JOSÈ RICARDO MOSSA AGUILERA
Milanese di Santa Tecla (El Salvador), 20 anni, programmatore informatico

LE GANG, GLI IMMIGRATI E I MIRACOLI (A MILANO) DELL'ITALIANO

Josè Aguilera

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

José Ricardo Mossa Aguilera è un ragazzo di 20 anni, nato a Santa Tecla, cittadina di 140 mila anime a 15 chilometri da San Salvador, la capitale di El Salvador. Per sei anni – dai 13 ai 19 – non ha visto sua madre Carolina, venuta a Milano per fare la colf e cercare di guadagnare quattro soldi per vivere, e farlo vivere, più decentemente. José è rimasto con la nonna e le zie. Poi, nel 2014, è venuto anche lui qui. A Santa Tecla non c’è solo la miseria a rendere ogni singolo giorno uno schifo, ci sono anche i ragazzi delle gang che ti sparano in testa per un telefonino. O una ricarica. José e sua madre adesso vivono in un appartamento a Lorenteggio, con il nuovo marito di lei e tre cugini. Maria ha il permesso di soggiorno di lunga durata, Josè spera di averlo presto. Per sentirsi, per essere, sempre più milanesi. Josè fino a un anno e mezzo fa in italiano sapeva dire solo “Ciao”, adesso parla benissimo e – nella stessa scuola serale che ha frequentato vicino a piazzale Segesta – insegna agli altri immigrati. A Milano succede anche questo, per fortuna.

Com’è andata con sua madre?
«Otto anni fa, a 30 anni, mamma ha preso la decisione drammatica di venire in Italia, a Milano, per cercare di migliorare la nostra vita. Faceva le pulizie nell’ufficio della dogana, il suo capo la maltrattava, i soldi erano pochi. Per sei anni, senza più vederla, ho vissuto a casa di mia nonna con le mie zie. Poi, appena possibile, sono partito anch’io e ci siamo finalmente ritrovati».
Suo padre?
«Lui non c’è mai stato, vive a San Salvador, non lo vedo e non lo sento da anni. I miei tre fratelli, che mio padre ha avuto da un’altra donna, sono più grandi di me e hanno da tempo le loro vite. Dopo aver messo da parte i soldi necessari per l’aereo, mamma è andata a Madrid, e da lì si è spostata in treno a Milano. Non aveva amici e non parlava la lingua, sapeva solo che qui c’era lavoro».
Come si è organizzata a Milano?
«Da quello che so, e non ha mai voluto raccontarmi tutto, a Milano ha conosciuto un salvadoregno che d’inverno l’ha aiutata e non l’ha lasciata dormire per strada. Le ha dato una stanza con un letto. Poi ha iniziato a fare le pulizie, e piano piano da clandestina è diventata un’immigrata regolare».
Adesso che fa?
«Sempre le pulizie, ma le piacerebbe aprire un bar. In futuro, però, adesso non abbiamo i soldi».
Lei a Santa Tecla che vita faceva?
«Una brutta vita. Avevo tredici anni quando mamma è andata via, avevo bisogno di lei. Sono andato a scuola, ho un diploma di programmatore informatico, ma ho corso anch’io il rischio di perdermi. Il problema lì è la mancanza del lavoro, la sicurezza, e la droga, ovviamente. A Santa Tecla, come nel resto del Paese, c’è la legge del più forte: i criminali di ogni età fanno quello che vogliono. Ogni giorno ci sono aggressioni, furti, rapine. Vedere un cadavere per strada è normale, la situazione è fuori controllo. Un pomeriggio davanti a casa, per rubarmi un cellulare da quattro soldi, un ragazzo mi ha accoltellato al braccio e minacciato con la pistola. Se non glielo avessi dato mi avrebbe ammazzato. Ecco perché lì non ci tornerò. Voi non ve ne rendete conto, ma questo è il paradiso. Si può camminare per la strada, prendere bus o metro, senza fare brutti incontri o trovare qualcuno, strafatto o ubriaco, che ti chieda soldi con una bottiglia rotta in mano».
Quelli delle gang sono anche a Milano.

«Io non li ho mai visti, ma ho letto dell’aggressione al controllore del treno con il machete. Una follia. Ecco, cose del genere lì succedono tutti i giorni…».
Che lavoro fa qui?
«Barista a richiesta per feste ed eventi, un lavoro che mi piace perché amo stare in mezzo alla gente. E poi collaboro con un’azienda come programmatore informatico».
Riesce a essere autosufficiente?

«Non del tutto, mi aiuta ancora mamma. Almeno per un altro po’ di tempo vorrei continuare a studiare informatica e lavorare. Il mio futuro lo vedo in questi due mondi: informatica o ristorazione. Spero di sistemarmi».
Come sono stati i primi tempi a Milano?
«Difficilissimi. Non parlavo una parola d’italiano ed ero un illegale che aveva paura di essere fermato dalla polizia. Vivevo nella paura di essere cacciato».
Qual è adesso la sua posizione?
«Grazie a mia madre adesso ho un regolare permesso di soggiorno, e con le nuove quote sui flussi dovrei stare tranquillo».
Che cosa sapeva dell’Italia prima di venire?
«Niente. I nomi di qualche calciatore, e basta. Da quando parlo la vostra lingua per me è cambiato tutto: ho scoperto un bel Paese, una città moderna, gente disponibile e generosa. I milanesi sono brave persone. Se, ovviamente, uno si comporta bene».
Come ha imparato la lingua?
«I primi sei mesi a Milano dicevo solo “Ciao”… Allora mamma ha visto in internet il sito della scuola di Alfabeti Onlus (in via Abbiati 4, ndr), abbiamo chiamato, e siamo andati a chiedere informazioni. Era novembre 2014. In sei mesi ho imparato tanto, la scuola mi ha fatto diventare un’altra persona. Ero timidissimo, stavo sempre zitto, parlando la lingua mi sono sbloccato completamente. Tutto merito dei volontari che gratuitamente aiutano tanta genta come me. I miei due insegnanti ogni giorno mi mandavano mail con consigli per migliorare. Mi hanno fatto anche leggere I promessi sposi di Alessandro Manzoni, libro difficile ma bellissimo».
Adesso insegna anche lei?
«Sì, dal lunedì al giovedi. Com’è giusto che sia, restituisco quello che ho avuto. Due giorni faccio affiancamento con un maestro, altri due faccio lezione. Si tratta di insegnare le basi linguistiche per vivere meglio, quelle che hanno dato a me. Che devo ancora migliorare tanto».
A scuola chi segue le lezioni?
«Gente da tutto il mondo. Ho fatto amicizia con due cingalesi, una russa, un nepalese… C’è una bella atmosfera, non ci sono mai problemi, né religiosi né di altro tipo. Le culture diverse sono belle, è interessante parlare e raccontarsi. Gli altri a me sembrano una ricchezza, non mi fanno paura».
Si è fidanzato?
«Non ci penso, per ora. Devo prima sistemarmi».
E sua madre?
«Lei si è risposata con un salvadoregno. Si sono fidanzati otto mesi dopo il suo arrivo in città».
In futuro vi piacerebbe tornare a El Salvador?
«Ogni tanto, in vacanza. Per vivere vorremmo restare qui».
Che cosa farebbe vedere a un amico di El Salvador che viene per la prima volta a Milano?
«Il Castello Sforzesco, che sembra preso da una favola. E il Duomo. Per voi è normale, ma è un posto scioccante, bellissimo, che fa venire i brividi anche se io sono ateo».
Sua madre?
«No. Lei è cattolica. A Natale mi ha regalato la Playstation 4. Amo i videogiochi, anche se un acquario è più bello».
Quale ha visto?
«Quello di Genova, l’altra città che conosco dell’Italia. È un posto bellissimo. Non avevo idea che potessero esistere posti così. È bellissimo. Ho scattato almeno 150 foto. Una cosa incredibile, tutti quei pesci».
A un coetaneo italiano che cosa si sente di dire?
«Che è fortunato. Ma lo sono anche tutti i salvadoregni che spesso si lamentano di Milano e dell’Italia. Hanno la memoria corta. A loro dico: perché siete qui? Tornate indietro e fate il confronto».
Si lamentano per quale motivo?
«Il lavoro. Quello, però, non viene a bussare alla tua porta. Bisogna impararne uno e bisogna anche sapere la lingua. Ai salvadoregni che sono qui spesso non piace il fatto di dover studiare per impararla. È assurdo».
Tanti pregiudizi?
«Sì. La verità, però, è che spesso è colpa nostra. I latini non di rado si ubriacano, fanno casino, sono violenti. Non si sanno comportare. Bisogna accettare le regole del Paese che ti ospita. Detto questo, per onestà, a noi piace tanto lavorare e sappiamo fare tutto, non solo le pulizie. Siamo qui. Metteteci alla prova».