LORENZO VIOLA
Milanese di Rho, 40 anni, architetto (e sommelier)

LONDRA, IL VINO E QUELLA COSA UN PO' COSÌ CHE HANNO I MILANESI

LORENZO VIOLA

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

È un cervello tornato a casa, Lorenzo Viola. Uno di quelli che, dopo una lunga e preziosa esperienza all’estero, ha deciso di comprare il biglietto per rientrare in Italia. Ovviamente con un approccio alle cose della vita completamente diverso rispetto a prima. Milanese di Rho, 40 anni, architetto, Viola è rientrato a Milano da Londra, ha avviato un suo studio, e otto mesi fa ha rilanciato aprendo anche un’enoteca, Bicerìn, dalle parti di corso Buenos Aires (via Panfilo Castaldi 24). Adesso ci racconta com’è andata. Prosit.

Dove è stato all’estero?
«A Londra. Fra master e lavoro negli studi di Zaha Hadid, Norman Foster e altri, sono stato lì sette anni e mezzo. Devo dire, però, che poco prima di partire, a metà del 2000, ci furono una serie di coincidenze che di fatto contribuirono a cambiarmi la vita».
Tipo?
«Un paio di mesi prima di laurearmi al Politecnico di Milano, il 10 luglio, il distretto militare di competenza mi comunicò che sarei partito ad agosto per il servizio obbligatorio: non mi avevano concesso l’esonero per i miei problemi di allergie. In attesa di discutere la tesi e poi partire, ad aprile andai a Londra, città che negli ultimi anni di università frequentavo appena potevo. In quell’occasione passai nella sede della prestigiosa Architectural Association School of Architecture per informarmi sui loro master. Al bar dell’università, per puro caso, conobbi la persona che poi sarebbe stato il mio tutor. Mi fece al volo una specie di colloquio per capire se ero idoneo, mi diede i moduli per l’eventuale iscrizione, e mi salutò».
E poi?
«Rientrato in Italia compilai e inviai tutto a Londra, anche se non avevo speranze: sarei partito per il militare. All’improvviso, però, dopo la laurea, e il matrimonio di mio fratello tre giorni dopo – lo cito perché fu un periodo molto intenso – il ministero della Difesa mi comunicò che ero stato esonerato per sovrannumero. Il giorno dopo arrivò anche la lettera da Londra dell’Aas: ero stato ammesso. L’11 settembre iniziava il master».
Quanto durò?
«Diciotto mesi, al termine dei quali trovai subito lavoro. Poi, dopo sei anni di lavoro meraviglioso, ad altissimo livello, rientrai in Italia. Era il 2008».
Perché?
«Tanti motivi. Volevo lavorare da solo, non per altri, e avevo il mio compagno in italia. Ricordo che pensai: vado a Milano, vedo come va, e se non dovesse funzionare torno a Londra. Qual è il problema? Quando uno si abitua alla mentalità inglese, si ritrova a pensare così alle scelte da fare».
Come andò?
«Prima di mettermi in proprio ho fatto un’esperienza di un anno in uno studio molto quotato. Per via della mia formazione anglosassone, però, ho avuto un po’ di problemi a entrare nel sistema aziendale italiano».
Come architetto di che cosa si occupa adesso?
«Prevalentemente ristrutturazioni di interni e negozi, grafica, stand, grandi spazi».
Dal suo punto di vista come sono i milanesi?
«Amo Milano perché è una città sempre un passo avanti alle altre, molto di più di quello che i milanesi stessi pensano che sia. Qui la gente ha un naturale rapporto con la bellezza, il buon gusto, lo stile. Ci siamo nati dentro. In Inghilterra, per esempio, hanno più soldi per tutto, si lavora in maniera più veloce e pratica, ma è molto difficile far capire il bello. È una questione culturale. Da questo punto di vista è molto meglio in Italia».
i milanesi sono attenti alle novità o no?
«Hanno sempre le antenne puntate. Però se c’è da fare una casa dell’800 nessuno mi chiede di buttare giù tutto, semmai mi dicono di rispettare l’identità dell’immobile e recuperare tutto il possibile, anche le porte originali».
Quando ha aperto l’enoteca?
«Lo scorso luglio, assieme a due soci: Silvia Amoni e Alberto Gugliada, che da dieci anni è anche il mio compagno».
C’entra in qualche modo la crisi di questi ultimi tempi?
«No, grazie al cielo non ho mai avuto problemi di lavoro. il progetto Bicerìn nasce per la mia, la nostra, passione per il vino. Nel mio caso anche perché il lavoro d’architetto ha un risvolto psicologico molto delicato. Nel senso che spesso quando si interviene sulle case bisogna trasformarsi anche in psicologo dei clienti, e ultimamente cominciavo a essere un po’ stanco… Avevo voglia di cambiare. Amo tantissimo il mio lavoro, sia chiaro, ma in questa fase della mia esistenza ho voluto dare spazio anche ad altro».
Quindi oggi come si definisce?
«Un architetto con una passione in più. Ho creato una vita parallela che si è aggiunta all’altra. Per il futuro, chi lo sa? Non mi pongo limitii».
Quando bevono i milanesi come sono?

«Ci sono quelli che si sentono molto esperti, che devono far vedere che sanno tutto di tutto, quindi sono un po’ rompipalle… Ma non sono tanti, anche se il boom mediatico di tutto ciò che è cibo e vino, li sta facendo aumentare. La maggioranza, per fortuna, è meravigliosa. Si fa guidare, è curiosa, piacevolissima».
Ha fatto corsi particolari, è sommelier, o cose del genere?
«Io mi sono occupato della ristrutturazione del locale, l’arredamento, la grafica e il sito. Quindi, rispetto ai miei soci, sono un po’ in ritardo con i corsi da sommelier: Alberto ha già il diploma, Silvia ha terminato il secondo livello, io sono al primo. Entro la fine dell’anno dovrei diventarlo anch’io».
Da voi si beve solo, o si mangia pure?
«A livello di cucina facciamo poco, ma di grandissima qualità. Pe noi il vino è il re, il cibo la principessa. Il nostro è un menù da abbinare ai vari vini scelti. Non abbiamo grandi marche, ma tanti fantastici, piccoli, produttori selezionati tutti da noi. Il bello del nostro locale è l’incontro con le persone, la condivisione, il fatto che la gente venga qui per farsi consigliare».
Aveva mai lavorato nel campo della ristorazione?
«Mai fatto niente di simile prima. Mai servito a un tavolo, ma non ho alcun problema a farlo. Sono una persona semplice».
Le sorprese di questi mesi?
«La verità? È faticoso, ma temevo che fosse tutto più complicato. Mi spaventava la burocrazia, ma in corsa ho scoperto che si può fare. Insomma, è andata: avevamo questo sogno, ci siamo buttati, e devo dire che risposta dei milanesi è stata ed è molto incoraggiante. Siamo contenti, anche i conti vanno molto bene».
Come fa a gestire queste due vite così impegnative?
«Fino alle 15 faccio l’architetto. Dalle 8.30 alle 10.30 sono nei vari cantieri, e subito dopo in studio assieme alle mie due collaboratrici. Poi dalle 15 mi trasferisco al Bicerìn, dove mi occupo di tutta la parte tecnica – dalle lampadine alla vetrina, la comunicazione sul sito etc. – in attesa delle 18.30, quando comincia la mescita che va avanti fino a mezzanotte».
A che ora va a letto?
«Fra una cosa e l’altra prima delle due non se ne parla. Dormo cinque ore a notte. Per ora va bene così, non mi pesa. Oddio, ho perso otto chili…».
La lezione più importante di questa nuova fase della sua vita qual è?
«Il rapporto con le persone, credo molto nello scambio di energia. In questa nostra avventura nel mondo del vino, dal punto di vista umano finora c’è stato un bellissimo feedback».
Le rogne?
«Poche. Ogni tanto quello un po’ fuori di testa arriva, è chiaro, e senza forse sarebbe anche noioso, ma non è mai successo niente di particolare. Dentro. Fuori forse un po’ più di sicurezza nelle strade non guasterebbe».
Avrebbe fatto le stesse scelte anche in un’altra città?
«Penso di sì. La sfida dell’enoteca, però, volevo farla qui perché secondo me i milanesi sono perfetti per i nuovi progetti: sono curiosi, escono spesso la sera, hanno voglia di sperimentare. E poi Milano è piena di stranieri, che ci vengono spesso a trovare. Americani, giapponesi, tedeschi…».
Avete anche birre?
«Qualcosina di artigianale. Poi, oltre al vino, abbiamo l’acqua. E basta».
Se in un gruppo di persone c’è quello a cui non piace il vino?
«Di solito esce che ha cambiato idea. Sappiamo essere molto convincenti».
L’età media di chi viene da voi?
«Dai 30 in su, c’è di tutto, anche anziani. Ormai cominciamo ad avere una clientela affezionata che qui da noi ha scoperto tanti vini nuovi. Per questo siamo aperti sette giorni su sette».
Il brutto dei milanesi?
«Il milanese è un po’ rompicoglioni e sarà sempre così, ma a me onestamente piace anche per questo. È esigente, ma ci sta. È avanti, vuole scoprire, star bene. L’importante è non esagerare, però».
Pensate di aprire anche altrove?
«Certo. Ci piacerebbe farlo all’estero. Non a Londra, però. Gli inglesi amano la birra. Bevono in maniera diversa da noi. Loro si sfondano».