ELENA BRAGHIERI
Milanese di Codogno, 39 anni, influencer

LA MOSCA BIANCA, LE CORSE IN CITTÀ E LE VERITÀ DELLE BIONDE

ELENA BRAGHIERI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Sono contemporaneamente bionda e laureata in matematica. Una che sui vari profili social si presenta così, fa capire subito due cose: è sveglia e sa come farsi notare. Poi, quando nel locale dove ci siamo dati appuntamento per questa intervista, arriva il tagliere dei salumi e lei – vestita un po’ da parata modaiola – li fa fuori quasi tutti con elegante disinvoltura, fa capire anche che una certa spontaneità non le è estranea. Insomma, Elena Braghieri sembra un tipo interessante. Nata a Codogno, in provincia di Lodi, quasi 40 anni fa (li compie a settembre), lavora come project manager in un grande gruppo assicurativo, ma è anche un’influencer, una che sui social network ha circa 60 mila persone che la seguono. Come un piccolo giornale.

Da quanto tempo vive a Milano?
«In pianta stabile, in un mio appartamento, dal settembre 2006, cioè da quando ho compiuto 30 anni. Qui però ho studiato: durante gli anni dell’università ho fatto tutti i giorni su e giù con Codogno, il paesino dove sono nata e cresciuta».
Vista da lì come le sembrava la città?
«Interessante di sicuro, ma quanto e perché l’ho scoperto soltanto dopo la laurea. Prima per me c’erano solo libri di matematica e treni, stazione di Lambrate e Città Studi… Non ho mai cazzeggiato alle feste degli studenti».
E poi?
«Dopo aver trovato lavoro ho continuato a fare la pendolare, ogni tanto dormivo da amici, e appena possibile ho fatto il grande salto. Per me è la città più accogliente che ci sia. I cliché su Milano fredda e inospitale mi fanno ridere».
In che zona vive?
«Più o meno a Porta Romana. Posso demolire qualche luogo comune?».
Prego.
«La mia vicina ha le chiavi di casa, all’Esselunga conosco la cassiera e il pescivendolo, per strada ci salutiamo tutti. Insomma, anche a Milano si fa vita di quartiere, ci sono rapporti umani, la gente sorride…».
A Codogno torna mai?

«Certo. Ci sono i miei. Più di tanto, però, non resisto. La vita del paesino mi è sempre stata stretta. La mentalità è quello che è, c’è poco o niente da fare, zero offerte culturali. Non potevo far altro che andare via. E poi c’è la fotografia».
Che c’entra?
«Mi è sempre piaciuta, e Milano da questo punto di vista offre di tutto».
Quindi è una matematica che sognava una carriera nel mondo della fotografia?
«Sì. Sono due mondi che richiedono creatività. Lo so che parlando di matematica sembra un ossimoro, ma è così. Quella che si studia all’università non è quella del liceo, non è fatta di numeri e basta. È teoria, logica, sintesi. Stimola la creatività, come dicevo».
E lei è stata stimolata?
«Sì. Ho un animo razionale ma anche creativo, e questo secondo aspetto è stato aiutato a venire fuori proprio dalla continua ricerca di soluzioni che richiede la matematica».
Con la fotografia come è finita?
«Una domenica di fine settembre di sette anni fa ero in giro per Milano a fare foto, quando davanti al palazzo della Permanente trovai tante persone vestite in maniera strana. Non avevo capito chi fossero, ma iniziai d’istinto a scattare. Dopo un po’ dal portone uscì una signora pallida, con un cappello rosso, e l’aria un po’ fuori. Una ragazza entrando nel palazzo mi disse il suo nome, Vivienne Westwood, aggiungendo che dentro c’era appena stata la sua sfilata per la Fashion Week. In maniera inconsapevole, immortalando quelli del circo della moda, avevo iniziato a fare foto di street style».
Che vul dire?
«Immagini di gente in mezzo alla strada vestita in maniera divertente, ricercata e curiosa. A febbraio tornai a fare altrettanto alla successiva Settimana della moda. Stando fuori, ovviamente. Il gioco era quello. Nel frattempo avevo aperto il blog, dove raccontavo la mia vita e le mie passioni e pubblicavo foto di street style, una delle pochissime a farlo. Un giorno scattai qualche foto a Viviana Volpicella, l’assistente di Anna Dello Russo di Vogue Japan, che il giorno dopo mi chiese di lavorare per loro. Poi, grazie alla mitica Michela Gattermayer, pubblicai anche tre pagine di foto di dettagli di moda su Vanity Fair, di cui all’epoca era vicedirettore».
Foto pubblicate e pagate?
«Su Vogue Japan no, su Vanity Fair sì. Per me, una soddisfazione enorme. Sia chiaro, però: tutto quello che ho fatto finora nel mondo della comunicazione non l’ho fatto per soldi».
Poi magari ne parliamo meglio. Vada avanti.
«Nel 2011 il settimanale Grazia lancia le it.girl, ragazze che raccontano su Instagram le loro giornate. Io non ero fra queste, ma dopo un po’ la responsabile di grazia.it mi propone di fare foto per un loro profilo con il mio nome. E contemporaneamente Getty Images mi chiede di scattare immagini di street style per loro. Da allora, con testi e foto, non mi sono più fermata».
Scusi, ma il suo vero lavoro qual è?
«Project Manager per una grande compagnia di assicurazioni».
In pratica?

«Coordino vari progetti digitali. In precedenza, sempre nella stessa azienda, ho fatto di tutto: dalla matematica al marketing. Mi piace cambiare».
In azienda sanno quello che fa con i social?
«Sì, nessun problema. Non lavoro per la concorrenza e non c’è alcun conflitto di interessi. Non ho niente da nascondere: basta googlare il mio nome ed esce di tutto».
Cambierebbe lavoro per fare che cosa?
«Comunicazione. Ho una certa predisposizione, si vede anche da quello che ho fatto in questi anni».
Cioè?
«Sono una persona normale, non sono una modaiola che se la tira o fa la superfiga. Ci mancherebbe altro… Mi piacciono i vestiti e tutti il resto, ovvio, ma non sono una fashion victim. Racconto quello che mi piace e chi mi segue – soprattutto donne tra i 18 e i 45 anni – un po’ si immedesima. Faccio vedere tanto della mia vita: dove vado a comprare i fiori per il fine settimana, le stradine che faccio visitare a un’amica che viene da fuori, i locali preferiti, le passioni vecchie e nuove…».
Tipo?
«Tre anni fa ero un po’ stufa della moda e mi sono messa a correre, così ho iniziato a raccontare quello che mi succedeva allenandomi: il fiatone, le gambe di legno, i dolori… Qualche modaiolo mi ha dato della sfigata, ma dicendo la verità tanta gente che non aveva mai corso si è detta: se lo fa lei, e si diverte, ci provo anch’io. Così è successo che a una gara una delle tante ragazze che mi seguiva sui social si è fatta scrivere sulla maglietta Team Braghy… Poi ha pubblicato qualche foto online, qualcuno ha condiviso, e dopo un po’ la Nike mi ha chiesto di poter creare il Team Braghy, con cui io e chi mi segue possiamo correre in giro per l’Italia. L’anno scorso alla Nike Women’s Ten K di Milano nella squadra c’erano 74 ragazze. Lo spirito aggregativo dei social è favoloso. E io, nel mio piccolo, sono felicissima di creare questi legami. Anche se a volte è dura».
In che senso?
«Pochi giorni fa è morta una mia follower, una ragazza romana che viveva a Milano per lavoro e mi seguiva dicendomi che per lei ero come Trip Advisor. Era un rapporto virtuale, non ci eravamo mai viste, ma qualcosa di forte e vero c’era. Mi è dispiaciuto. Era malata da due anni, postava foto vecchie…».
Un follower che si trasforma in stalker le è mai capitato?
«Qualcosa di simile, sì. Una mezza matta che voleva farsi il mio fidanzato, ha iniziato a scrivere lettere anonime… cose pesanti… Per il resto, tutto bello».
Mi spiega come funziona economicamente il gioco degli influencer?
«Diciamo che ho un mio spazio pubblico davanti al quale passano un po’ di persone, al momento 56 mila. Io però, al contrario di quelle che si fanno pagare anche l’aria che respirano, voglio solo divertirmi».
Che cosa vuol dire?
«La mia forza è avere un lavoro, uno stipendio, un’indipendenza».
Se un marchio di moda, però, le regala un vestito o un cappotto da fotografare, o di cui parlare, che fa?
«Se mi piace, lo prendo. Altrimenti ringrazio e restituisco».
Se accetta?
«Faccio due-tre foto, scrivo qualcosa, posto tutto, e via. Ma non prendo un soldo. Zero. Mì spiego meglio. Tempo fa mi piaceva un cappotto color cammello di Max Mara. Ho aspettato un po’, ho messo i soldi da parte, e l’ho comprato. Lei mi dirà: e allora? Le influencer con un certo seguito non lo fanno mai. Tutto quello che si vede sui loro profili è pagato da qualcuno. Sono un mosca bianca, io. La mia è una forma di onestà intellettuale: sono una semplice consumatrice, parlo solo di quello che mi piace, non sono un critico. Ho 56 mila persone che mi seguono: non sono tanti, ma non sono pochi. Non mi va di mentire. E poi sono più vecchia dalle blogger che sul web cercano un lavoro… Non devo viverci».
Nell’ultimo anno ha ricevuto capi per quanti euro?
«Non saprei. È difficile quantificare. Cinquemila euro? Però ci sono anche i viaggi, che faccio durante il week end».
Con quali modalità?
«L’azienda di soggiorno di questo o quel paese mi invita, se mi piace il posto vado, racconto quello che vedo, e torno a casa. Lo farei anche pagando io. Così, ovviamente, è molto più piacevole».
Se non fosse a Milano riuscirebbe a lavorare così con i social?
«No. Rispetto al resto d’Italia qui li usano tutti e in maniera molto più attenta e smaliziata».
Per usarli bene che cosa serve?
«La sincerità. Io sono emotiva, vera al 150 per cento, non bluffo mai. Questo vuol dire che non sono sempre su di giri. Si capisce subito se il fidanzato mi ha lasciato».
È stata lasciata e l’ha scritto?
«Poco fa. E non l’ho scritto. Però si è capito».
Il brutto di Milano?
«Non c’è. Dopo dieci anni continuo a scoprirla e a innamorarmi. Da un anno, per esempio, mi piace frequentare la zona delle Cinque vie. Andare da Taschen a vedere i bei libri, fare colazione da Marchesi, dare un’occhiata alla chiesetta di Santa Maria presso San Satiro…».
Non mi sembra tanto bionda…
«Mi tingo. Lo sono dentro, però».