SERGIO SPACCAVENTO
Milanese di Trani, 40 anni, mitomane

Il CARABINIERE, IL CREATIVO E I POLITICI FATTI DI MERDA (A FIN DI BENE)

Sergio SPACCAVENTO

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

«Ciao, non mi conosci ma seguo e apprezzo iMILANESIsiamoNOI, e in quanto residente a Milano, ma molfettese, mi candido per la tua rubrica con estrema supponenza. Sono un pubblicitario, un autore di tv, radio e cinema, un docente di comunicazione e umorismo. E ovviamente sono un mitomane».  Quello che avete appena letto è il messaggio inviato pochi giorni fa da Sergio Spaccavento, 40 anni, milanese di Molfetta – nato, però, a Trani – che mi ha incuriosito non poco. Innanzitutto, Spaccavento si presenta così – in inglese – anche sul suo sito, ma di lavoro fa veramente tutte le cose che dice di fare. È un milanese adottivo sveglio, interessante, paraculo quel tanto che basta. Cominciamo chiarendo la faccenda del mitomane.

Perché si è definito così?
«Faccio così tante cose contemporaneamente che a volte, quando incontro persone che non conosco, ho la sensazione che mi prendano per un cazzaro. Un mitomane».
Un po’ cazzaro, però, lo è?
«Certo, ci mancherebbe».
Che cosa fa?
«Sono socio e direttore creativo esecutivo dell’agenzia pubblicitaria Conversion, sono autore comico per la Tv – Mtv, Rai3, Italia 1, La7, All Music – la radio – Lo Zoo di 105, lo show più ascoltato di Radio 105 – e faccio parte della squadra che ha scritto il film Italiano medio di Maccio Capatonda (sta lavorando anche al secondo, ndr). Inoltre insegno comunicazione allo Ied e alla Naba e giro per il mondo partecipando a convegni e concorsi legati al mondo della pubblicità, della comunicazione e della comicità».
Di che si lamenta?
«Di niente, anzi. Sono felice e soddisfatto. Mi dispiace solo essere un po’ vigliacco. Tutte queste carriere non le lascio per paura che qualcosa vada male».
Le succede spesso?
«A volte. Soprattutto quando, lavorando troppo, non ho tempo di rubare idee alla vita. Ricordo il risultato imbarazzante di un cartone animato a cui tenevo molto».
Quando è arrivato a Milano?
«Nel 2000. Venivo da Perugia».
Perugia?
«Sì. Volevo fare il carabiniere…».
Che c’entra con il resto?
«C’erano stati gli attentati a Falcone e Borsellino, mi feci prendere dal romanticismo, dalla sete di giustizia e dalla voglia di cambiare il mondo, e provai a entrare all’Accademia militare di Modena. Non mi presero, tornai in Puglia e mi iscrissi a Giurisprudenza, a Bari. Passai qualche esame, ma capii al volo che non faceva per me, così nel ’96 mi feci coraggio e andai a fare il servizio militare con la Guardia Costiera, a Gallipoli. L’anno più bello della mia vita».
Addirittura?
«Il servizio era bello e gratificante, mi sentivo utile, i compagni erano in gamba. Al termine, a 21 anni, tornai a Molfetta senza sapere che cosa avrei fatto dopo».
E quindi?
«Comprai un libro di orientamento e feci la scoperta che a Perugia avrei potuto studiare pubblicità. Andai, mi piacque e quasi subito iniziai a lavorare facendo volantini e pieghevoli per locali, parrucchiere, amici… Nei tre anni di studi feci lo stagista a Varsavia, in Polonia; a Vilnius, in Lituania; a Milano, alla Pirella Goettsche Loewe. Poi, alla fine, un’altra agenzia mi fece un’offerta e da quel momento non mi sono più fermato».
All’inizio come le sembrò Milano?
«Non avendo il portafogli pieno i primi tempi furono duri. All’epoca la città era ancora molto provinciale, andava bene qualsiasi cazzata – a tavola come in un museo o in un ristorante – tutto era caro e nessuno si lamentava. Adesso è molto migliorata, è veramente europea. Milano se sei in gamba, volenteroso e positivo ti dà la possibilità di realizzare sogni, creare spazi, consolidare amicizie. Per quanto riguarda il lavoro, quello che ho fatto qui, altrove – in Italia – non sarei mai riuscito a farlo. Vale anche per la scrittura comica».
Come ha iniziato in questo campo?
«Non mi è mai piaciuto muovermi in un unico ambito, così una decina di anni fa ho iniziato a fare l’autore per Maccio Capatonda e a scrivere per la Tv testi che venivano commentati dalla Gialappa’s Band».
Milano offre tanti spunti comici?
«E una miniera d’oro. C’è di tutto, basta fermarsi a guardare e ascoltare, cercare un punto di vista laterale, e contaminare in maniera libera e attenta».
Per stringere?
«Prendere un po’ dall’imprenditore pugliese che qui lavora con tutti il mondo ma ha un accento pazzesco, dalla milf che si fa migliaia di selfie in impeccabile posa Blue Steel, dall’artista bulgaro che fa la mostra con le immagini dei cani che saltano… Roba così».
Non ha mai mai pensato di passare dall’altra parte e fare il comico?
«No, mai. Sono un pessimo attore e non ho questa vanità. Però mi piace salire sul palco per fare lezioni di multimedia e humour nella comunicazione».
La cosa di cui vai più orgoglioso?
«Il film di Maccio Capatonda, i premi, le risate regalate… L’impresa più bella della mia vita, però, è quando a Molfetta ho fatto vincere un mio allievo di taekwondo, la mia grande passione. Non parlava mai con gli altri bambini, era timidissimo e problematico, e il padre mi ringraziò in lacrime».
In pubblicità?
«L’anno scorso per Reporter Senza Frontiere ho ideato una campagna molto provocatoria: ho fatto fare con la merda di mucca i ritratti di sette politici mondiali con l’aggiunta di alcune loro frasi. A fianco c’era questo slogan in favore della libera informazione: “Perché se loro sono liberi di dire stronzate, noi dobbiamo essere liberi di dire la verità”».
Quando e come si è milanesizzato?
«Non sono mai stato un meridionale dai tempi lunghi, tutt’altro. Sono iperattivo da una vita, quindi qui ho trovato il mio habitat naturale. Non so dire di no, questo è il mio problema. Infatti sulle mani mi sono tatuato proprio la scritta “No”. Quanto errori che ho fatto per questo motivo…».
Quello per Milano, invece, è un sì per sempre?
«Sì, certo. La pensione, però, se mai l’avrò, mi piacerebbe godermela in qualche isoletta sperduta».