FRANCESCO MEDA
Milanese di Milano, 31 anni, designer

PIANETA DESIGN, MILANO BATTE LONDRA TANTO A POCO

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di FABRIZIO CAPECELATRO - Foto di ANDREA COLZANI

«Sono anche stato a Londra per due anni, città che mi ha permesso di fare esperienze professionali e personali straordinarie. Nel 2008, però, ho deciso di tornare a casa, a Milano. E di sicuro non perché mi mancasse l’aperitivo…».Si presenta così Francesco Meda, 31 anni, designer italiano con lo studio nel cuore internazionale di questo mondo: via Savona, ovviamente a Milano. Se, infatti, via Montenapoleone e via Della Spiga sono da sempre le arterie principali della moda, via Tortona e via Savona negli ultimi dieci anni sono diventate le vie del design, visto che proprio da queste parti si svolge ogni anno il Fuori Salone del Mobile, appuntamento ormai fra i più importanti del mondo. È proprio lì – e dove se no? – che abbiamo incontrato Francesco.
Dopo gli studi si è trasferito subito all’estero: qui non trovava lavoro?
«Sono andato a Londra perché volevo capire come si lavora all’estero e per fortuna, dopo una breve ricerca, ho trovato un discreto contratto con un grande studio di design. Arrivato lì, però, mi sono reso conto che il 90 per cento delle commesse arrivavano dall’Italia e, in particolare, da Milano. È in Brianza, e nel nord Italia in genere, che ci sono le più importanti aziende di mobili e complementi d’arredo. Ed è proprio da noi che è molto radicata la cultura dell’avanguardia nel design. Milano offre un indotto incredibile per i designer, quindi, dopo aver fatto passare due anni, il tempo giusto per poter chiamare tale un’esperienza, ho fatto i bagagli e ho salutato Londra. Quello che cercavo ce l’avevo a casa».
In pratica, qual è il valore aggiunto di Milano?
«In 15 minuti di macchina un designer può facilmente raggiungere un artigiano – autonomo o inserito in un’azienda – con un livello di preparazione unico, che sia a livello manifatturiero sia industriale non è un mero esecutore del progetto, ma un professionista che grazie ad esperienza e sensibilità è in grado di arricchire il prodotto finale rispetto al progetto iniziale. Cosa impagabile che succede solo in Italia. A livello di progettazione e relazioni, poi, la Milano del design vale quella della moda. Non c’è un’altra città al mondo che organizzi un appuntamento interessante, ricco e vario come il nostro Salone del Mobile, evento che anno dopo anno fa registrare un numero impressionante di presenze fra visitatori e operatori del settore. Inoltre il Fuori Salone è un’esperienza unica e imparagonabile, perché lega tantissime aziende internazionali alla città di Milano».
E l’istruzione?
«L’unica pecca, forse, è quella. Le università che ci sono ad Amsterdam, a Losanna o il Royal College di Londra sono molto più internazionali rispetto al Politecnico o allo Ied di Milano e permettono allo studente di confrontarsi con un panorama più misto e sono più sperimentali nel metodo di studio. Anche questo aspetto è possibile vederlo facilmente durante il Salone del Mobile, che ospita piccole mostre di scuole olandesi, svizzere o inglesi nettamente più all’avanguardia di noi grazie a professionisti di 35 o 40 anni che insegnano e lavorano, e quindi hanno un legame profondo con la formazione e il mercato. In Italia è tutto più accademico e gli studenti sono meno stimolati».
Milano ha contribuito al suo successo professionale?
«Piano, c’è ancora da fare tutto… Però direi di sì, anche in maniera sorprendente. Faccio un esempio: nel 2013 ho iniziato a realizzare lavori autoprodotti, come la lampada Bridge, che ho fatto produrre in trecento esemplari senza vendere il progetto né avere una rete di vendita e distribuzione. L’anno successivo la Triennale di Milano ha presentato una mostra dal titolo “Il design italiano oltre le crisi”, curata da Beppe Finessi, e la mia Bridge è stata inserita in questa esposizione, cosa che mi ha poi permesso di venderle qui tutte. Ecco, se fossi stato in un’altra città, questo molto probabilmente non sarebbe mai accaduto».
C’è un posto aperto al pubblico, in città, a metà fra una galleria e un negozio?
«Certo che c’è. È quello di Rossana Orlandi, che da anni è un punto di riferimento per tutti gli appassionati in giro per il mondo. Io a Rossana ho presentato alcuni pezzi che poi lei ha esposto durante il Salone del Mobile. Bene, sono stati visti da così tanta gente che nel giro di pochi giorni sono arrivati ordini da mezzo mondo, perfino da Hong Kong. Su Milano sono concentrati gli occhi di tutto il mondo e quindi, se i tuoi lavori piacciono, hai possibilità infinite di metterti in mostra».
Milano da città industriale è diventata centro dell’alta finanza: c’è di fatto un legame con il suo mondo?
«»C’è un legame sempre più stretto fra queste due anime di Milano perché si è generato un indotto creativo dovuto proprio alla necessità di rispondere alle esigenze di manager di ogni tipo.
Allora è vero che il design è solo per i ricchi?
«Anche il tappo della Coca Cola, con la filettatura per avvitarsi sulla bottiglia, è un oggetto di design con dietro un progetto, quindi l’idea che il design sia soltanto per ricchi è, in realtà, l’aspetto più modaiolo che è stato dato a questo mondo. Anche i prodotti Ikea sono di design. Non sono esclusivi, però, e quindi non sono cari.
Milano è una “città di design”?
«Se guardiamo la pianta dall’alto, sicuramente era ben disegnata, con le cerchie che favoriscono la circolazione. A livello urbanistico, invece, ci sono città meglio organizzate e mi riferisco soprattutto ai parchi cittadini: la zona del Parco Sempione e del Castello Sforzesco, come l’hanno sistemata ora, non funziona. Stanno nascendo delle realtà molto interessanti, però, e molte zone periferiche sono in via di riqualificazione: a Bicocca con l’Hangar, oltre che con l’università, hanno creato un polo artistico elettrizzante e anche la nuova Darsena è fatta bene».
C’è un luogo di Milano a cui è particolarmente legato?
«Ho sempre vissuto in zona Pagano-corso Vercelli e ho frequentato molto la zona dei Navigli e Brera, ma mi piace vivere la città in generale».