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LUCA DE GENNARO ## Milanese di Torino, 56 anni, dirigente Tv

È uno di quelli che la vita se la gode, Luca De Gennaro. Da sempre ha trasformato la sua grande passione, la musica, in un lavoro. Disc jockey, giornalista, conduttore radiofonico, autore, scrittore, giurato, dirigente, docente a contratto… Luca con la musica, e per la musica, ha fatto e fa di tutto. Torinese, 56 anni, vive a Milano dal 1996. Come responsabile Talent and Music di Mtv, è stato dietro a tutto quello che di bello è successo in città – concerti, meeting, feste – in occasione della serata finale degli Mtv European Music Awards, in cartellone il 25 ottobre 2015 al Forum di Assago. Ad aprile ha pubblicato Planet Rock – L’ultima rivoluzione, dedicato alla storica trasmissione di Radio 2 nata da un’idea di De Gennaro, alla conduzione con Gennaro Iannuccilli, in onda dal 1991 al 1994.

Com’è diventato milanese?
«Grazie a Mtv, che mi offrì un posto di lavoro a partire dal primo febbraio 1996. All’epoca vivevo a Roma, anche se di nascita sono torinese. Non fu semplicissimo cambiare città un’altra volta».
Si spieghi meglio.
«Sono nato e cresciuto a Torino, dove ho vissuto fino a 13 anni. Poi mi sono trasferito a Genova, a Bologna, e finalmente – nel 1979 – a Roma. Qui prima ho lavorato per un breve periodo per piccole realtà radiofoniche locali, poi a Radio Rai. Quando Mtv mi offrì un posto di lavoro a Milano mi ero appena sposato e ovviamente mia moglie era a Roma che svolgeva la sua attività. Un bel casino».
Come andò a finire?
«Un mese dopo il matrimonio cambiare città e lavoro non fu una passeggiata. Però non si poteva fare diversamente. Se uno lavorava nella musica come me, all’epoca da più di 15 anni, e una delle aziende più importanti del mondo in questo settore mi stava offrendo un lavoro molto interessante, non potevo rifiutare. Me ne sarei pentito per tutta la vita. Oddio, poteva anche andare male, ma non potevo tirarmi indietro per restare nella bambagia di Roma. Accettai. Dopo qualche mese si spostò a Milano anche mia moglie. Ed è qui che sono nati i nostri due figli che oggi hanno 18 e 15 anni».
Il primo impatto con la città come fu?
«Conoscevo Milano solo perché c’ero stato tante volte per assistere a qualche concerto. Per il resto, l’ambiente musicale milanese è sempre stato molto lontano da quello romano. In pratica, due mondi lontanissimi che non hanno mai interagito. Lavorando per la Rai di Roma, guardavo alle radio milanesi come una realtà un po’ lontana ma importante e interessante, penso a Deejay, 105 etc. Quando arrivai a Milano e iniziai a conoscere giornalisti, discografici, colleghi delle radio, realizzai che quello che si faceva a Roma per loro era totalmente ininfluente. Non lo conoscevano e non lo consideravano. Idem il contrario. Quando raccontavo quello che facevo a Milano, ai miei interlocutori di Roma sembrava che stessi al Polo Nord. Insomma, bastava fare cinque ore di treno – oggi tre – per andare da un pianeta all’altro».
È ancora così?
«Sì, dal mio punto di vista è ancora così. Roma e Milano sono due realtà molto distanti».
Anche umanamente?
«Sì. In prima battuta Milano fu decisamente all’altezza della sua fama: fredda e chiusa. Quando arrivai, in attesa di trovare una casa, alloggiai per tre mesi in albergo. In tutto questo periodo non capitò mai, nemmeno una volta, che qualcuno mi dicesse: “Dai Luca, oggi vieni a cena a casa mia”. A Roma capitava tutte le sere».
Che cosa ha dovuto capire per metterla a fuoco meglio?
«Per esempio che qui ci sono vite di quartiere molto definite: l’Isola e i Navigli sono come paesini, oltre i quali sei di nuovo a Milano. Un po’ come New York, città enorme, ma se sei del West Village sei prima del West Village e poi di New York. E poi che questa è una città da conquistare, che ti mette costantemente alla prova. Un po’ come se ti dicesse: fammi vedere quello che sai fare. Non è previsto rilassarsi, almeno fino a venerdì sera. Lo vedo ancora adesso in metropolitana. Io la prendo la mattina alle otto e quasi sempre gli sguardi degli altri passeggeri trasmettono un messaggio che più o meno suona così: “Chi sei? Che vuoi? Che cazzo ci fai a quest’ora nel mio vagone? Perché mi rubi spazio?”. Insomma, è una sfida continua. Milano è competitiva in tutto, a volte troppo. Infatti tanta gente alla fine non regge la pressione e se ne va».
Ci ha mai pensato?
«Non mi è mai capitata l’occasione. Per tornare su quella che è un’ossessione di questa città, il lavoro, un mio amico mi ha raccontato che poco tempo fa ha cambiato azienda e per un mese – in attesa di cominciare il nuovo impiego – si è goduto questo periodo di ferie in città, facendo cose semplicissime come andare a prendere il figlio a scuola. Dopo il terzo giorno, tutti hanno cominciato a chiedergli che cosa fosse successo. Lo guardavano come un marziano: “Che ci fa qui? Perché non lavora? Qual è il problema?”. Pensavano tutti alla produttività… A Roma se ti vedono davanti a scuola di tuo figlio ti dicono: “Annamose a prende un caffè”, il resto neanche gli passa per la testa».
Va bene, ma alla fine com’è lavorare a Milano?
«Amo Roma, ho una figlia grande che ci vive – avuta da una mia precedente compagna – e tanti amici carissimi, ma lavorare e vivere a Milano è molto più comodo e proficuo. È una città piccola, pratica, disciplinata. Se devi fare più cose in un giorno ti permette di farle. A Roma è impensabile».
È vero che una volta che si è lavorato a Milano, andare via è vissuto come una specie di retrocessione?
«Sì. Possiamo criticarla per giorni, ma questa è la destinazione professionale per eccellenza. Più o meno vale per tutti i campi. Una volta che sei qui, se torni indietro, sembra una sconfitta. Una diminutio. La prima linea è qui».
È la città più italiana o la più internazionale?
«La più internazionale. Da qui passa tutto, prima che in qualsiasi altra parte d’Italia, Roma compresa, anche se negli ultimi anni per colpa della crisi molti locali e teatri importanti hanno chiuso».
Fanno un po’ ridere i milanesi quando la paragonano a una piccola New York?
«No. Io adoro New York e la mentalità che c’è qui, facendo le dovute distinzioni, è molto simile. E poi, come New York, questa è senza alcun dubbio l’unica Land of Opportunities d’Italia. Conosco tanta gente, in ogni campo, che qui è riuscita a fare con successo quello che altrove – al nord come al sud – non avrebbe mai fatto».
Rispetto al 1996 la città quanto è cambiata?
«La crisi l’ha trasformata tantissimo. Prima giravano più soldi, e di conseguenza era molto più facile fare certe cose. Fino a dieci anni fa si diceva: “Facciamo questa cosa perché è bella, poi troveremo il modo di guadagnarci sopra”. Adesso si fa qualcosa solo se si è sicuri al cento per cento che ci sarà un ritorno economico, anche minimo».
Milano artisticamente come sta?
«È sempre stata fertile come città. Musicalmente non ci sono i nuovi Afterhours e il rock milanese degli anni ’90 in genere, ma ci sono sempre tante cose interessanti».
C’è una parte della città a cui è più affezionato?
«Non ci abito, ma sono molto affezionato ai Navigli. È la zona della città che preferisco, la più bella. Qui ci sono tanti amici e locali in cui vado fare i miei dj set. Mia moglie ogni tanto mi dice che prima o poi ci trasferiremo qui, io se penso al trasloco – alle migliaia di dischi da spostare – mi prende malissimo…».
il locale a cui è più affezionato qual è?
«Il 65 MQ di via Casale, dove si suona bene, c’è grande attenzione alla qualità del suono e la gente è molto appassionata. La pista è piccola ma di grande atmosfera. Anche la Salumeria della musica di via Pasinetti è un bel posto. Come il Mag e lo Zog, entrambi a Ripa di Porta Ticinese. Ti bevi una cosa e magari ti può capitare di sentire un fenomeno che canta e suona una chitarra acustica».
Si è in qualche modo milanesizzato?
«No, mai. Non credo che Milano pretenda la milanesizzazione. Ha rispetto per lo specifico di tutti quelli che la abitano. Anche perché i pochi milanesi che conosco sono legatissimi alla loro milanesità e non accetterebbero mai un non milanese fra di loro. Questo perché i milanesi doc convivono con tutti ma non assimilano. Ovviamente vale per quei pochi che lo sono davvero e rappresentano una categoria a parte».
E gli altri?
«Per il resto, “milanese” oggi definisce un atteggiamento, non una provenienza geografica. Ci sono persone che si comportano da milanesi e altre che, pur vivendo a Milano, non lo sono. A Mtv, per esempio, ci sono tanti romani, ma nessuno ha cambiato di una virgola la propria romanità. A San Siro, dove vivo io, è pieno di pugliesi che sono rimasti tali in tutto e per tutto. Come mia moglie. I miei figli, invece, sono milanesi, orgogliosissimi di esserlo. A volte giriamo per la città e magari in un vicoletto del centro si lasciano sfuggire “Che bella Milano”, cosa che a me e mia moglie non verrebbe mai in mente di dire. L’altro giorno con quello grande ci siamo dati appuntamento a largo Cairoli, ha visto l’Expo Gate – che per me non è proprio il massimo dalla vita – e a lui è piaciuto tantissimo. Gli sembra una cosa super moderna».
La nuova Milano le piace?
«Sì. Piazza Gae Aulenti è bellissima».
Ho visto che sui social network si diverte a sottolineare con l’hashtag #fastidio, il viziaccio tutto milanese di utilizzare un linguaggio ridicolo che italianizza l’inglese pensando di essere più professionale…
«Il mio è un gioco, ma di sicuro è assurdo ricevere messaggi come questo: “Ci hanno dato un brief per un branded content on air: vorrebbero sperimentare una comunicazione totalmente unconventional”. Oppure “Ho messo giù un primo draft di brief per organizzare un pitch”. O più semplicemente “In quel contesto possiamo organizzare un cornerino tutto per noi?”. Milano è così, c’è poco da fare».
Il primo ricordo importante legato a questa città qual è?
«Ne ho tanti. Sarò scontato ma non posso non ricordare la gioia, la soddisfazione e la stanchezza alla fine dei primi Mtv Awards a Milano, al Forum di Assago, nel 1998. Andò tutto benissimo, da Madonna ai Rem c’erano tutti i più grandi. Anche quest’anno sarà così, ovviamente».
L’edizione 2015 sarà diversa?
«Il format ormai è rodatissimo, va che è una bellezza. Di nuovo c’è la Mtv Week, durante la quale – con uno spirito simile a quello del Fuorisalone del mobile – porteremo musica in tutta la città: dal centro all’Idroscalo».
Quando sarà in pensione, resterà a Milano?
«Ad arrivarci… Comunque, ho sempre pensato che questa è una città bellissima per i pensionati. Qui si possono vedere tante mostre e spettacoli, ci sono i trasporti gratis, tanti locali, corsi di ogni tipo da frequentare… In campagna, o al mare, dopo qualche mese che fai: la passeggiatina e basta?».

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andrea_scarpa