MARIO FIRPO
Milanese di Brindisi. 44 anni, ingegnere (e pizzaiolo)

IL LAVORO CHE NON C'È, LA PIZZA E L'INGEGNERE NATO DUE VOLTE

MARIO FIRPO

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Mario Firpo è un ingegnere meccanico che negli ultimi quattro anni ha fatto una specie di doppio salto mortale, passando dalle auto alle pizze. Nato a Brindisi 44 anni fa, si è trasferito a Torino nel 1995, è venuto a Milano nel 2011 – dopo aver lasciato la Fiat – e dopo meno di due anni ha perso il lavoro. La scorsa estate, senza alcuna esperienza, Mario ha aperto una pizzeria a Milano con un nome che sembra una cartolina da Posillipo: Gennaro Esposito (è in via della Commenda 43). Mario, quasi inutile dirlo, in realtà è napoletano. E, ovviamente, milanese.

Perché Brindisi?
«Quando sono nato, nel 1971, mio padre si trovava a Brindisi per motivi di lavoro. Fino alla quarta elementare ho vissuto lì, poi sempre a Napoli fino alla laurea presa nel ’95. Sono napoletano, a certe cose ci tengo…».
E poi?
«Dopo l’università, nel 1995 sono stato assunto dalla Fiat di Torino, dove sono stato fino al 2011».
Come è arrivato ad aprire una pizzeria?
«Nel 2011 ho lasciato la Fiat e mi sono trasferito a Milano. Un’azienda di Vimercate che produceva tubi a bassa e alta pressione mi aveva fatto un’offerta economicamente e professionalmente vantaggiosa, e siccome volevo fare nuove esperienze, ho accettato. Mi è andata male, però. Dopo due anni io e il management siamo arrivati a un’amara conclusione: io non mi trovavo bene con loro e loro non si trovavano bene con me… Nel gennaio 2013, dopo aver trovato un accordo, mi sono ritrovato a spasso».
Sua moglie lavorava?
«Sì. Ironia della sorte era responsabile di una filiale milanese di Adecco, l’agenzia per chi cerca e offre lavoro. Mio figlio aveva quattro anni e mio padre stava male, così sono andato a Napoli per assisterlo negli ultimi sei mesi di vita».
E il lavoro?
«Niente. Avevo un po’ d’autonomia, ma non riuscivo a trovarne uno. Oddio, ero anche stufo di quella vita. E quindi, dopo un po’, ho avuto l’idea della pizzeria».
Aveva esperienza in questo campo?
«Mai lavorato un solo giorno in questo settore. Però a Torino avevo fatto amicizia con il re delle pizze: il napoletano Walter Picariello, che da quarant’anni a Torino e in Piemonte ha sei pizzerie di grande successo che si chiamano Gennaro Esposito. Lui per me è come un padre e così, un giorno, l’ho chiamato e gli ho detto di aver trovato un locale e forse avremmo potuto aprire a Milano… ».
Che cosa le ha risposto?
«”Con te, quello che vuoi”. Allora ho preso la macchina e sono andato subito a Torino per parlargli di persona. Quel locale alla fine non siamo riusciti a prenderlo, ma ci siamo messi d’accordo e in poco tempo abbiamo trovato quello giusto. Abbiamo aperto a luglio. Le pizze le fa Fabrizio, il figlio di Walter. Io sto imparando, piano piano… Facciamo anche altri piatti, pochi ma buoni».
Sua moglie che ha detto?
«Abbiamo sempre condiviso tutto, anche i cambiamenti e la disoccupazione. Oggi i nostri ritmi di vita sono molto diversi da prima. Pochi mesi fa si è dimessa e si è ripresa il suo ruolo e i suoi spazi di mamma».
Che cosa era successo?
«Durante i due anni in cui non ho lavorato sono stato tanto tempo con mio figlio, e alla fine il bambino cercava più me che lei. Per mia moglie è stato un po’ pesante. È l’unica cosa che ha patito di tutta questa storia».
Napoletana anche lei?
«No. È di Biella, ci siamo conosciuti a Torino. Adesso ogni tanto viene qui e mi dà una mano con i contratti del personale, la burocrazia, le pratiche di banca… Mia sorella invece, che vive a Napoli, ha una piccola quota della società perché ha curato tutto l’aspetto grafico del locale e non ha voluto un soldo».
Gli aspetti brutti di questa nuova vita?
«Non saprei. Per ora non ce ne sono. Certo, per uno che ha fatto il dipendente tutta la vita è una trasformazione radicale. Prima a una certa ora si finiva, adesso non c’è orario. Però è anche il bello di questa vita da mini imprenditore. Mi organizzo la giornata come voglio».
Altri cambiamenti?
«Sono dimagrito, sono stanco – e meno male, perché dopo due anni a casa non ce la facevo più – e sono felice. Devo ancora abituarmi a mangiare alle 11.30 e alle 18.30, e a volte mi viene fame anche a mezzanotte, ma per il resto va tutto bene. Il cervello non lo stacco mai: penso sempre a spesa, commercialista, fornitori, pagamenti, dipendenti, tasse…».
A quanta gente dà lavoro?
«Due persone in pizzeria, due in cucina, tre in sala, più il sottoscritto».
I soldi per aprire dove li ha presi?
«Nel locale ho messo tutti i miei risparmi più un prestito della banca. Qui siamo in affitto, abbiamo una casa a Torino comprata con l’aiuto dei miei genitori e dei miei suoceri. La venderemo quando compreremo a Milano. Vediamo come va, per ora sono contento così».
Chi me l’ha fatto fare l’hai mai pensato?
«No. Sto bene così. E i sacrifici non mi hanno mai fatto paura. Non ho preso questo locale per fare quattro-cinque mesi buoni e poi venderlo, ma per starci almeno vent’anni. Poi, se la salute mi assiste, mi potrò finalmente godere i frutti di questo nuovo lavoro».
Il brutto di Milano?
«È banale, ma è il tempo. A me manca sempre il mare. Qui come a Torino».
I milanesi a tavola come sono?
«Curiosi e attenti. Io sono in città da quattro anni e la cosa incredibile è che i milanesi vanno sempre di fretta, anche il sabato e la domenica. Mai vista una cosa del genere. Sapendolo, diciamo sempre i tempi di attesa perché altrimenti la gente si incazza».
Cliente tipo?
«C’è di tutto: il re e il giullare, chi sta bene e chi sta meno bene. La pizza è il cibo più comunista e trasversale di tutti».
Mai pensato di tornare a Napoli?
«Sì. La valutazione finale, quella che ci ha fatto restare, è che Milano dal punto di vista lavorativo è la città più dura, ma anche la più disponibile alle novità. Il sogno è aprire altri locali, quindi ci siamo detti che se ce la facciamo qui poi ce la faremo ovunque».
Ex colleghi sono venuti a mangiare da lei?
«Non ancora. Il mio dermatologo di Torino, però, amico anche di Walter, è venuto senza sapere nulla. La nuora aveva partorito alla clinica Mangiagalli, che si trova a pochi metri dal locale. “E tu che ci fai qui?”, mi ha detto. È stato divertente».
Adesso si sente più ingegnere o imprenditore?
«Mah! La laurea non me la possono togliere… Diciamo un ingegnere della pizza…».
Sua madre che dice?
«Mi vede contento, e siccome, per lei l’armonia familiare viene prima di tutto, adesso è tranquilla. Insegnava francese, mamma. Magari dentro avrà un po’ di magone, non lo so. Di sicuro è venuta spesso a trovarmi».
In cosa si è milanesizzato?
«Non saprei, o forse sì. L’altro giorno alle Poste, dopo quaranta minuti in coda per pagare un bollettino, con solo quattro persone davanti, sono andato a protestare dal direttore. Quando ci vuole, ci vuole…».