UMBERTO MARIA CHIARAMONTE
Milanese di Roma, 46 anni, manager

IL BUSINESS, GLI SPAZZINI E IL BELLO DEL CALCETTO IN PARROCCHIA

CHIARAMONTE UMBERTO

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Il ragazzo – si fa per dire, ha 46 anni – tende alla trasversalità, allo stakanovismo, all’accumulo. Nato a Roma vive a Milano da un anno e mezzo, è laureato in Economia e commercio, è sposato, ha tre figli fra i 4 e i 10 anni. Per vivere fa il presidente di MN, agenzia di comunicazione fra le più importanti d’Italia (quarta per fatturato); il socio di Level33, una società di produzione televisiva che lavora direttamente con i brand dei clienti (al suo fianco c’è Matteo Maffucci, cantante degli Zero Assoluto, ndr); il socio di Obo Digital, società di marketing digitale; e anche il manager di personaggi dello spettacolo come Trio Medusa, Pupo, lo chef Alessandro Borghese, Giuseppe Cruciani, Lodovica Comello e tanti altri. Chiaramonte gioca anche a calcetto, tennis e pallanuoto e, non contento, allena una squadra parrocchiale di bambini. Nella foto non si vede, ma qualche chiletto deve smaltirlo lo stesso.

Perché si è trasferito a Milano?
«Il mio mondo professionale – comunicazione, spettacolo, start up e Tv – negli ultimi anni è cambiato molto e si è spostato qui. Le case discografiche hanno chiuso tutti gli uffici di Roma. Sky e Mediaset hanno spostato la maggior parte delle produzioni a Milano, e anche la Rai, che ha la sede principale nella Capitale, ha iniziato a fare altrettanto. Senza contare che la pubblicità, i centri media, la gestione dei budget di comunicazione, sono da sempre qui. Ormai su cento aziende importanti settanta stanno a Milano, venticinque nel resto d’italia, cinque a Roma. Insomma, era impossibile non trasferirsi. Il problema adesso è trovare un nuovo equilibrio alla mia azienda: a Roma ho 35 persone, a Milano 15. Dovrebbe essere il contrario».
Vista da Roma come le sembrava Milano?
«Più comoda e funzionale, gestita e curata meglio. E in effetti è così. L’altro giorno ero a Roma nel casino del traffico, in un giorno di pioggia: le buche per strada, la gente incazzata, i ragazzini con i motorini che facevano lo slalom da tutte le parti… Mi è mancata la “mia” Milàn…».
Che cos’ha Milano più di Roma?
«Sul lavoro ci sono più interlocutori, più progettualità, più concretezza. Se a Roma non interagisci con la politica, e io negli ultimi anni ho smesso di farlo perché diciamo che non ho il fisico adatto, perdi tante opportunità. A Milano si pensa, si organizza, si fa. Anche in maniera innovativa. A Roma è impossibile. Per non parlare della mobilità: certo è piccola, ma qui i mezzi pubblici funzionano davvero. Qui in una giornata puoi spostarti da una parte all’altra della città anche più volte, puoi mettere in agenda anche dieci appuntamenti. A Roma, se va bene, due».
Insomma, Milano vince su tutta la linea?
«Roma è Roma, per carità, certi suoi scorci qui non ci sono, ma per quanto riguarda le questioni pratiche non c’è partita. È un altro mondo».
Differenze maggiori fra le due città?
«Faccio un esempio: il semaforo giallo».
Che c’entra?
«Qui dura tre secondi, a Roma quindici…».
E allora, che vuol dire?
«Vuol dire solo una cosa: che c’è il tempo di fare come ti pare. Infatti a Roma fanno tutti quello che vogliono, nessuno rispetta le regole alla lettera perché ‘sta lettera è liquida… Invece, quando vivi in un posto in cui tutti si comportano in un certo modo, e le regole sono quelle e basta, prima o poi anche tu…».
Un romano che a Milano fa questa scoperta come la valuta?
«Bene. La certezza delle regole mi affascina, tanto quanto mi colpiscono i racconti dei milanesi che si lamentano del traffico. Non sanno quello che dicono, poverini…».
La sua famiglia come l’ha presa?
«Mia moglie è sarda ma milanese di nascita, e anche nell’animo, quindi bene. Idem i miei tre figli. Quello grande ha un po’ di nostalgia per Roma, ogni tanto devo portarlo giù, ma nel complesso siamo a posto così».
E con la milanesità come va?
«A parte il fatto che trovare qualcuno nato a Milano è rarissimo, ci siamo integrati velocemente. I miei figli, poi, al contrario di me che – pur facendo comunicazione – sono un timido, sono estroversi e hanno subito fatto amicizia con i loro coetanei».
Sì è milanesizzato in qualche modo?
«Non lo so. Prendo quello che c’è di buono in città, ma non tutto. I rapporti fra le persone sono più stretti e cordiali a Roma, questo è sicuro. Io, per esempio, qui vado a giocare a pallanuoto nella storica piscina Cozzi di viale Tunisia. Bene, dopo cinque mesi i giovani della mia squadra, tutti un po’ chiusi e insicuri, ancora non mi salutano… Se raccontassi questa cosa a Roma nessuno mi crederebbe».
E lei che fa?
«Li saluto, che devo fare? Io gioco da 40 anni con gente fra i 20 e i 45 anni. A Roma, dopo la partita, la regola è andare a mangiare la pizza insieme tutte le settimane. Qui se uno di questi ragazzi mi vede per strada si gira dall’altra parte».
Brutta questa cosa.
«Sono sicuro che con il tempo migliorerà. Il problema è che a Milano mancano un po’ il gusto per la battuta, l’autoironia, il cazzeggio. Per il resto, non mi lamento. Certo, non avere il mare a due passi per un pranzetto sulla spiaggia, anche fuori stagione, non è bello…».
Si organizza per il week end come (quasi) tutti i milanesi?
«No. Sto ancora esplorando la città, ma già posso dire che abituarsi a Milano non mi sembra difficile. Non so se un milanese può dire lo stesso di Roma».
Va spesso giù?
«Sì, e mi avvilisco. Che peccato… È tutto da rifare. Solo qui ho capito quanto è piacevole vivere in una città ordinata, efficiente, poco rumorosa».
Milano è per sempre?
«Chi lo sa? Per ora ci siamo organizzati per restare a lungo».
C’è un posto in città a cui si è affezionato più di altri?
«Via della Guastalla, con i giardini, e piazza Cinque Giornate».
La cosa che l’ha sorpresa di più?
«L’anno scorso, d’autunno, ci mancava poco che mi commuovessi davanti agli spazzini».
Esagerato. Perché?
«Per togliere tutte le foglie usano i ventilatori elettrici e due volte a settimana lavano la strada… Cioè usano l’acqua e il sapone disinfettante! Poco fa, mentre tornavo a casa dopo la mezzanotte della vigilia di Natale, ho visto decine di operatori al lavoro: incredibile… Per non parlare dei vigili che bloccano il traffico per fare attraversare le persone. A Roma scene simili nemmeno in sogno si vedono».
E poi?
«E poi il fermento economico e produttivo che punta a cambiare di continuo l’aspetto della città, tramite negozi e attività sempre nuove. Qui buttano giù un palazzo e ne fanno un altro nel giro di tre mesi».
La cosa piu divertente?
«Allenare la squadra dell’oratorio che frequenta mio figlio, San Silvestro e Martino, in zona Porta Romana. La squadra si chiama Vittoria Junior/Under 12 ed è iscritta al campionato parrocchiale di squadre a 7».
Ci capisce?
«Abbastanza. Ho giocato a calcio a 5 in Serie B e ho allenato una squadra di calcio a 5 in serie C. Ragazzini, però, è la prima volta. Mi entusiasma il fatto che il martedì, alle 18, quando ci sono gli allenamenti, spengo il telefonino e non ci sono per nessuno. Non succede mai».
I genitori dei piccoli calciatori milanesi rompono le scatole?
«No. Per ora mai successo».
Ha il figlio in squadra?
«Certo. Ma lo faccio lavorare più degli altri».
Sempre titolare?
«È bravo, ma devo far giocare tutti: è sempre il primo a uscire»
Quanti sono?
«Venti in tutto, ne convoco tredici a partita – sette in campo, sei in panchina – e si divertono sempre. Siamo secondi».
La seguono, allora.
«C’è chi ascolta di più, chi meno. È normale».
Tutti italiani?
«Quest’anno, sì. Tranne uno: brasiliano. Non so se mi spiego».