GIOVANNI GASTEL
Milanese di Milano, 60 anni, fotografo

«LA MIA VITA DAGLI ATTACCHI DI PANICO ALLE FOLLIE DELLA MODA»

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

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Addetti ai lavori, editori e critici non hanno dubbi: dopo 40 anni di scatti in giro per il mondo, Giovanni Gastel è indiscutibilmente il più grande fotografo italiano di moda. La prima foto l’ha fatta a 17 anni, la prima copertina a 26: una carriera brillante, la sua, che dalla casa d’arte Christie’s lo ha portato a Vogue Italia, e all’incontro con Flavio Lucchini e Gisella Bormioli di Mondo Uomo e Donna, e poi a Parigi e a Elle fino alla definitiva consacrazione internazionale. Milanese, ultimo di sette figli (Giuseppe Gastel il padre, Ida Visconti di Modrone la madre), Giovanni Gastel ha compiuto 60 anni lo scorso 27 dicembre. È nipote del grande regista cinematografico Luchino Visconti. Il 15 settembre 2015 ha pubblicato per Mondadori Electa l’autobiografia Un eterno istante – La mia vita.

Trascrizione videointervista a GIOVANNI GASTEL

60 ANNI? UN ERRORE
«La mia eta è solo un errore di calcolo, qualcuno deve essersi sbagliato. Nel senso che so benissimo di essere un sessantenne, però non è che questo mi ha cambiato tanto se penso a quando ne avevo 30. Mia madre, per esempio, mi ha detto una cosa molto carina: “Vedi, so di avere 90 anni, ma se tu mi svegliassi nel cuore della notte per chiedermi quanti anni ho, io d’istinto ti direi 35”. Che è meraviglioso…».

SAGGIO A CHI?
«Non sento la vecchiaia come saggezza, temo che non faccia parte del mio corredo genetico…».

LA CAZZATA PIÙ GRANDE
«Sono cose indicibili davanti alla mia famiglia… Scherzo. Ne faccio di tutti i colori. Mi tuffo da 15 metri di altezza, vado sotto’acqua a 25 metri, perdo punti della patente…».

GLI INIZI SENZA MADE IN ITALY
«Il bilancio di questi 60 anni è addirittura impensabile quando ne avevo 19. Io ho iniziato in epoca antecedente alla moda, al Made in Italy, le prospettive erano terribili».

L’AUSTERITY
«La benzina era razionata tre giornata settimana, c’era l’austerity, l’inflazione era fra il 18 e il 20 per cento. I morti si contavano al giorno, la situazione era molto più drammatica di oggi. Tutti mi dicevano è un mestiere finito, lascia stare la fotografia. Però io a casa mi dicevo: “Vabbè, ma io voglio fare il fotografo…”, e l’ho fatto lo stesso. Con i tempi giusti: la vita mi ha lasciato 5-6 anni per imparare, visto che sono un autodidatta puro».

FOTO DI MERDA
«Ho tenuto anche le foto di merda che facevo, le faccio vedere ai giovani. È importante perché magari uno vede quelle che faccio oggi e può pensare che sono “nato imparato”, come dicono a Napoli. Non è vero. Ho fatto brutte foto per tanti anni, poi si impara, si migliora. E così anch’io ho iniziato a fare belle foto. È una notizia tranquillizzante per tutti».

IL PRIMO STUDIO (CON I FUNGHI)
«Il primo studio (fu) una cantina infame dove crescevano i funghi, ma in un palazzo prestigioso del centro di Milano, vicino a piazza San Babila, perfetta per rappresentare me e il mio socio Bardo Fabiani, tutti e due figli di papà a cui per colpa della passione per la fotografia avevano completamente tagliato i fondi. A zero. A 17 anni, mio padre mi ha detto: “Non vai avanti con gli studi? Da me non vedrai più una lira”».

IL MISTERO DELLA POSTA
«Dopo sei mesi in studio, non avevo mai ricevuto posta e la cosa mi sembrava strana. Io e Bardo eravamo diventati molto amici del portiere Dante, che aveva l’altra metà della cantina per tenerci i salami. A un certo punto sono salito e gli ho detto: “Dante, qui c’è qualcosa che non va. come è possibile che in sei mesi neanche una cartolina ho ricevuto?”. E lui: “Signor Gaspare, mi creda, non è arrivato niente”. Come mi ha chiamato? “Signor Gaspare, Giovanni Gaspare”. Nooo… Mi chiamo Gastel, Giovanni Gastel! E lui: “Allora ho ricevuto un sacco di posta, l’ho rifiutata tutta! Ecco chi era questo Gastel…”. Adesso, finalmente, il mio cognome lo sbagliano un po’ meno».

GASTEL, GENERALE GASTEL…
«Quello che mi piaceva di più era Generale Custer… quella un po’ mi piaceva».

RADICI OLANDESI
«L’origine (del nome) è olandese, l’ho scoperto da poco. Siamo italiani da 15 generazioni, ma veniamo dal Bramante, in Olanda, dove c’è un piccolo paese che si chiama Gastel».

IL SEGRETO DEL SUCCESSO.
«Jacques Brel il cantante cantava: “C’è voluto tanto coraggio per diventare vecchi senza diventare adulti”. Credo che il segreto per chi fa delle operazioni creative sia quello. Ho sempre detto: quello che ho fatto non esiste più, quello che farò è del tutto aleatorio che io lo faccia, quindi mi resta oggi. Tutti i giorni ho una sola opportunità, qualunque essa sia, quindi a quel punto non cambia tanto se è una top model, un bottone o un sasso. Devo fare la più bella foto che posso fare e mi gioco tutto in quel giorno lì».

MOMENTI NO
«Nel ’93 era uno dei momenti più splendidi della mia carriera: facevo Dior e Nina Ricci a Parigi, a Milano Trussardi e Missoni. Di colpo, nell’arco di tre mesi, ho perso tutti i clienti. Da Donna è andato via l’art director Flavio Lucchini e siamo andati tutti via, Dior mi ha carinamente congedato, Trussardi non ha avuto più bisogno delle mie foto, Missoni e Krizia anche… una cosa terribile! Giravo per lo studio come una tigre in gabbia. Che cosa è successo? Non è possibile!, mi chiedevo. Ma la vita è così. Poi ho analizzato il mio lavoro, ho capito che forse era un po’ invecchiato, forse andava aggiornato e infatti, dopo un po’, tutto è tornato ad andare splendidamente bene».

ATTACCHI DI PANICO
«Io stavo malissimo, ma tutti mi dicevano che stavo benissimo, che non avevo assolutamente niente. Poi mia moglie Anna ha sentito, in un programma Tv un medico che parlava di questo malattia, mi sono precipitato da lui, ma il dottor Cassano non poteva, così sono andato da una sua assistente che in cinque giorni di terapia mi ha tirato fuori. Era una banale sindrome che si chiama attacchi di panico. (Ne ho sofferto) Dalla metà degli anni ’80 alla metà degli anni ’90, sono stati dieci anni molto dolorosi e faticosi. Possono essere di due tipi: quelli che ti portano a pensare che puoi morire, e quelli l’altro che ti portano a pensare che puoi impazzire. Io ero della seconda categoria. Stavo da cane, avevo batticuore, tremori, sudore freddo… Sarebbe una malattia invalidante, ma non ho mai mollato, ho sempre continuato lavorare e a volare: all’epoca facevo una vita frenetica che mi portava sempre in giro per il mondo».

L’OSSESSIONE
«È la creatività. Io non so se è arte o no quello che faccio, so solo che se non fotografo sto male. Se lo faccio sto bene».

IL RINGRAZIAMENTO PIÙ GRANDE
«Il più grande lo devo sicuramente a chi ha deciso che le mie foto erano belle e quindi due persone: Flavio Lucchini, straordinario art director che ha fatto tutta la Condé Nast, poi Donna, Moda… e sua moglie Gisella Borioli, direttrice di Donna. E anche ad Alberto Nodolini di Vogue Italia. Loro hanno deciso che quello che facevo era bello e da quel momento è diventato bello. Come hanno fatto? Pubblicando 30-40 pagine di mie foto ogni numero».

CAPIRE LA MODA
«Io sono nato nella moda a 17 anni, quindi parlo la loro lingua. Se uno viene da fuori non li capisce. Racconto un episodio divertente. Fine anni ’80, riunione da Krizia. Io facevo già la campagna senza agenzia per il lancio di uno dei suoi profumi. Con noi anche il più grande pubblicitario italiano, Emanuele Pirella, un gigante, uomo intelligentissimo. Parliamo un’ora, Krizia ci spiega tutto. e poi andiamo via».

SCUSA GIOVANNI, MA CHE HA DETTO?
«Camminando per uscire Emanuele, che è un amico, mi mormora: “Giovanni, ma tu hai capito che cosa ha detto?”. Sì, certo. Lui: “Io niente, neanche una parola. Fai tu, poi mi mandi la foto”. Nulla è cambiato. La moda è ancora così».

LA MODA E IL SENSO DEL RIDICOLO
«Forse sfiora i più saggi, che sono una minoranza… però c’è anche molta ironia e autoironia».

FOLLIE DA RACCONTARE
«Una che rende l’idea me l’ha raccontata sempre Emanuele PIrella. Che viene convocato a Parigi da Karl Lagerfeld con il suo socio Gottsche. In pratica,la più grande coppia creativa operante in italia. I due portano proposte a Parigi e vengono condotti fino alla porta di Lagerfeld. Loro, due colossi della comunicazione italiana e mondiale, cercano di entrare, ma quello che li accompagna li ferma e dice: “Non potete assolutamente entrare”. E loro: “Come non potete entrare?”. No no, il signor Lagerfeld oggi non riceve nessuno. “Allora cosa succede?”. No no il signor Lagerfeld non vuol vedere nessuno. “Ah! E terribile, noi allora ripartiamo per Milano”. No no, non ripartite. Dovete fare la riunione. “Come? in che senso?”. La riunione si è svolta davanti alla porta chiusa. Chi siete? “Siamo Pirella e Gottsche da Milano”. Cosa volete? “Siamo qui per il suo profumo”. Va bene. Avete dei disegni? “Sì, certo”. Passateli sotto la porta… Cose sublimi, sublimi!».

LA CRISI E LA MODA
«La moda italiana va benissimo nel mondo, non va bene nel mercato interno. La vendita di prodotti italiani italiani va molto male. La ricaduta sull’editoria è terribile perché i giornali di moda senza pubblicità non ce la fanno stare in piedi con le vendite. Il calo negli ultimi due anni è stato, secondo la Camera Nazionale dell’Alta Moda, tra il 50 e il 60 per cento, cosa che ha messo in ginocchio l’editoria. Ma non la moda italiana. Milano secondo me sta riprendendosi, lamentarsi serve a poco».

SU LA TESTA
«Io sono molto contento dell’Expo, che ha ridato una certa sensazione di “Sù la testa” a noi milanesi. Erano riusciti un po’ ad abbatterci, a dire in fondo anche voi che siete sempre stati il cuore pulsante… anche voi siete delle merde».

L’ARMA IN IN PIU DI MILANO
«Una serietà imprenditoriale applicata anche in settori creativi, che è abbastanza raro. Questa è una capacità che hanno tutti i lombardi, non solo i milanesi. Questa cosa qui ha fatto buona parte della fortuna della moda italiana e si può insegnare ai giovani, senza limitare la loro creatività. Il messaggi è: la creatività senza un impianto rigoroso, di sostegno anche economico e buona amministrazione, è un talento sprecato».

LA FORTUNA PIÙ GRANDE
«Sono un terribile privilegiato dalla vita, lo ammetto. Una delle grandissime fortune è che il Made in Italy, il sistema del pret a porter che ha rivoluzionato la storia della moda, è nato qui. Fosse nato a Tokyo forse sarei andato a Tokyo, ma non posso giurarlo. Tutto quello che concerneva il mio lavoro in realtà si concretizzava sotto casa mia…».

IL LUOGO DEL CUORE
«Io ho un amore furibondo, fin da ragazzino, anche perché insonne, per piazza Mercanti, ultima piazza pura medievale di Milano. Io sono molto legato anche a quella Milano lì, quindi le prime luci dell’alba a piazza Mercanti le consiglio a tutti».

RICORDI DI ZIO LUCHINO
«Zio Luchino ha visto le mie foto, è morto quando io avevo già 21 anni, quasi 22. Ho fatto in tempo a stare a lungo con lui, ho fatto dei mesi addirittura vederlo girare. Poi quando si è ammalato è stato mesi a villa Erba da mamma, a Cernobbio. Mamma mi ha anche costretto a portargli le mie prime fotografie. È stato molto emozionante. La cosa bella è che non mi ha trattato come il ragazzino di 16 anni che fa due foto, come temevo, ma da professionista. Mi ha parlato da uomo a uomo».

I CONSIGLI DI UN MAESTRO
«Mi ha detto: “Guarda le luci sono interessanti, le inquadrature anche, ma stai attento a questo e quello. Se posso darti un consiglio lavora sulle cromie, le proporzioni sono buone…”. Insomma, già quello era una specie di medaglia».

GIARDINETTI
«Smettere di fotografare mi sembra impossibile, ho scelto questo mestiere anche perché in qualche modo lo puoi fare sempre, finche Dio ti assiste. Certo, se poi la testa se ne va…».

A 60 ANNI NIENTE È MEGLIO DI…?
«Non so se si può dire… la gnocca!».