PIETRO MEREU
Milanese di Lanusei, 43 anni, autore Tv

I DRINK, I MASSONI DI ROMA, IL TOUR DA DISOCCUPATO IN AFFITTO

PIETRO MEREU

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Sardo di Lanusei, in provincia di Nuoro, Pietro Mereu è un autore tv – al momento firma il docu-reality Anime in ballo su Real Time – e un regista di documentari – suo il recentissimo Giù le mani dall’Ogliastra, contro il depotenziamento dell’ospedale e del tribunale di Lanusei – è un single senza figli, ha 43 anni, e con Milano non ha avuto sempre un rapporto facile. Infatti dopo otto anni passati in città, dal 2007 al 2010 è andato a Roma, poi è rientrato in Sardegna e infine è tornato a Milano. Per restarci.

Quando è arrivato in città?
«Nel 1999, a 27 anni. A Milano c’era già il primo dei miei due fratelli che oggi vivono qui. Fa il giornalista e all’epoca si occupava di moda, oggi soprattutto di bellezza».
Fino a 27 anni che cosa ha fatto in Sardegna?
«Ho avuto una vita scolastica molto incasinata, quindi dal diploma in poi ho sempre lavorato nell’impresa edile della mia famiglia, che poi è fallita. Per fortuna non ho mai smesso di coltivare le mie vere passioni: teatro, cinema, poesia. Ho anche studiato lirica per tre anni, da tenore. Diciamo che sono sempre stato smanioso, sono entrato in molti “mondi” senza mai esplorarli fino in fondo. Solo adesso, alla tenera età di 43 anni, ho capito di avere una doppia anima: frivola e seria. Mi piace lavorare in Tv e fare documentari su temi importanti».
Quando nel 1999 è arrivato a Milano che cosa si è messo a fare?
«L’agente immobiliare, anche se sognavo di fare cabaret. Volevo mettermi in mostra, così iniziai a frequentare il laboratorio Scaldasole assieme a comici veri come Geppi Cucciari e i Pali e Dispari. Senza grandi risultati, devo ammettere. Non ero molto portato. Avevo anche gli attacchi di panico…».
Paura del palcoscenico?
«Più che altro terrore di continuare a fare l’agente immobiliare, non era proprio la mia strada. Nel 2001 mi iscrissi alla Scuola Civica di Cinema, quella in viale Fulvio Testi, corso di due anni, e dopo un po’ iniziai a realizzare piccoli documentari. Al termine della Civica mi presero anche come autore di Camera Café, una sitcom di Mediaset. Ma durò poco, ero un provinciale indisciplinato e immaturo. Milano mi piaceva troppo».
In che senso?
«L’aspetto cazzaro di Milano l’ho fatto subito mio, anche troppo. Ho perso un sacco di tempo con le feste, le donne, i drink… Per 3-4 anni non ho fatto altro che andare in giro per locali, discoteche, bar».
Poi?
«Dopo aver lavorato un po’ come autore, soprattutto due anni con Piero Chiambretti a Markette, stanco di questa città nel 2007 me ne sono andato a Roma lavorando come pr per un parrucchiere, vendendo pubblicità, organizzando serate ed eventi di ogni tipo. All’epoca mi sembrava di sprecare energie, ma crescendo, e raddrizzando il tiro, tutte queste esperienze mi sono tornate utili. Ho lavorato anche per il tesoriere del Grande Oriente d’Italia, un anziano massone che per tre mesi mi ha stipendiato per rappresentarlo alle cene, alle feste, ai convegni. Diciamo che ho visto un mondo un po’ bizzarro. Poi ho fatto il portaospiti per T9, la Tv del gruppo Caltagirone. Dopo tre anni a Roma, però, ho detto ancora una volta basta».
Cioè?
«Ho deciso di tornare in Sardegna, mi sembrava di aver sbagliato tutto. Prima però giro il documentario Disoccupato in affitto, che poi ha avuto un discreto successo».
Di che cosa si tratta?
«Assieme a Luca Merloni sono andato per quaranta giorni in giro per nove città d’Italia con un cartello al collo su cui avevo scritto: disoccupato in affitto. Per cercare lavoro e vedere che cosa succedeva».
Che cosa è successo?
«Di tutto. Grande solidarietà, tanta diffidenza, pochissime offerte concrete. Distribuito in 25 sale, costato 5 mila euro, mi ha fatto capire che non ero malaccio. Mentre giravamo a Napoli è successo anche qualcosa che mi è sembrato un segnale importante. Mi hanno regalato una maschera di Pulcinella da mettere sul cartellone, che poi all’improvviso si è rotta, ed è stato un po’ come cambiare vita: avevo finalmente tolto la maschera e trovato me stesso».
In Sardegna che ha fatto?
«Ho preso una discoteca in affitto… Poi, come spesso succede quando uno molla il sogno che ha sempre cercato di realizzare, hanno iniziato a chiamarmi per altri lavori in Tv. Così dopo quattro anni sono di nuovo approdato a Milano».
Novità?
«La prima, la più importante: sono maturato. Non faccio più cazzate. Così sono finalmente riuscito a sfruttare al massimo le opportunità che può darti una città concreta come Milano. Qui si possono fare tante cose, a Roma no. Ho iniziato a fare l’autore Tv per Magnolia, una società di produzione televisiva molto importante, un documentario sui centenari sardi. i pescatori di ricci, nei prossimi mesi ne farò un altro sui fantini, mondo pazzesco e bellissimo».
Dove si potranno vedere questi documentari?
«Per ora il mio distributore li ha venduti in Germania, Russia, Texas…».
La cosa che più l’ha sorpresa in questo secondo giro di Milano?
«L’educazione e la pragmaticità, la gente “scoppiata”, il fatto che sono tutti, o quasi, schermati».
Che cosa intende dire?
«Lo sviluppo tecnologico ha bloccato la comunicazione fra le persone in carne e ossa. È assurdo, è banale da dire, ma è così. Ormai vivono tutti con la testa dentro i telefonini».
Amici a Milano ne ha?
«Sì, anche se ho riscoperto molto i miei fratelli. Per me la famiglia innanzitutto».
La marcia in più di Milano, se c’è?
«Qui puoi realizzare quello che vuoi, o almeno puoi provarci. Per noi che veniamo da fuori, noi che siamo una parte importante della forza di Milano, è una cosa mai sfiorata prima: avere una possibilità…».
Nuovi progetti?
«Un documentario sulla moda e il mio primo lungometraggio».
Che storia è?
«Quella di un italiano pieno di debiti che per necessità finge di essere uno zingaro, va a vivere in un campo, e scopre che quella vita non è tanto male».
Milano è per sempre?
«Non lo so. Perché no?».