PAOLO MADEDDU
Milanese di Milano, 49 anni, critico musicale

LA COMASINA, I MILANESI UN PO' BUDDISTI E VASCO CHE SI INCAZZA

PAOLO MADEDDU

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Paolo Madeddu è nato e cresciuto a Milano, quartiere Comasina – cinquant’anni li fa a ottobre – e nella vita principalmente scrive articoli che mettono di buon umore, anche se spesso, dopo averlo letto, il soggetto di cui si occupa, il buon umore lo perde. Giornalista e critico musicale, dalla fine degli anni ’90 si occupa soprattutto di pop, rock e canzoni – quella roba lì – per giornali e siti di varia natura (da Rockol a Gioia, da Qui Touring a Rolling Stone), ha una figlia di 7 anni, e per il Corriere della Sera ha raccontato l’Expo direttamente dagli spazi di Rho Fiera. Sul suo sito personale, amargine.it, si racconta così: «Faccio interviste e scrivo articoli che parlano di musica per certi giornali. E non vi dico altro, perché quelli che nelle bio mettono roba tipo bevo il té coi digestive – ho due gatti chiacchieroni – sono juvenmilaninterista da sempre, dovrebbero ammalarsi».

Lei per chi tifa?
«Milan sempre e comunque».
Qual è la sua Milano?
«Sono nato e cresciuto alla Comasina, e lì sono rimasto. Non riesco a trovare un solo motivo per andare a vivere altrove».
Com’è stato crescere da quelle parti?
«Interessante. Quando ero un ragazzino era un posto da duri, dove ti sgrezzavano subito le velleità, se ne avevi».
Ha più preso o più dato?
«Ho preso un sacco di botte. Ma dopo un po’, anche se ero un ragazzino di buona famiglia, mi sono ritrovato a darle anch’io. Ho imparato i trucchi. E i colpi bassi, che servono. Perché i pugni nei film fanno allegria, però in faccia fanno male».
Buona famiglia nella Comasina degli anni ‘60-’70?
«Certo. Ma solo nel senso di gente perbene, non benestante. Se fosse stato così sicuramente non sarei nato e cresciuto in quel quartiere».
Gli amici d’infanzia, e di botte, di quegli anni li vede ancora?
«Qualcuno sì. Molti sono morti d’eroina, altri sono finiti in prigione, altri ancora ho continuato a frequentarli per anni. Si era creato un legame particolare: noi contro il resto del mondo. A lungo la Comasina è rimasta lontana e isolata, malvista da tutti, anche dalle altre periferie».
Per via della mala, Renato Vallanzasca, la Banda e tutto il resto?
«Certo. Vallanzasca – da noi per anni una figura leggendaria – ci ha regalato una certa rispettabilità: grazie a lui tutti pensavano che quelli della Comasina era meglio trattarli bene… Anni dopo, però, quando lo incontrai per lavoro, Renèe mi disse che lui era di via Porpora, dalle parti di Lambrate, e gli dava fastidio essere associato alla Comasina. “Io ero venuto nel vostro quartiere”, mi spiegò, “per formare sgherri, visto che non sapevate fare altro…”. Oggi è tutto diverso: la Comasina è un quartiere grazioso, verde, con la metro che in dieci minuti porta in centro. È venuta a viverci anche gente di un certo livello sociale. Ogni tanto succede qualcosa di losco, ma come accade ovunque».
La lezione più importante imparata alla Comasina?
«Uhm. Forse quella di essere, d’istinto, ostile a tutto ciò che è artefatto».
Se i suoi compagni hanno avuto non pochi problemi, lei che fine ha fatto?
«Ho avuto la possibilità di studiare: prima il liceo Scientifico e poi Scienze politiche, indirizzo Diritto internazionale. Ho provato a fare il concorso per iniziare la carriera diplomatica, però con la dilpomazia mi è andata male. Così a 25 anni ho iniziato a scrivere per La Notte, il quotidiano più scarso di Milano, ma che per me e tanti altri è stata una scuola fantastica. Libero, il Giornale, Il Fatto hanno ripreso alla lettera il modo aggressivo e popolare di fare i titoli della Notte, che chiuse per sempre nel ’98. Io c’ero. Forse è colpa mia…».
Madeddu, quand’è che Milano dà il meglio?
«Nel dare opportunità Sembra retorico ma è vero: anche chi si lamenta è qui perché ne ha avuta una. Io farei a botte per questa città, ricordandomi ovviamente del ragazzino della Comasina che ero…».
Adesso a chi le darebbe?
«Non sopporto gli snob e quelli che coltivano l’aspetto depressivo e neorealista della città. Non ho mai sopportato, per fare un esempio, la canzone Sapessi come è strano innamorarsi a Milano: per me è normalissimo! Amo anche il ritmo e la musicalità di Milano».
Che vuol dire?

«Cito i Jefferson Starship: abbiamo costruito questa città sul rock and roll. Che poi vuol dire che va sempre avanti, spacca, non molla mai».
Perché?
«Perché è fatta a strati, ci sono due milioni di persone che, arrivando dall’Italia e dal mondo, cercano di fare ogni tipo di attività e in tanti – in un modo o nell’altro – ci riescono. C’è di tutto a Milano. È la città del crimine, come dicono Fabri Fibra e Giò Pequeno, ma anche quella che ride e si diverte, come cantava Lucio Dalla».
La crisi di questi anni quanto l’ha depressa?
«Mah! Si sale, si scende. Se vuoi divertirti, accomodati. Se vuoi deprimerti, idem. Il problema è che se qui piove per un giorno, salta fuori la lobby di chi dice che piove sempre. Un atteggiamento negativo e pessimista che fa da ombrello perfetto per tutte le proprie mancanze e fallimenti. Milano è l’unica città d’Italia dove si permette a tutti di parlare male ed essere insofferenti e spocchiosi. Altrove caccerebbero chiunque in malo modo, il milanese invece lascia fare. Ha anche perso un po’ della sua identità per fare spazio a quella degli altri».
Quindi è la città più italiana di tutte?
«Sì. Di tutti quelli che la schifano penso che forse hanno un problema con l’Italia perché Milano “è” l’Italia. Accoglie e offre come nessun’altra città. Roma è bella, ma è divisa in caste. Per certi versi, inaccessibile».
Il milanese, però, si lamenta sempre di Milano.
«Perché ha capito il trucco. Ne parla male per poi caricarsi e fare di tutto per cambiarla. Per farlo è disposto anche a prendere schiaffi, a sbagliare, a rendersi stupido. Non ha paura di corso Como, del ridicolo di certi aspetti modaioli, degli hipster… Fanno parte del pacchetto. E a loro modo tornano utili, anche loro danno qualcosa. Roma e Napoli sono sempre le stesse, Milano no. Un limite semmai ce l’ha quando tenta il paragone con le grandi capitali europee. Sbagliando, perché non lo è mai stata e perchè ha una sua ragione d’essere diversa. Dovrebbe liberarsi dei soliti luoghi comuni, piuttosto, quelli fanno solo danni»
Il più fastidioso?
«Mi viene in mente la serie tv di Sky 1992, quella “nata da un’idea di Stefano Accorsi”. È mai possibile continuare a raccontare Milano in quel modo? Quanto piace, raccontarla – superficialmente – come città superficiale? Quando invece…».
Invece?
«Questa città ha una strana ed eroica disponibilità a sacrificarsi. Milan e Inter, per dirne una, ogni tanto pensano di abbandonare San Siro e costruire un nuovo stadio. Non penso che a Manchester lo farebbero mai con l’Old Trafford. È probabile che sotto sotto noi milanesi siamo anche un po’ buddisti… Non ci attacchiamo troppo alle cose. Siamo disposti anche a rinunciare a quello che siamo stati. Pensi ai romani, invece, che sono rimasti all’Impero…».
L’Expo vista da dentro com’era?

«Italianissima: disfattismo, paralisi, scetticismo… Poi, non si sa come, si vincono i Mondiali. Secondo me, negli ultimi vent’anni, per colpire Berlusconi, siamo stati bravissimi a distruggere quasi tutto il resto».
Con la crisi che c’è nell’editoria le piace ancora il suo lavoro?
«Nonostante tutto, quello che faccio mi piace ancora tanto: guardare e raccontare era ed è un privilegio».
Com’è la vita di un giornalista che passa per rompiballe?
«Con i giornali e le redazioni sono naturalmente portato a scontrarmi, ma pazienza. È faticoso, ma è l’unico modo di lavorare che conosco. Faccio solo articoli che mi somigliano, non posso fare diversamente. Sia chiaro: non voglio mettermi in evidenza né fare la voce fuori dal coro, detesto chi attacca qualcuno per cercare consensi, e non mi piace andare a caccia di like».
Chi sono gli intoccabili della canzone italiana?
«Tanti. In fondo, tutti hanno dei fan  pronti a insorgere. Il primo, è Vasco Rossi. Nel 2008 ha invitato i suoi fan ad attaccarmi su Facebook».
Risultato?
«Fa un certo effetto ricevere mille insulti in un’ora. Facebook era agli inizi e non ero pronto per queste cose».
Che cosa aveva scritto?
«Premetto che sono cresciuto a pane e Vasco, lui in passato ha fatto cose bellissime e ha veramente interpretato in maniera unica il rock in italia».
Va bene, poi?
«Per Rolling Stone avevo iniziato la recensione de Il mondo che vorrei scrivendo che la buona notizia era che non faceva schifo… Lui ha risposto un po’ piccato. Per me, nessun problema: io ho detto la mia, lui la sua. Però su Facebook. Non mi sono scandalizzato per gli insulti, ma lì ho visto come i social network hanno iniziato a condizionare il nostro ambiente già nervoso di suo. A me non frega niente, ma capisco come ad altri questo trattamento possa insegnare a scrivere coi guanti».
Oltre a Vasco, chi sono gli altri a essersi incazzati?
«Il nemico storico di Vasco: Ligabue. Quando Rolling Stone tre-quattro anni fa voleva intervistarlo mi fu comunicato che era meglio che non fossi io a farlo».
Che cosa era successo?
«Poco prima avevo scritto un’intervista a Riccardo Bertoncelli, nume tutelare dei critici musicali italiani, chiedendogli perché pubblicasse un terzo libro su Ligabue. L’intervista cominciava così: “Maestro, ancora Ligabue?”. Lui diede un’occhiata solo a queste tre parole, e non la prese bene. Mi chiamò Riccardo Vitanza, il suo addetto stampa, per comunicarmi il suo – come dire – risentimento. Mi invitò a incontrarlo in Emilia, per conoscerlo meglio. Gli risposi che a me sembrava già di conoscerlo a sufficienza, però dissi che per me andava bene. Poi non mi invitò affatto, ma preferisco così – non è bene farsi ospitare da una star – e poi cosa significa “conoscere meglio” un artista? Se poi, conoscendolo di persona, cambio idea su di lui, qualcosa non ha funzionato. Con me, o con Ligabue».
E Jovanotti?
«Non lo intervisto da più di un decennio, e credo di essere l’unico, visto che è apparso praticamente ovunque: è intelligente, piacione e dove lo metti sta. Avrei voluto chiedergli cosa pensa, davvero, uno che va bene a tutti. Secondo me fra una decina di anni si candiderà a qualcosa in politica: una roba tipo ministro dei Giovani».
Da milanista può dirlo: chi, fra i tanti cantanti in scena a San Siro in questi anni, l’ha in qualche modo profanato?
«Biagio Antonacci. Interista e lagnoso! Però, la fede calcistica non c’entra, è una questione rigorosamente musicale: lui per me è il peggiore in assoluto. Sono contento, invece, che sia stata Laura Pausini la prima donna a cantare a San Siro, in fondo era giusto. Comunque sia, la vera profanazione di San Siro c’è tutte le volte che viene la Juve e non le prende».
Due canzoni che raccontano bene la Milano di oggi?
«L’ultimo giorno d’inverno di Niccolò Agliardi e Amo Milano di Dargen D’Amico, perché piaccia o no l’hip hop è la colonna sonora della Milano di questi anni».
Sua figlia che cosa ascolta?
«Shakira, Giusy Ferreri, Elio e le Storie Tese, Jovanotti… Poi stravede per Renato Carosone e Fred Buscaglione. Non sono strettamente milanesi, ma forse proprio per questo, lo sono. Ma poi, a prescindere, musicalmente è tutta salute».