GIÒ FORMA
Milanesi di Livorno, Milano e Amburgo, 46 anni, architetto, artista, designer

CI SONO UN TOSCANO, UNA LOMBARDA E UN TEDESCO... E VANNO DA DIO

FLORIAN PICCO CANTUCCI GIOFORMA

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Due parole: Giò Forma. Se uno non è dell’ambiente – l’ambiente dei creativi a 360 gradi, quelli veri e sempre sul pezzo, non gli hipster buoni per l’aperitivo – le legge, queste due parole, e giustamente è portato a pensare: che roba è? Chi sono? Che fanno? Andiamo con ordine. Giò Forma è il nome di uno studio milanese composto da architetti, designer e artisti che, al momento, è fra le realtà più quotate e apprezzate d’Italia, anche e soprattutto per la capacità di stare sul mercato in maniera innovativa e poco convenzionale. Insomma, fanno di tutto: dal notissimo Albero della vita di Expo 2015 (ricordate il mega successo del candidato sindaco piddino Beppe Sala che, conti alla mano, si è rivelato un disastro economico?) alla festa romana per i 34 anni di Radio Deejay, dalle sfilate di Versace ai concerti di Laura Pausini e Tiziano Ferro, dall’evento per celebrare il Bicentenario della Repubblica messicana all’inaugurazione del Museo del Bahrein. Di tutto, nel loro caso, vuol dire che si fanno venire le idee, le sviluppano secondo competenze, e le realizzano. In Italia e all’estero. Dietro Giò Forma ci sono tre soci, tutti di 46 anni: Cristiana Picco, milanese diplomata in pittura all’Accademia di Brera; Claudio Santucci, architetto di Firenze (nato a Livorno, nella foto è quello a sinistra); Florian Boje, designer tedesco (è di Amburgo), studi fatti a Brera, che di Cristiana è anche il marito (insieme hanno una figlia di 14 anni). I ruoli sono più o meno questi: Picco è l’artista, Santucci quello preciso, Boje quello che filosofeggia. Comunque, molto piacevoli. Ce ne fossero.

Quando avete iniziato?
Cristiana Picco – «Io e Florian ci siamo conosciuti 25 anni fa a Milano, tramite amici. Io stavo per discutere la tesi in Pittura a Brera, lui ancora studiava».
Florian Boje – «Mio padre, medico, che ancora oggi non ha ben capito che cosa faccio, era stato chiaro: se volevo fare seriamente il designer, dovevo venire in Italia. Così, senza essere mai venuto prima, ho preso le mie cose e nel ’91 sono partito per Milano».
CP – «La prima cosa che facemmo fu creare un gruppo punk: lui chitarrista, io cantante. All’epoca ero decisamente scatenata…».
FB – «Diciamo che non conosceva la paura…».
CP – «E poi entrai alla Scala».
A fare cosa?
CP – «Dopo Brera mi sarebbe piaciuto andare in America a studiare tecniche pittoriche per lavorare nel cinema. Mio padre, però, illustratore, mi fece sapere che c’era un concorso per scenografo alla Scala. Io venivo dalla pittura classica, avevo poca competenza, però mi presentai lo stesso e incredibilmente arrivai prima. Dopo due anni di corso, scattò l’assunzione. L’amore, però, in poco tempo mi portò a fare scelte diverse«.
Cioè?
CP – «Due anni dopo lasciai la Scala, e quindi lo stipendio, le certezze, e tutta quella roba lì, per lavorare con Florian».
Con quale obiettivo?
FB – «Amiamo la musica così facemmo di tutto per cercare di lavorare soprattutto in quel mondo. Sfide difficili, le nostre, ma bellissime: eventi e studi televisivi per Mtv, feste, locali, vetrine, allestimenti di discoteche come lo Shocking Club a Milano, quella in viale Monte Grappa 14, palchi rock ovunque…».
CP – «La svolta ci fu nel ’98, quando il manager di Vasco Rossi passò davanti alla vetrina di un negozio che avevamo allestito per la Virgin: gli piacque così tanto che ci chiamò per fare il palco di Vasco. Da allora non ci siamo più fermati. È così che incontrammo Claudio, il terzo socio».
Claudio Santucci – «Io e Florian abbiamo fatto entrambi una tesi sui palchi rock. In precedenza, dopo aver visto i concerti dei Pink Floyd – io ricordo benissimo quello dell’86 – tutti e due pensammo che nella vita avremmo voluto fare quello. Io suono il basso da una vita, quindi ho messo insieme due passioni: musica e architettura. Infatti dopo la laurea feci di tutto per lavorare con Paul Staples, lo scenografo dei Pink Floyd».
Come andò?
CS – «Dopo avergli rotto le palle in maniera scientifica e massacrante, mi prese a lavorare con lui per un anno e mezzo. Poi lui andò in pensione, io avevo capito che Londra non era proprio la mia città, e andai dritto a Milano. Avevo scoperto che anche a Cristiana e Florian piaceva fare le stesse cose».
A proposito, com’è lavorare assieme a una coppia?
CS – «Giuro: non è mai stato un problema».
E con due uomini, di cui uno è il proprio marito?
CP – «E come averne due: uno buono e uno cattivo, che ovviamente è quello vero… Scherzo, c’è stima e sintonia fra di noi. Siamo profondamente diversi per gusti e interessi, ma insieme funzioniamo. Aver incontrato due esseri umani simili è una fortuna. Certo, sono due uomini. Con loro bisogna essere più semplici e diretti. Se volo troppo in alto non mi seguono…».
Vi scontrate più spesso per quale motivo?
CP – «Lavorando si discute, ma niente di più. A casa, invece, io e Florian siamo come Sandra e Raimondo: più o meno si litiga su tutto».
Milano, dopo l’Expo, vi ha dato tanto?
FB - «Dopo il successo dell’Albero della Vita In questi mesi siamo stati chiamati non solo per progettare allestimenti molto articolati, ma anche per curarne la regia. Penso alle sfilate di moda, ma anche all’ideazione della linea benessere di Cicciobello».
Il bambolotto che piange se non ha il ciucciotto?
CP – «Quello. Abbiamo fatto uno studio sui colori, la grafica, le forme dei vari contenitori per shampoo, salviette, spazzole etc. Si tratta di una nuova linea che è stata lanciata sul mercato lo scorso gennaio».
E poi?
CS – «Altre sorprese più che da Milano sono arrivate da Roma: ci hanno chiesto di curare il rifacimento totale dello storico parco giochi Luneur, all’Eur, che dovrebbe riaprire a fine maggio e sarà davvero una bella sorpresa per i romani. Il 25 febbraio, invece, al Palalottomatica, ci siamo occupati della festa per i 34 anni di Radio Deejay. Poi in primavera, in giro per l’Italia, ci saranno i palcoscenici dei nuovi tour di Giorgia e Marco Mengoni».
FB – «E anche la ripresa dell’opera lirica Norma diretta da Davide Livermore. Con lui nel 2017 cureremo anche l’allestimento di Aida all’Opera House di Sidney. Per me, per noi, un sogno che si avvera».
Quante persone lavorano con voi?
CS – «Sedici in pianta stabile, assunti regolarmente».
Più donne o uomini?
FB – «Cinque donne su sedici. Non tante, ma tutte brave e impegnate a fare cose diverse, senza sovrapposizioni. Senza rivalità si lavora molto meglio».
Com’è organizzato il vostro lavoro?
FB – «Il nostro è una specie di fritto misto. La fase creativa è sempre di tutti e tre, poi ognuno segue le cose più di sua competenza».
CP – «Io mi concentro sugli aspetti concettuali e visivi del nostro lavoro».
CS – «Sempre più spesso ci chiedono anche la direzione artistica di ciò che accade negli spazi da noi creati. Nell’ultimo tour di Tiziano Ferro, per esempio, abbiamo fatto il palco, ma assieme a lui e al suo staff abbiamo anche studiato tutto quello che doveva succederci sopra».
Firmate i vostri lavori tutti assieme o singolarmente?
FB – «Usiamo sempre e comunque il nome dello studio, mai i nostri nomi».
Il nome che cosa vuol dire?
FB – È un gioco di parole che omaggia grandi architetti e designer come Giò Ponti e Joe Colombo e gioca anche con la parola “formaggio”. Tutto qui».
Il sogno da realizzare?
CP – «Tante cose. Un film, Sanremo…».
Il Festival?
CS – «Sì. Facciamo palchi in tutto il mondo, ci piacerebbe fare un’edizione del Sanremo. Perché no?».
Avete sentito Campo Dall’Orto, il direttore generale della Rai?
CS – «È un amico. Vedremo. Gli ho mandato un sms: mi ha risposto con un punto esclamativo e uno interrogativo. Comunque sia, con lui alla guida credo in un Rainascimento».
Dall’estero che richieste sono arrivate dopo il successo dell’Albero della Vita?
CP – «Quasi tutti ce li chiedono uguali a quello di Milano, con l’aggiunta della durata nel tempo. È piaciuta la possibilità di fare installazioni permanenti».
FB – «A noi piacerebbe svilupparli in maniera diversa, partendo da qualcosa che rappresenti simbolicamente il Paese che ce li chiede. In pratica, seguire lo stesso percorso fatto per l’Italia con la piazza del Campidoglio di Michelangelo, a Roma. Qui l’Albero della Vita si sviluppava in altezza partendo dalle geometrie rinascimentali pensate da Michelangelo per quello spazio».
CS – «Per i Paesi interessati – Cina, Kazakhstan, Turkmenistan e Bahrein – vorremmo prima individuare qualcosa che li rappresenti e poi su quello sviluppare alberi diversi».
Per chi fa un lavoro come il vostro che piazza è Milano?
FB – «Non ci sono tanti posti come Milano. A Berlino, per esempio, ci sono la metà delle possibilità di trovare le competenze che ci sono qui».
CS – «Qui c’è tutto un mondo che ti fa vedere e sentire cose uniche, che ti aiutano moltissimo, sei sempre molto stimolato».
FB – «Ti mette anche una grande pressione. C’è grande competizione».
Ha mai pensato di tornare in Germania?
FB – «No, mai. E perché? Ce l’ha presente l’Italia?».