VITTORIO GRASSI
Milanese di Busto Arsizio, 47 anni, architetto

IL VIGORELLI, GLI EDIFICI DOMOPACK E LE AUTO SUI MARCIAPIEDI

VITTORIO GRASSI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

L’architetto Vittorio Grassi, milanese di Busto Arsizio, classe 1968, è uno di quegli italiani che, girando il mondo per lavoro, riescono ancora a fare la differenza e a dare un senso a una certa idea di italianità seria, creativa e di successo. Nella città dove vive e ha studiato, al Politecnico, Grassi da dieci anni ha un studio avviatissimo che dà lavoro a dodici persone. È qui che lo abbiamo incontrato, è qui che ci racconta un po’ di sé. Senza, ovviamente, dimenticare progetti, Milano e il resto del mondo.

Ci sono architetti in famiglia?
«No. Mio padre era direttore di banca, mia madre ragioniera del Comune. Le mie tre sorelle sono laureate una in Chimica e le altre due in Economia. Unico precedente, se così si può dire, una bisnonna molto brava a disegnare. Niente di più».
Le prime esperienze all’estero?
«Dopo la laurea andai un paio d’anni a Parigi, nello studio di Mario Cucinella, un vecchio e bellissimo atelier di Le Corbusier. Dopo il servizio civile a Milano, svolto in una scuola per ragazzi disabili, mi trasferii a Londra per studiare inglese. Dopo tanti curriculum a vuoto, e aver migliorato la lingua, trovai finalmente lavoro. La svolta, però, arrivò due anni dopo».
Come?
«Dopo aver fatto esperienza in due studi, la fidanzata genovese cominciò a fare pressioni per tornare in Italia. Per chiudere la questione, visto che volevo rimanere ancora un po’, le dissi: “Va bene. Se Renzo Piano mi prende a lavorare nel suo studio, vengo a Genova con te”. Così mandai il curriculum».
Come andò a finire?
«Renzo Piano mi prese a lavorare nel suo studio».
Ottimo impiego e fidanzata contenta.
«Certo. La storia con la ragazza, però, non durò tantissimo. A Genova, invece, rimasi in tutto nove anni, fino a diventare associato di Piano».
E poi?
«Basta. Lasciai lo studio per aprirne uno mio a Milano».
Perché a Milano e non a Genova?
«Milano è più efficiente, meritocratica, competitiva. Dieci anni fa la crisi non era ancora scoppiata, così riuscimmo a partire bene facendo anche lavori diversi come masterplan urbanistici, residenziali e di uffici. Cominciammo anche a fare concorsi e, incredibilmente, a vincerli. Non l’avrei mai detto: ho sempre pensato che dietro ci fossero dinamiche un po’ strane…».
Faccia un esempio di concorso vinto.
«Nel 2010 ci abbiamo provato a Lamezia Terme e abbiamo vinto la gara per realizzare il Palazzetto dello Sport».
L’ha anche realizzato?
«Il cantiere è aperto, lo stanno costruendo. Fra i tanti, abbiamo vinto anche il concorso per la cittadella militare della Cecchignola, a Roma. In questo caso si sta chiudendo la fase esecutiva, poi vedremo cosa vorrà fare il Ministero. Purtroppo se su dieci concorsi ne vinciamo 4-5, di questi alla fine se ne realizzano solo il 10 per cento. Dal punto di vista economico questi ultimi anni sono stati terribili».
A Milano però si è costruito tanto.
«Solo in in alcune zone come Garibaldi, Repubblica e City Life. Tutti i capitali sono andati lì, non c’è stata un’attività capillare. Soltanto da poco si vedono altrove interventi belli e importanti. Penso ai progetti per la Fondazione Prada e la nuova sede della Feltrinelli, ma anche alle ristrutturazioni di edifici storici come quelli di piazza Cordusio».
In giro per Milano che cosa c’è di suo?
«C’è il cantiere dell’Antica Ca’ Litta. A Bresso, invece, all’interno del Parco Nord c’è il ristorante aziendale del Gruppo Zambon. Spero prossimamente di avere molto di più».
Nel 2013 non aveva vinto il concorso per ricostruire il velodromo Vigorelli?
«Sì. Il concorso però è stato annullato perché nel 2013 un gruppo di nostalgici cicloamatori inviò una lettera di protesta al ministro dei Beni culturali Bray – all’epoca nel Governo Letta – che replicò con un tweet: “Non è possibile demolire la pista del Vigorelli: è un monumento!”. Così, dopo poco, scattò il vincolo monumentale sulla pista…».
Risultato?
«Semplice. L’interesse di pochi ha vinto contro l’interesse di tanti. Alla fine le velleità nostalgiche di questi cicloamatori – che non hanno i soldi né la capacità tecnica di gestire il Vigorelli, hanno avuto la meglio sugli interessi delle scuole, le società sportive, il quartiere. Cioè milanesi che erano pronti a usare in maniera diversa e continuativa una struttura rinnovata. Che uso si farà, adesso, di questo spazio? In Italia non ci sono gare ciclistiche su pista da vent’anni…».
E quindi?
«Il Comune spenderà due milioni di euro solo per scrostare la pista, sostituire qualche asse di legno, e renderla utilizzabile. Poi daranno una pitturata alla copertura e alle facciate, e rifaranno gli impianti nelle palestre. Alla fine però si faranno solo partite di football americano una volta a settimana. Niente di più perché la pista non è a norma, è pericolosa, ci vogliono assicurazione e brevetto per girarci sopra. Se ci va una persona che vuole pedalare e basta cade dopo due minuti. Il vero problema è checasi simili ce ne sono tantissimi».
Si spieghi meglio.
«Alla signora dà fastidio il cantiere di fronte a casa? Bene, fa un esposto al Tar e quasi sempre riuscirà a bloccare i lavori nonostante i permessi in regola. È così che funziona da noi».
Milano, quindi, non è tanto diversa dal resto d’Italia?
«Più o meno. In Italia il problema degli investimenti nel mercato immobiliare è che non ci sono certezze nel campo dei diritti. Di conseguenza, gli investitori stranieri fanno poche operazioni perché il rischio è troppo alto. Il ragionamento è semplice: o l’investimento rende il 300 per cento come, per esempio, in Egitto, o si opera su mercati senza rischi che garantiscano un guadagno sicuro del 10-15 per cento».
Lavora tanto all’estero, giusto?
«Sì, perché bisogna comunque differenziare e perché oltre a quello ci divertiamo, riusciamo a essere più creativi e fare bei progetti. Quando siamo liberi, non abbiamo troppe costrizioni, rendiamo meglio».
Dove?
«Lavoriamo in tanti Paesi fra cui Tunisia, Kuwait e Russia, dove – senza conoscere nessuno – abbiamo vinto concorsi a Samara, sul Volga; e a Yakutsk, nella Siberia dell’Est, un posto straordinario. Qui ho fatto esperienze preziose, nemmeno con dieci programmi del National Geographic avrei imparato tanto. Il mio socio locale, un architetto di nome Fedor, è pazzesco: ha occhi grigi da lupo e quando abbiamo firmato il contratto mi ha stretto la mano, mi ha fissato e mi ha detto: “Qualsiasi cosa tu decida, sono con te, perché se vai nella Taiga – la foresta siberiana – con un amico, hai bisogno del coltello ma se ti succede qualcosa hai solo lui”. Mi sono fidato completamente. 0ggi abbiamo un rapporto umano bellissimo».
A Milano più che lupi sono jene?
«No, però ci sono tanti fattori esterni che condizionano i rapporti e gli affari in negativo. Per esempio, non sapere chi prende le decisioni. Da noi la linea di comando non è mai chiara, soprattutto quando si lavora per le grandi aziende. Le persone tendono a non prendersi mai rischi e responsabilità, cosa che io faccio tutti i giorni».
Quante persone lavorano nel suo studio?
«Una dozzina. Quando abbiamo lavori più grandi esternalizziamo o ci facciamo aiutare da qualche collega. È la dimensione giusta perché per avere il controllo totale del progetto. Meglio pochi ma buoni».
A Milano che intervento le piacerebbe fare?
«Prima di tutto vorrei che le aree sotto gli alberi, infestate dalle macchine, tornassero a essere aiuole verdi. All’inizio di Corso Sempione hanno messo delle protezioni e lì le macchine non ci sono più. Poi mi piacerebbe piantare alberi come hanno fatto in via Paolo Sarpi: lì adesso stanno crescendo e sono bellissimi. Come in Inghilterra, il verde pubblico sulle strade dovrebbe essere curato dai condomini. Milano diventerebbe bellissima».
Le piacciono i nuovi grattacieli milanesi?
«Questi edifici sono stati pensati e progettati quindici-vent’anni anni fa e sono stati realizzati con dieci anni di ritardo, quindi non sono proprio il massimo per quanto riguarda lo stile contemporaneo… Detto questo, qualsiasi cosa di nuovo si faccia a Milano per me è un bene. Dovrebbero essercene centinaia di aree così in città. Continuerei, per esempio, buttando già le carceri. Ci sono città che tengono quelle vecchie per farci ristoranti o hotel, io però penso alla negatività che c’è dentro: chi vuole andare a mangiare o dormire in un carcere?».
Quindi San Vittore lo butterebbe giù?
«Certo. Visto che è enorme una parte potrebbe essere trasformata in museo per il legame storico con la Resistenza, il resto via. Teniamo le cose belle e utili, come il Vigorelli, il resto ripensiamolo. Le città si costruiscono su vari livelli».
Girando per Milano, che cos’altro butterebbe giù?
«Gli edifici che, inseriti in un tessuto storico, vogliono reinterpretare questi canoni in maniera moderna. Meglio il falso storico ben fatto, allora. Se potessi, poi, interverrei sulle cancellate e le inferriate delle villette di tutte le periferie italiane. Le rifarei tutte uguali. La cosa più brutta in Italia, indice anche del nostro individualismo malato, è fare sempre qualcosa di diverso dagli altri: in acciaio inox, cemento finto tronco, legno tarocco… Non bisogna per forza differenziarsi dal vicino. In Inghilterra la divisione fra le case è fatta da assi di legno messe una di fianco all’altra. C’è un’uniformità che è anche ordine. Da noi, da nord a sud, è impossibile».
Favorevole o contrario alla costruzione della moschea a Milano?
«Favorevole. Ognuno è libero di credere in quello che vuole».
Parteciperebbe alla gara per realizzarne una?
«Perché no? Quando ero da Piano progettai la Chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, mi sono già confrontato sul tema della religione».
Dal suo punto di vista che cosa dovrebbe fare il sindaco Beppe Sala?
«Vorrei che fissasse l’attenzione sull’estetica di Milano. L’aeroporto, per esempio, non mi sembra proprio la porta ideale di una città fondata sul design, il lusso, la qualità. Sala, poi, dovrebbe anche istituire competizioni meritocratiche coinvolgendo nella Pubblica Amministrazione professionisti in grado di distinguere architettura bella e architettura brutta, cosa è utile alla città o cosa non lo è, saper scegliere non solo in base al grande nome. Questa perché bisognerebbe costruire una critica all’architettura più diffusa. In America quando ha fatto il Whitney Museum hanno criticato Renzo Piano senza fare sconti: “Che cos’è questa roba? Una lavatrice?”. Da quelle parti le menti sono più libere e questo è sempre un bene».
Critichi qualcuno, allora.
«Siccome il mercato adesso vuole il nome e non il prodotto, al designer – che una volta veniva sempre dall’architettura praticata – spesso viene chiesto di progettare edifici enormi. Uno di questi, uno che ha disegnato telefoni, macchine da scrivere e roba del genere, pochi anni fa ha realizzato il Centro Congressi della Fiera, cioè un inguardabile cartoccio di Domopack. Che cos’è quella roba li? Possibile che nessuno gli abbia detto che è un incidente stradale? Un designer abituato a fare un posacenere come fa a dosare un edificio con il contesto e le persone? Philippe Starck dopo un palazzo con una fiammella in cima, per fortuna ha smesso».
Il nome del designer?
«Non si può fare, andiamo…».
Se vengono in città clienti o amici dall’estero, dove li porta?
«Dipende da chi sono. Milano è una città piccola se la paragoniamo alle metropoli internazionali. A piedi in un’ora puoi attraversarla, quindi Arco della Pace, Brera, la Scala, corso Italia… A me piace anche la zona di piazza Lega Lombarda: non è storica ma è vicina al Parco, a Brera, e in piazza ci sono un’erboristeria, un parrucchiere, un egiziano che vende la pizza al taglio… Almeno dieci negozi che creano un micro-ambiente, quello del paese, dove la casa non finisce sulla soglia ma va in piazza».
Il brutto di Milano?
«Che ci si abitua sempre alle cose brutte. Quindi, togliamo le auto dai marciapiedi…».
L’auto lei la usa?
«No, vado a piedi. Alla mia età, ho bisogno di mantenermi in forma…».
Come sono i milanesi rispetto agli altri cittadini del mondo?
«È facile vivere qui. I milanesi sono socievoli, aperti, ospitali. I giovani dagli altri paesi qui vengono e si trovano bene, senza formare una comunità di espatriati, come fanno gli italiani all’estero. Noi, nello studio, abbiamo portoghesi, brasiliani, turchi, bulgari… Milano mette in contatto le persone. Io che ho un’esperienza di anni a Genova, forse la città con la popolazione più chiusa che ci possa essere, in Inghilterra, dove ci sono differenze culturali difficili da colmare, e Parigi, città abitata da persone estremamente diffidenti, posso dire che qui si sta bene. Molto bene».