LILIANA DI DONATO
Milanese di Napoli, 41 anni, giornalista

TRE MESI LUNGHI 16 ANNI, I FIGLI DI NN, E QUEI SOGNI DIVENTATI REALTÀ

LILIANA DIDONATO

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Nata 41 anni fa a Napoli – città dove è rimasta fino alla laurea in Lettere – Liliana Di Donato ha vissuto e studiato due anni a Urbino, ha lavorato per qualche mese a Roma, è arrivata a Milano nel 2000. Pensava di restarci tre mesi, a fine luglio festeggerà sedici anni che è qui. Divorziata, senza figli, Liliana è una giornalista che lavora per la casa editrice Mondadori come caporedattore centrale del settimanale Donna Moderna.

Il primo impatto come fu?
«Tragico, come da copione. Ricordo ancora il giorno: 31 luglio 2000. Fra zanzare e afa l’accoglienza non fu delle migliori. Avevo 25 anni anni, non ero mai stata a Milano, e mi sembrava tutto bruttissimo…».
Conoscenze in città?
«Per fortuna venne a prendermi in stazione un amico di Napoli che aveva frequentato con me la Scuola di Giornalismo di Urbino. Grazie a lui e ad altri compagni di studi i primi tempi furono meno traumatici».
Che cosa venne a fare?

«A lavorare a Radio 24, con un contratto di tre mesi. Il primo della mia vita. A dirla tutta pensavo che alla fine mi sarei trasferita a Roma, visto che proprio lì avevo fatto alcuni stage presso Kataweb e Repubblica.it. Quando arrivò l’offerta di lavoro da Milano avevo appena affittato una casa per un anno…».
A Napoli ha mai lavorato?
«Ho il pallino del giornalismo fin dalle superiori, così durante gli anni dell’università, da abusiva, mi misi a far di tutto per un’agenzia di stampa. Che “ovviamente” non pagava…».
È figlia di giornalisti?
«In questo ambiente sono figlia di N.N. I miei genitori hanno entrambi lavorato per una grande assicurazione. Si sono conosciuti lì».
Adesso come se la passa a Milano?
«Bene. È un luogo comune, lo so, ma questa è sicuramente la città delle opportunità. Senza conoscere nessuno sono riuscita a fare quello che sognavo. Non è poco, mi creda. Il cuore, però, è rimasto a Napoli».
Quindi, potendo, tornerebbe giù?
«Non ci saranno mai le condizioni, ma perché no? I miei stanno invecchiando, passare un po’ più di tempo con loro non mi dispiacerebbe».
Milano come ha cambiato il rapporto con la sua città d’origine?
«Io ho vissuto la Napoli del rinascimento bassoliniano, un momento magico di cui ho ricordi meravigliosi. Adesso ogni volta che vado giù ho sempre più spesso lo sguardo sorpreso del turista. Se penso a quegli anni sono cambiate tante cose, troppe, quasi tutte in peggio. E gli amici ormai mi dicono che sono diventata milanese…».
Quando si è milanesizzata?
«I primi tempi ho cercato di resistere, ma dopo aver comprato casa ed essere entrata definitivamente nella fase adulta, mi sono arresa…».
Milano come l’ha cambiata?
«Ha reso ancora piu forti le mie convinzioni, il mio senso del dovere e della sfida. Quest’ultimo nasce da un’altra mia grande passione: la pallavolo. Dagli 11 ai 23 anni ho giocato in C1 con una squadra di Napoli».
Il brutto di questa città?
«Qui sei qualcuno e vali qualcosa solo per quello che fai come lavoro. Questo non mi piace. E non mi piace anche il fatto che non ci sia mai tempo. E nemmeno il mare…».
Il bello?
«La grande capacità di accogliere e accettare tanta gente diversa. Se ti adatti ai suoi ritmi forsennati, che per una tendenzialmente lenta come me all’inizio sono stati un po’ eccessivi, qui si può stare bene. C’è tutto».
Milano chiede troppo?
«Sì, ma visto che dà tanto, il bilancio – dal mio punto di vista – è in attivo. Qui ho centrato i miei obiettivi, è andata bene. Quanti possono dire altrettanto?».
I suoi compagni di Urbino che lavoro fanno adesso?
«Non tutti ce l’hanno fatta, ma la maggior parte sì».
Adesso che aria tira qui?
«Rispetto a qualche anno fa mi sembra ci sia più intolleranza nei confronti degli stranieri. Quando sono arrivata, nel 2000, non si sentiva».
Favorevole o contraria alla costruzione della moschea?
«È da fare. Punto. Sia per integrare sia per avere maggiori garanzie di sicurezza».
Per capire meglio Milano che cosa si deve mettere a fuoco?
«Che sei lei accoglie, e lo fa sempre, bisogna accettarla per quello che è: dura, stressante, competitiva… E poi lasciarsi trasportare perché ha tanto da dare».
Quei milanesi che la definiscono una piccola New York come le sembrano?
«Un po’ fanno ridere, però è innegabile che con tutti i suoi difetti è l’unica città italiana a poter essere accostata a New York».
Milano capitale morale?
«Non scherziamo, qui c’è stata Tangentopoli, e non mi sembra che sia finita lì».