DARIO GIOVANNINI
Milanese di Monza, 42 anni, discografico

LA MUSICA RAP, GLI ALGORITMI E QUEGLI ABBRACCI NON DATI

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di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Direttore generale della Carosello Records, in pratica l’unica casa discografica italiana di peso rimasta sul mercato – ha sotto contratto Emis Killa, Thegiornalisti, Bugo etc. – Dario Giovannini, classe 1974, è nato a Monza ma è cresciuto a Sesto San Giovanni. Da ragazzino Milano gli sembrava lontanissima, poi è diventata la sua casa, «l’unica possibile», dice.

Com’era Milano vista da Sesto?
«Una piccola New York. Bellissima. Ricordo che a 12 anni prendevo la metro da Sesto Marelli e mi fermavo in centro da Burghy, dove c’erano tantissimi giovanissimi. Durante le Superiori invece ci venivo perché avevo amici che facevano i pr per le discoteche. A 15 anni Milano mi sembrava una città enorme, magica, intrigante».
Che studi ha fatto?
«Il liceo dai Salesiani e Scienze Politiche alla Statale».
Quando è andato via da lì?
«A venticinque anni. Poi, fino a trentadue, ho fatto su e giù con Roma».
Perché?
«Avevo la fidanzata romana, che ovviamente non voleva saperne di venire a Milano, così mi ritrovai a passare tre giorni a settimana lì e i rimanenti qui per lavoro. A Roma avevo preso anche un appartamentino in affitto. Finita la storia, finita la vita da pendolare. Adesso ho casa a Porta Venezia».
Il percorso professionale come iniziò?
«Dopo aver frequentato la scuola dei Salesiani, privata, non volevo che i miei genitori continuassero a spendere, così per avere il tempo di lavorare un po’ mi iscrissi a una facoltà senza frequenza obbligatoria. Per sei mesi feci l’agente immobiliare, poi passai a fare il magazziniere di un’azienda che produceva dischi per decine di etichette dance: la Dig It international. Dopo nove mesi passati a spostare migliaia di cassette e cd, a 45 gradi d’estate e a meno 10 d’inverno, mi dissero se volevo fare la promozione. Io risposi: “Devo continuare a stare in magazzino? No? Certo che voglio».
E gli esami?
«Studiavo e lavoravo come un pazzo».
Che lavoro faceva esattamente?

«Telefonavo alle radio per sapere se e quando passavano le nostre canzoni. Calcoli che all’epoca ignoravo qualsiasi cosa di questo mondo. C’erano radio che non avevo mai sentito nominare».
Tipo?
«Adesso è conosciuta, ma Ciccio Riccio di Brindisi a me faceva ridere solo a sentirla. Era tutto diverso da oggi. Sono entrato che in azienda c’erano dieci dipendenti, dopo pochi mesi eravamo settanta. Pubblicavamo compilation di Albertino e di musica dance di ogni tipo e come minimo vendevamo 150 mila copie. Insomma, altri tempi… Sono stato lì sei anni».
E poi?
«A un certo punto mi chiamò la Carosello, dove ancora oggi lavoro, che all’epoca conoscevo solo perché Vasco Rossi incideva per loro, e la mia vita cambiò per sempre. Era il 2000. Avevo 25 anni e cominciai come responsabile di promozione e marketing. A 35 sono diventato direttore generale».
Com’è cambiato da allora il suo lavoro?
«Dopo quasi vent’anni, in generale posso dire che oggi si parla soprattutto di algoritmi, playlist, traffico utenti. Raramente di emozioni».
Quindi?
«Lo scenario è profondamente cambiato, ma amo questo lavoro – per questo non mi piace andare in vacanza – e per me la musica è sempre al centro di tutto. Mi considero un professionista di contenuti culturali. Noi, tanto per fare un esempio, non prendiamo artisti dai talent show».
Sicuro?
«È successo solo una volta con Greta, una giovane che andò anche benino, ma alla fine abbiamo capito che quella formula non fa per noi. Abbiamo una grande tradizione di qualità che non vogliamo tradire».
Come trovate i nuovi artisti?
«Personalmente ascolto tutto il materiale che arriva da noi. Sempre. Mi creda, è tanta roba».
Poco interessante?
«Almeno il 95 per cento. Scrivo sempre a tutti, però, e tutti mi riscrivono per ringraziarmi di averlo fatto. Dicono che sono l’unico ad aver risposto. Ci mancherebbe che non lo facessi, anche questo fa parte del mio lavoro».
Arrivano solo canzoni di rapper?
«Soprattutto rap, sì. Adesso va quello».
Si vendono sempre meno dischi, come si fa a rimanere in piedi?
«Ben sapendo che per mille motivi le vendite caleranno sempre di più, il nostro obiettivo è allargare le attività legate all’artista e alla sua musica, che sono e resteranno sempre al centro di tutto. Quindi ci concentriamo per dare visibilità ai nostri protagonisti per poi vendere il “brand” a tutto tondo in maniera coerente».
Faccia un esempio.
«L’inglese Skin pubblica dischi con il gruppo Skunk Anansie. Per lei, in Italia, noi curiamo anche tutte le attività extra musicali compresi gli spot pubblicitari. Ecco, alla fine, se sommiamo tutte le voci, ci stiamo dentro. Solo con i dischi, a meno che non ci siano grandissimi risultati, non più».
I suoi progetti più riusciti?
«Emis Killa, Nesli e altri di qualità come Björk, che anche se non danno riscontri immediati rappresentano sempre una buona semina».
Ha mai pensato di lasciare Milano?
«Mai. Se la conosci è una città che offre tanto. È veloce e concreta, la più efficiente d’Italia. Amo Roma, però Milano è Milano».
Il difetto più grande?
«Il clima. Andrei via da qui solo per stabilirmi al caldo, dall’altra parte del mondo e cambiare completamente vita».
Restando, la prima cosa da cambiare qual è?
«L’educazione, che manca a troppa gente. Quella che sporca, urla, parcheggia in doppia o tripla fila. Poi vorrei più cultura in generale e più musica dal vivo nei locali. E anche più integrazione, quella vera, quella europea. Ci vorrebbe un chip di gentilezza obbligatorio».
Favorevole o contrario alla moschea?
«Favorevole. È da fare. Nel rispetto di tutti, però».
La sua Milano qual è?
«C’è di tutto. Il parco di via Palestro, dove andavo da bambino, lo stadio San Siro per tifare Inter, la Fondazione Prada, le Colonne di San Lorenzo, piazza Risorgimento per una colazione da Sissi, Porta Romana per un giro con una BikeMi, sui Navigli da Luca e Andrea per pranzo, e poi Porta Genova, Porta Ticinese… A me piace anche l’odore di Milano».
Addirittura?
«Fa schifo ma è aria di casa. Quando torno da un viaggio comincio a sentirla in aeroporto».».
Un nuovo artista di Milano da scoprire?
«È già conosciuto, ma non posso che fare il nome di Bugo».
Lavora con lei…
«Certo, ma non è nato qui e ama Milano come pochi altri anche perché l’ha capita davvero. Nelle sue canzoni gioca spesso con il fatto che non siamo percepiti come molto simpatici, noi milanesi».
Ancora? Perché?
«All’inizio siamo un po’ freddi. La gente non si abbraccia. È la verità, purtroppo. Rotto il ghiaccio, però, va tutto bene. Siamo affettuosi, noi».
Lei?
«Io sono molto più passionale che razionale. Quasi un terrone».