TOMMASO LAVIZZARI
Milanese di Milano, 35 anni, autore e conduttore radiofonico

IL CALCIO DI UNA VOLTA, LA MUSICA E LA RADIO FATTA CON IL CUORE

TOMMASO LAVIZZARI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Laureato in Storia e Critica del Cinema, il milanesissimo Tommaso Lavizzari – uno dei pochi ad avere genitori e nonni nati in città – è un metallaro di 35 anni. Ed è anche un oste, uno scrittore, un autore e conduttore radiofonico. Su Radio MilanInter conduce dal 2011 C’era una volta O Rei, programma a base di passioni travolgenti: il calcio di una volta, il tifo, la musica e tutto il resto. Insomma, Tommaso da bravo milanese si dà da fare parecchio. In testa, a capelli, è messo male, ma per il resto – idee e progetti – sembra Rapunzel.

Primo lavoro?
«Autore e conduttore radiofonico. C’era una volta O Rei è una creatura a cui voglio molto bene. È un gioiellino. Piccolo, ma prezioso».
Di che si tratta?
«Amore puro. Per la radio, il calcio, la musica. E il Milan, ovviamente. Sono milanista prima ancora di venire al mondo. Mia nonna nacque il 17 dicembre 1899, il giorno stesso della fondazione del Milan. Sono stato abbonato per diciotto anni e sono legatissimo alla grande storia del Milan. Per questo, adesso, non mi va bene niente…».
Torniamo alla radio.

«È iniziato tutto dopo la laurea, quando ho fatto lo stagista e il collaboratore alla Bmg Ricordi. Lì, per due anni, quindi fino al 2008, mi sono occupato di vendita online e promozione di dischi di musica classica. Poi l’azienda è stata venduta, le opportunità si sono ridotte, e a ottobre dello stesso anno, con un amico batterista, ho aperto un locale in via Vetere 9: il Sergeant Pepper’s. Qui oltre a mangiare e bere si poteva ascoltare musica dal vivo e dj-set: all’inizio tutto bene, poi con la crisi e senza nessun supporto da parte del Comune per rilanciare la vita notturna, nel 2011 siamo stati costretti a vendere. Poi è arrivata la radio…».
Come?
«Il direttore di Radio MilanInter aveva visto i dj-set che facevamo nel locale io e il mio amico Simone Salvi e dopo la chiusura ci ha chiesto di inventarci qualcosa per andare in onda. Ci abbiamo pensato un po’ e insieme a Dj Henry, grande esperto di calcio e musica, ci siamo lanciati con il progetto C’era una volta O Rei, in omaggio al grande Pelè. Semplice l’obiettivo: parlare di calcio straniero, tifo e musica. L’amico Simone dopo tre mesi si è staccato per mettersi a fare l’autore di videogiochi e io sono andato avanti con Dj Henry, coinvolgendo due persone che ancora adesso fanno parte della squadra: Francesco Menichella e Alessandro Polenghi».
Radio MilanInter come va?
«Fino al 2006, bene. Poi con la crisi è scesa da 150 mila ascoltatori al giorno a 30 mila. Insomma, se la passa male. Noi però, non faccio il finto modesto, facciamo un programma che piace sempre di più».
Come raccontate il calcio?
«Alla Renzo Arbore, citando il riferimento radiofonico che per noi tutti è il più nobile. Ci piace improvvisare, ridere e discutere fra amici. Non usiamo Internet durante la diretta per usare la memoria nostra e di chi ci ascolta, che può intervenire in ogni momento. Non siamo nostalgici ma non ci piace tradire le radici, i colori, le bandiere, non ci piacciono quelli che pensano solo alla performance o al risultato. In fondo siamo dei romantici convinti che il mondo del calcio possa anche educare a stare bene insieme. Per noi è una piccola radiografia del mondo di oggi e assieme alla musica rappresenta quella sottocultura fatta di storie e persone che è il nostro primo interesse».
Che fine farà C’era una volta O Rei?
«Siamo affezionati a Radio MilanInter, ma il sogno di tutti noi è passare a un’emittente nazionale per cambiare un po’ il linguaggio di adesso. Fra i progetti c’è anche quello di dar vita a una piattaforma web con podcast, video, articoli, foto e libri. D’altra parte l’ho già fatto con discreta fortuna: nel 2014 ho scritto con Francesco Fiorentino Surf Play, un libro su mille anni di surf e l’influenza che questo sport ha avuto in tutti i campi. Insomma, vogliamo allargarci».
Che cosa sta succedendo al Milan?
«Il Milan è una squadra del popolo, che nasce operaia e povera contro i ricconi dell’Inter. Con Berlusconi è diventato un’altra cosa, ma finché si vinceva nessun problema. Adesso, senza soldi né idee, è la fine. Meglio il Milan in Lega Pro che questa squadra e questi dirigenti che non rappresentano più i tifosi. La cosa che ci manca di più è l’anima. Senza più capitani, senza più la Fossa dei Leoni dal 2005, si è rotto tutto. Con Andrea Agnelli e Nedved, per esempio, la Juventus l’ha ritrovata. Adesso spero solo che Berlusconi venda a un vero milanista».
Milano, invece, come se la passa secondo lei?
«Benino, anche se mi piacerebbe vivere in una Milano simile a quella degli anni ’60 o ’80, quando tutto era possibile. Di sicuro adesso sta cambiando pelle per diventare un’altra cosa. Io vorrei che si modernizzasse come una vera città europea, aperta giorno e notte, e pronta a raccogliere ogni opportunità».
Andrà a votare?
«Certo. I due candidati, però, non mi piacciono. Questi due manager, Sala e Parisi, non mi sembra che conoscano le vere esigenze della città. Questi a fare la spesa ci vanno mai?».
Il suo luogo del cuore a Milano?
«La Montagnetta di San Siro. Quella è la mia zona, dove sono nato e cresciuto, e dove ancora oggi vivo. Lì ho iniziato a giocare a pallone».
È ancora un metallaro?
«Lo sarò per sempre. Da 13 a 28 anni ho suonato il basso con un paio di band. Ho anche sfiorato il successo…».
Quando?
«Suonavo il basso in un gruppo che si chiamava K-Again. Il 13 settembre 2001 avremmo dovuto partecipare a un grande festival di nu metal a Boston, in America, ma due giorni prima Bin Laden tirò giù le Torri e annullarono tutto. Fine dell’avventura».