ILDO DAMIANO
Milanese di Borgosesia, 44 anni, fashion editor

DA MILANO A HOLLYWOOD ORMAI È COSÌ: NO ILDO, NO PARTY

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A 15 anni Ildo aveva una sola, granitica certezza: da grande avrebbe lavorato nella moda. «In che maniera», spiega, «e facendo che cosa, non ne avevo minimamente idea». Alla fine un modo l’ha trovato. Arrivato a Milano per studiare architettura, dopo poco comincia a lavorare come stilista, giornalista – di moda, ovviamente – intrattenitore Tv (giudice di talent show, opinionista etc.) e infine fashion editor specializzato in celebrità. In quest’ultima veste è ormai una specie di star: da George Clooney a Sharon Stone, da Valeria Golino a Raoul Bova lo conoscono tutti. E tutti lo vogliono: per lavorare ma anche per andare a feste, cene, vacanze in giro per il mondo. Con lui si brinda, si balla, si fa casino. Senza Ildo, è un’altra cosa. Nato a Borgosesia, in provincia di Vercelli, 44 anni fa, Ildo Damiano al momento lavora per il settimanale Grazia.

A 15 anni aveva le idee già così chiare?
«Quando ci ripenso sembra strano anche a me. Forse ero così convinto perché il mio paese si trova nel cosiddetto Cachemireshire italiano, dove si lavora il miglior cachemire del mondo, e io sono cresciuto toccando lane e filati di ogni tipo. Tanti amici dei miei facevano e fanno ancora tessuti meravigliosi. Diciamo che con la moda ho sempre giocato in casa. Infatti per studiare architettura arrivai a Milano».
Perché Milano e non Torino?
«Perché anche le mie due sorelle avevano studiato in città e perché Milano è Milano. E io mi iscrissi subito a una scuola di moda della regione Lombardia. Al termine, dopo pochissimo tempo, iniziai a lavorare per Oliver, la seconda linea di Valentino. Disegnavo maglie e facevo milioni di tasche e colli di maglione… Che orrore! Mollai dopo un anno, quel mestiere con la creatività aveva poco a che fare. Mi salvò il Corriere della Sera».
In che modo?
«Sfogliandolo vidi il bando per il primo Corso europeo di giornalismo di moda e styling. Ignoravo che cosa fosse, ma presentai lo stesso la domanda d’iscrizione: alla fine mi ammisero, unico uomo su un totale di 20 ammessi su 1000 candidati. Corso eccezionale: come prof c’erano Anna Piaggi per la moda, Alfa Castaldi per le foto, Benedetta Barzini per la scrittura… Lo stage lo feci da Gisella Borioli di Donna, che alla scadenza mi chiese di restare. Era il ’92, accettai e dopo poco lasciai architettura: avevo fatto quindici esami e me ne mancavano altrettanti. Troppi per un progetto di vita che non era più il mio».
In che zona della città viveva?
«La mia famiglia aveva una casa in zona Loreto, da sempre popolare, rumorosa e multietnica. Con il tempo ne ho presa una tutta mia in via Padova. Strada che può spaventare solo chi non c’è mai passato. È bellissima».
E poi?
«Dopo andai a lavorare scrivendo a facendo lo stylist per Madame Figaro di Class Editore, Vogue, Moda, Gioia e Donna Moderna, settimanale della Mondadori per cui alla fine ho lavorato otto anni. La svolta arrivò dopo poco. Grazie a Dolce & Gabbana».
Che vuol dire?
«Un mio amico loro addetto stampa mi chiese se l’accompagnavo in auto al Festival di Cannes per portare l’abito di Naomi Campbell, che il giorno dopo avrebbe festeggiato il suo compleanno. In cambio sarei potuto entrare liberamente alla festa per realizzare un servizio da Cannes e sulla festa di Naomi. Era il 1996. L’idea di mischiare feste, celebrities e moda piacque parecchio. Così tanto che nel 2003 mi chiamarono a Vanity Fair e dopo altri otto a GQ con Gabriele Romagnoli direttore. Sono durato più di lui… Adesso per Grazia, con la stilosissima Silvia Grilli, mi occupo di celebrities, ovviamente».
Alla fine sono loro a cercarla, vero?
«Non me la voglio tirare, per carità, ma spesso è così. Forse succede perché non subisco il fascino della popolarità, non sono un fan, e quindi li tratto come se fossero persone qualunque. Poi credo che molti di loro siano attratti da me perché io sicuramente sono attratto dal talento, e allora succede qualcosa. Sia con quelli di Hollywood che con quelli italiani. Comunque sia, l’importante è non annoiarsi. Farsi due risate. Sempre lavorando seriamente».
In Tv che ha fatto?
«Per La7 ho lavorato con Victoria Cabello per due edizioni di Victor Victoria, per FoxLife con Eva Herzigova per il talent di moda Project Runaway, e per Raitre con Camila Raznovich per Alle falde del Kilimangiaro».
Di che cosa è fatta la sua Milano?
«Di sogni realizzati. Qui ho conosciuto gente interessante e ho lavorato a grandissimi livelli. Anche volendo, non potrei proprio lamentarmi. Le posso dare una dritta?».
Prego.
«La mia Milano è fatta anche dalla cascina Pozzobonelli, che si trova di fronte alla stazione Centrale. Nessuno la conosce, ma è un gioiello fra la stazione dei taxi e il locale per scambisti con la donnina dell’insegna che si illumina a intermittenza: è il mio posto preferito. Surreale. A parte l’Hangar Bicocca, che mi fa sentire molto internazionale».
Internazionale in una città un po’ provinciale?
«Sì, è così. Il bello di Milano è che tu puoi giocartela ovunque e comunque. Io, per esempio, sono molto trasversale: frequento dai camerieri ai nobili, dai miliardari agli operai. Uno come Piero Maranghi, per esempio, che adoro, ha un salotto pazzesco: a casa sua puoi trovare da Bisio alla Bignardi, dal direttore della Scala all’industriale da copertina, il campione e lo stilista. Ho frequentato per anni Londra e lì, per esempio, è diverso. Certi ambienti sono chiusi e snob e non si apriranno mai».
Anche Milano, però, non è la città dei mondi chiusi a tenuta stagna?
«Sì, è vero. Alcuni “giri” della Milano bene sono così, ma sono piccoli, poco divertenti, e anche poco interessanti. Meglio non entrarci».
La Milano più interessante?
«Quella del panorama artistico e creativo. Parlo di designer, architetti, pittori. C’è un collettivo che si chiama Traslochi Emotivi. che fa eventi alternativi sfolgoranti. L’ultima volta che ho partecipato avevano preso un intero palazzo in centro, l’hanno trasformato in un vecchio albergo che stava per chiudere e poi hanno messo all’asta opere d’arte “battute” come se fossero pezzi di arredamento dell’hotel. A Milano si sprigiona e passa tantissima energia. Un po’ resta, un po’ va altrove. Ma va bene lo stesso».
Anche nel mondo della moda?
«Certo, anche se adesso è molto diverso rispetto agli anni ’80. La moda spesso è troppo chiusa su se stessa e fatica un po’ a farsi coinvolgere da altri mondi».
Come vestono le milanesi?

«Hanno un gusto estetico evoluto, sono tutte vestite bene. Magari austere, ma sempre interessanti, attente ai dettagli, ai tessuti».
Il bello di Milano?
«Qui puoi essere quello che sei, o almeno provarci. Milano non giudica, non ridimensiona, tende ad accettare. È trasversale e sa restituire il senso della realtà, se ovviamente sei interessato a vivere la verità delle cose e delle persone».
Si spieghi meglio.
«Non ho mai confuso la mia vita di tutti i giorni con il lavoro che faccio. Stando sempre a contatto con personaggi famosi, e facendo tanta vita mondana, potrei facilmente perdere il senso della misura, del ridicolo e della realtà. A tanti succede. Io invece so bene chi sono, da dove vengo e quali sono i miei punti di riferimento. È molto divertente e piacevole surfare in certi mondi ma se credi ai lustrini e alle pajettes fino in fondo, sei finito. E a Milano può succedere facilmente».
Milano è una città che alimenta solitudini?
«Sì, certo. Ci sono lavori che ti prendono tutta la giornata, tu lo accetti passivamente, e poi quando sei fuori, quando stacchi, ti ritrovi che non hai altro».
Per provare a stare bene cosa bisogna fare?
«Essere se stessi. Ascoltarsi. Al contrario di quello che si dice rinnovando stereotipi logori, a Milano le persone sono interessate all’essere umano, se hai qualcosa da dire qualcuno prima o poi ti ascolta. Io arrivo da un paesino di 20 mila abitanti e senza conoscere nessuno ho fatto quello che desideravo. Qui si può fare».
Se dovesse lasciare Milano dove andrebbe a vivere?
«Sulla “mia” isola greca: Patmos. Ultimamente sto pensando che mi piacerebbe anche andare a Napoli, una meraviglia che mi attrae sempre di più».
Le piacciono i nuovi grattacieli?
«A me sembra un segno di progresso per la città, quindi vanno bene. È la scelta di edilizia verticale che mi sembra poco moderna».
Fanno ridere quei milanesi che pensano di vivere in una piccola New York?
«Sì e no. Siamo piccoli, non siamo così internazionali e non siamo multietnici, ma anche qui c’è tanta gente che coltiva sogni e vuole realizzarli proprio come a New York. Piuttosto, impariamo da loro a vendere meglio quello che abbiamo. La loro fashion week è qualcosa che in pratica non esiste, eppure la comunicano come un appuntamento fondamentale. A Milano sfilano colossi mondiali come Armani, Prada e Dolce & Gabbana e non c’è mai un Tg che ne parli».
Milano è una citta tollerante?
«Sì. E le polemiche sulla moschea devono assolutamente finire. Bisogna farla e basta».
Dove porta un amico di Napoli per fargli scoprire le bellezze di Milano?
«A mangiare alla Trattoria Milanese di via Santa Marta, dove fanno lo zabaione caldo più buono del mondo. O Al Matarel di via Mantegazza per la casseoula, alla Cascina Cuccagna di via Muratori per l’orto o al Carminio di via del Carmine per i cibi bio. Poi lo porto a vedere lo studio di Achille Castiglioni, il Museo Archeologico, il Marais di Milano cioè le Cinque Vie… Basta dire che Milano è brutta. Non bisogna fermarsi alle apparenze. Diciamo che Milano non te la dà subito, ha i suoi tempi. Devi sudartela un po’. Dopo, però…».