JESSICA GAIBOTTI
Milanese di Cernusco sul Naviglio, 37 anni, discografica

I FIGLI, I PROBLEMI PER AVERLI E LA FORTUNA DI VIVERE A MILANO

JESSICA GAIBOTTI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

La protagonista dei vostri prossimi cinque minuti – se avrete la pazienza di arrivare alla fine di questa intervista – si chiama Tessa, è alta 74 centimetri, parla poco e non sa camminare: il 14 luglio ha compiuto un anno. Sua madre è Jessica Gaibotti, classe 1979, milanese di Cernusco sul Naviglio, responsabile della promozione del catalogo internazionale della Universal Music Italia. Donna che in questa storia non è proprio una comparsa (come il padre, per carità). Tessa, infatti, è venuta al mondo con un po’ di fatica. Jessica ha voluto raccontare tutto perché altre nelle sue condizioni sappiano che si può diventare genitori anche quando le cose si mettono un po’ di traverso. Insomma, una bella storia. Utile. Concreta. Milanese.

Cominciamo dal nome: perché Tessa?
«Nel mondo anglosassone è la contrazione di Theresa e ci piaceva perché è anche parte di “contessa”. Non volevamo il solito nome e questo ci è sembrato subito bellissimo. In seguito abbiamo scoperto che Tessa significa “Portatrice di grandi responsabilità”. Se penso poi che è nata il giorno della presa della Bastiglia…».
Quando è nata la vostra famiglia?
«Ho conosciuto Alessandro, il mio compagno, sette anni fa. Gli dissi subito: non voglio perdere tempo, sappi che voglio sposarmi e avere figli».
E lui?
«Non scappò. Mi rispose: “Anch’io. Non subito, però”. Abbiamo iniziato a provarci tre anni fa».
Nel frattempo vi siete sposati?
«Non ancora. Il figlio, però, non arrivava…».
Perché?
«Lui ha pochi spermatozoi e quelli che ha sono lenti, forse perché da giovanissimo fu operato di varicocele. Dopo un po’ abbiamo scoperto che anche io ho un’ovaia pigra. Diciamo che, nel nostro caso, l’unione non fa la forza… Allora ci siamo informati al San Raffaele e abbiamo fissato una prima visita. Il giorno prima, però, la dottoressa mi ha raggiunta al telefono per dirmi che era rimasta bloccata in America per uno sciopero degli aerei. Mi è sembrato un segno del destino e non l’ho richiamata: ci siamo rivolti al Centro Fertilità dell’Istituto Clinico Humanitas, una struttura pubblica specializzata nella fecondazione assistita».
Quando?
«Era il 2013, a metà settembre. Il primo impatto è stato ottimo, ci hanno rassicurato e dopo poco abbiamo cominciato a fare tutti gli esami possibili e immaginabili. Il primo tentativo l’ho fatto poco più di due anni fa: maggio 2014».
Risultato?
«Negativo. Forse un po’ di stress di troppo. Avevo scoperto di avere dei noduli al seno e gli esami avevano fatto ritardare tutta la procedura… Non lo so. Sta di fatto che non è andata bene».
Il suo umore durante i vari trattamenti com’era?
«Adrenalina a mille e un po’ di tristezza, poca poca però».
Che aria tira intorno a chi fa un percorso di fecondazione assisitita?
«Ho capito che è ancora un tabù. Tutti in un modo o nell’altro pensano sia la donna a essere sbagliata, mai l’uomo. È una materia che bisogna affrontare e gestire con estrema delicatezza. Nel nostro caso, quando all’inizio sembrava che il problema fosse solo suo, Alessandro era molto demoralizzato. Quando si è capito che anch’io avevo qualcosa di “storto”, ci siamo ritrovati ed è andata meglio. Un po’ mal comune, mezzo gaudio. Io, comunque, dopo la prima fase un po’ da depressa, con il tempo ho acquisito sempre più carica e determinazione».
I medici che percentuali le hanno dato di riuscita?
«Mi hanno sempre detto come stavano le cose, senza esagerare in un verso o nell’altro. Dopo il primo tentativo fallito, hanno sorriso: “Nessun problema, ci riproviamo. Faccia sempre attenzione al cibo, al fumo, all’alcol. E allo stress…”».
È diventata una salutista estrema?
«No, ma ho iniziato a fare attenzione a tutto. Per fortuna avevo smesso di fumare da anni, così ho iniziato a bere pochissimo e a mangiare bene. Ho capito che è soprattutto una questione psicologica. La prima volta ero tesa e avevo paura, la seconda ero più tranquilla e rilassata».
Dopo quanto tempo ha riprovato?
«Sei mesi dopo, a ottobre. Ed è andata bene».
Quando e come ha saputo di essere incinta?
«Dall’estetista».
Dall’estetista?
«Quando si tratta di fecondazione assistita l’esito viene comunicato telefonicamente dalla dottoressa che ti segue. Stavo facendo la ceretta e sono scoppiata a piangere dalla felicità. Subito dopo mi ha seguito l’estetista, che sapeva ogni cosa, e dopo qualche secondo era in lacrime tutto il centro estetico. Non lo dimenticherò mai quel momento».
I nove mesi della gravidanza come sono stati?
«Meravigliosi. Nessun problema».
Pensate di fare il bis?
«Sì, ci piacerebbe. Abbiamo un embrione congelato che ci aspetta. Vorremmo tirare su Tessa come si deve, cambiare casa – che stiamo cercando – e poi provarci».
L’esperienza con l’ospedale come è stata?
«Fantastica. Sono stati tutti professionali, umani, generosi. Le racconto tutto questo perché ho letto la storia bellissima di Elena Muserra De Luca e di sua figlia Rebecca (http://imilanesi.nanopress.it/elena-e-rebecca-muserra-de-luca-milanesi-di-milano-47-e-9-anni-mamma-e-figlia/), che hanno una forza pazzesca, e perché all’Humanitas mi sono sentita a casa. Ed è giusto che si sappia. I medici ancora oggi mi chiamano per sapere se va tutto bene. Mi hanno chiesto la foto di Tessa… Meglio di così non poteva andare».
Quanto ha speso?
«Niente. Tutto a carico del servizio sanitario nazionale, tranne due esami che dovevo fare con urgenza per via dei noduli al seno. Tanta gente, che spesso viene da fuori Milano, privatamente spende tantissimo. Io al massimo ho avuto lo stress da tangenziale».
Che cosa ha imparato da questa esperienza?
«L’importanza dell’empatia. La solidarietà. La condivisione. Con le altre donne che hanno fatto con me lo stesso percorso si sono creati rapporti speciali. Unici».
In ufficio durante la terapia com’è andata?
«Benissimo. A volte sono stata assente, ma sono stati tutti molto comprensivi. Anche il ritorno al lavoro me l’aspettavo molto più complicato. Ovviamente io e il mio compagno siamo fortunati perché possiamo contare su due nonne giovani e disponibili».
Nessun cambiamento, nessuna piccola o grande guerra?
«Niente di niente, per fortuna. So bene che a molte hanno tolto il posto, sono state “mobbizzate”, messe in un angolo. In Italia per tante di noi la maternità è un problema, c’è poco da fare. Faccio un esempio: se all’asilo bisogna prendere la bimba entro le 18.20 – orario per me impossibile – o c’è qualcuno che va a prenderla al posto tuo, e spesso è da pagare, o si iscrive la bimba a una struttura privata che la tenga più a lungo, e anche in questo caso c’è da spendere. In alternativa si lascia il lavoro e si resta a casa».
Che ne pensa dell’utero in affitto?
«Prima ero d’accordo, dopo essere diventata mamma non più. Un bimbo tenuto in pancia per nove mesi, anche se gli ovuli sono di un’altra, non si può dare via. Gli uomini gay saranno senz’altro bravi genitori, però l’utero in affitto è una forzatura che mi fa paura. Meglio adottare. Per le donne gay, che piaccia o no, è diverso: è naturale».
Si è mai allontanata da sua figlia per una notte?
«Non ancora. Siamo usciti per qualche cena, abbiamo anche fatto tardi, ma non sono mai stata una notte senza di lei. È ancora presto…».