GABRIELE TOSI
Milanese di Milano, 44 anni, volontario Cisom

I BARBONI, L'ORDINE DI MALTA E LA (GRANDE) GENEROSITÀ DEI MILANESI

GABRIELE TOSI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

È un dei tanti milanesi che si dà da fare con il volontariato, Gabriele Tosi. Architetto, 44 anni, sposato con due figli, titolare dal 2001 dell’agenzia di comunicazione e grafica pubblicitaria che porta il suo nome, Gabriele guida una delle sette squadre attive a Milano del Cisom, il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta. Nell’ufficio della centrale via Rossini, con vista su un bel cortile ottocentesco, in un’oretta racconta meglio quello che fa. Per sé e per gli altri.

Quando ha iniziato a fare volontariato?
«A 15 anni, tramite amici dei miei genitori che facevano parte dell’Ordine di Malta. Ho cominciato facendo assistenza ai malati e da allora non ho più smesso. A 19, dopo un periodo di formazione di sei mesi, sono entrato nel Cisom, il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, il più operativo che abbiamo, che esiste dal 1970 in tutta Italia ed è composto da più di settanta gruppi per un totale di 4307 volontari, di cui 200 a Milano. Io gestisco una delle sette squadre operative in città, ognuna composta da 20 persone».
Che cosa fate?
«Usciamo due sere a settimana, in squadre da cinque, per dare assistenza ai senzatetto, i barbùn come li chiamano i milanesi. La zona della città in cui intervenire e le persone da aiutare ce le segnala il Comune, a cui poi il giorno dopo inviamo un rapporto scritto. Con noi abbiamo sempre cibo, bevande, vestiti e il materiale per un eventuale primo soccorso. Niente di più perché non abbiamo ambulanze».
Quanti ne seguite?
«In centro, la zona che ci è stata affidata, diamo assistenza di ogni tipo a una cinquantina di persone».
A Milano in tutto quanti ce ne sono?
«Centinaia. Ci sono gli italiani che stanno a lungo sotto gli stessi porticati e gli stranieri che vedi solo per qualche settimana, e magari sono sbarcati a Lampedusa pochi giorni prima. Io andando giù ogni tanto li ho visti lì e qui».
È andato spesso a Lampedusa?
«Sì, abbastanza. Andiamo perché siamo gli unici soccorritori a poter essere imbarcati sulle unità navali di soccorso impegnate nel Canale di Sicilia e nel Mar Egeo. Un’esperienza preziosa, quella di Lampedusa».
In che senso?
«Un intervento come quello restituisce le giuste priorità nella vita di tutti i giorni. Tutti è più chiaro: cosa è importante e cosa non lo è. Siamo stati anche all’Aquila per il terremoto. Lì d’accordo con la Protezione Civile abbiamo gestito per otto mesi due campi con 400 e 600 persone. Dentro c’era tutto: tende, cucine, scuole… Insomma, andiamo dalle grandi emergenze a quelle ordinarie».
Chi fa parte del Cisom?
«Si va dagli studenti ai pensionati. Tutti, in maniera diversa, danno una mano. Non serve una preparazione speciale, basta essere maggiorenni e seguire un corso di formazione. Ovviamente aiutiamo chiunque senza pregiudizi di razza, religione, provenienza e fede politica».
Fra i senzatetto di Milano ci sono più italiani o stranieri?
«Metà e metà. Molti vengono dell’Europa dell’est e dall’Africa del nord, pochi dall’Africa centrale, pochissimi dalla Siria».
Il numero è in crescita?
«Sì. Negli ultimi quattro anni fra immigrati e nuovi poveri c’è stato un boom».
Gli immigrati in città, secondo la sua esperienza, sono troppi?
«Sono contrario alla chiusura delle frontiere, l’immigrazione è un fenomeno che durerà almeno vent’anni e per questo bisogna trovare in fretta soluzioni adeguate, che di sicuro non sono quelle adottate oggi. I politici devono organizzarsi come si deve e non limitarsi a soluzioni tampone e basta».
Gli italiani senzatetto chi sono?
«C’è di tutto. Fa impressione il fenomeno dei padri divorziati, gente che magari lavora in banca, guadagna 1800 euro, e – dovendo darne 1600 di alimenti all’ex moglie – finisce prima per strada e poi nei centri di accoglienza perché con pochi euro in tasca non c’è alternativa. Succede anche alle coppie giovani senza rete familiare: prima perde il lavoro uno, poi l’altro e nel giro di pochi mesi sono senza casa. Sono quelli che in strada hanno più paura. Non sanno, per esempio, che in via Ferrante Aporti 3 c’è il Casc, il Centro Aiuto Stazione Centrale che dà ospitalità a tutti».
Vivere in strada è mai una scelta?
«Nessun sceglie di fare questa vita. Tutti ci finiscono perché in un modo o nell’altro costretti. Ci sono anche quelli che hanno vissuto un trauma profondo e non riescono a riprendersi. Poco tempo fa ho incontrato un panificatore che ha perso la fidanzata e non si è più ripreso…».
La storia che più l’ha colpita di recente?
«Un anno e mezzo fa, d’inverno, sotto i portici di piazza Affari abbiamo soccorso una ragazza italiana che dormiva lì da giorni: era all’ottavo mese di gravidanza e non aveva fatto una sola visita ginecologica. L’abbiamo portata a fare i controlli e poi in una casa famiglia delle suore di Madre Teresa. Il bimbo è nato sanissimo, dopo un po’ l’abbiamo aiutata a trovare un lavoro e adesso ha la sua vita. Per noi, una grandissima soddisfazione».
I milanesi di fronte a certe scene tendono a girarsi spesso dall’altra parte?
«Certo, ma è normale. Accade ovunque. Non c’è confidenza con questa sofferenza e quindi scatta un automatico rifiuto. Molti però si fermano, i milanesi sanno essere molto generosi e restituire un po’ della fortuna che hanno avuto. Sotto la scorza dura fanno tanto e bene».
I milanesi che soccorrono, invece, come sono?
«Come tutti gli altri. Forse siamo solo un po’ più fortunati perché abbiamo più mezzi. Qui ci sono solo più danè, qui c’è gente che fa donazioni sostanziose. Comunque la cosa davvero importante è che la città sta cambiando».
Come?
«Dalla famigerata Milano da bere in poi sembra che tanti qui si facciano un vanto di essere perennemente incazzati e nervosi, comunicando a tutti un solo pensiero: “Io corro come un pazzo e sono stressato e a pezzi, mentre tu che sei tranquillo ed educato che cosa fai? Lavori o no?”. Bene, questa è uno stupidissimo pensiero dominante che mi sembra stia un po’ perdendo terreno. Non bisogna essere per forza degli egoisti per lavorare e fare bene. Io alle sette del mattino sono in ufficio, ma alle 19 voglio essere a casa per cenare con i miei figli».
Facendo volontariato qual è la cosa più importante che ha capito?
«Che non bisogna lamentarsi per le cazzate, i problemi veri sono altri. Spero di farlo capire almeno agli amici più nevrotici».
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