessa e con quello che faccio. Per ora, tutto bene».
Il brutto di Milano?
«Mah! Dico solo una cosa: certi palazzi orribili su cui bisognerebbe fare grandi murales sulle facciate».
Se non fosse venuta a Milano avrebbe avuto la stessa carriera?
«Sarebbe stato tutto diverso, forse sarei andata a studiare a Parigi o Londra. In Italia non mi sarei mai trasferita  a Venezia, che è molto chiusa in se stessa, e neppure nella pigrissima Roma. Due città che vivono della loro bellezza. Al contrario di Milano, che non può permetterselo e quindi non può fermarsi. Deve essere sempre veloce, pratica, dura. Cosa che non mi dispiace affatto».
Tornerebbe a Pordenone?
«Se ci fossero le condizioni giuste, o magari per un grave motivo, tornerei, ma non è quello che voglio. Non adesso, almeno. Qui ho tutto: il mio lavoro, gli amici, una casa accogliente con un bel terrazzo. Un prato…».
Un prato?
«Sì, ho comprato qualche rotolo di prato, più o meno come quello che c’è allo stadio San Siro. Li ho srotolati, sistemati per bene, e spesso esco a farmi quattro passi a piedi nudi. Una meraviglia».
Vota in città o giù?
«Qui. Ho fatto il cambio di residenza dopo pochi mesi che ero qui».
Il sindaco Pisapia le è piaciuto?
«Siccome uso spesso la bicicletta, mi sembra che per le piste ciclabili sia stato fatto qualche passo in avanti, quindi sono contenta».
Al suo posto chi le piacerebbe?
«Se si presenta, direi Sala… Sarà lui a presentarsi come sindaco, vero?».
Pro o contro la moschea?
«Perché dovrei essere contro? Ognuno ha il diritto di pregare. Bisogna accettarli, i musulmani, andiamo verso società sempre più miste».
Milano è pronta per questi cambiamenti?
«A me sembra la città più internazionale d’Italia. Qui conosco facilmente gente che viene da tutto il mondo, ed è disponibile, curiosa. Qui non ho mai fatto brutte esperienze».
Zone della città a cui è particolarmente legata?
«Il giardino dei bambini di Palazzo Reale, i giardini di Porta Venezia, l’Hangar Bicocca. E il percorso di campagna per andare verso Pavia, con le chiuse dei navigli e tutto il resto. Senta, adesso vorrei farle vedere qualcosa di veramente bello».
Illustrazioni?
«Per carità… Melograni. Li ho appena piantati nel terrazzo. Guardi che spettacolo».