LUISA BERTOLDO
Milanese di Lisiera, 35 anni, P. R.

LA RAGAZZA DI CAMPAGNA ALLA CONQUISTA DELLA GRANDE CITTÀ

Luisa BERTOLDO comunicatrice VICENZA

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Nata a Lisiera, paese a 15 chilometri da Vicenza, studi fatti a Gorizia, Luisa Bertoldo nel 2008 ha mollato l’agenzia di pubbliche relazioni per cui lavorava da quattro anni, a Vicenza, e senza un cliente è venuta a Milano per fondarne una tutta sua. Trentacinque anni, al lavoro dalla mattina alla sera su più fronti, Luisa se l’è giocata bene. Nel mondo della moda, del design e del food, è un nome, il suo, che a Milano ricorre spesso. Compagna dell’attore Francesco Mandelli, quello dei Soliti Idioti e di tante altre avventure, da otto mesi è anche madre di Giovanna Italia (nome della bisnonna materna).

Ragazza di campagna?
«Sì, orgogliosissima di esserlo. Vengo da un paese piccolo: le nostre “glorie” locali sono una villa palladiana, che dalle nostre parti non è proprio una rarità, e Radio Oreb, emittente religiosissima tipo Radio Maria. La mia è terra è chiamata dei basabanchi, gente fin troppo credete e un po’ bigotta, ma fortunatamente a Lisiera abbiamo una bella tradizione di preti giovani, attivissimi e moderni».
Lei si sintonizza spesso su Oreb?
«No, non sono così credente. Il paese, comunque, l’ho lasciato dopo la maturità per andare a studiare a Gorizia, città poco conosciuta ma bellissima. Confesso che per studiare Pubbliche relazioni come sede avrei potuto scegliere anche Caltanissetta. Andare in Sicilia non mi sarebbe dispiaciuto, però alla fine ho scelto il Friuli ed è stata una bella scoperta».
A Milano, invece, come e quando è arrivata?
«Non dico all’improvviso, ma quasi. Nel 2008 ho aperto qui la mia società, facendo un salto nel buio da Vicenza. Ho deciso e sono partita senza clienti ma con una bella dose di adrenalina che mi ha fatto lavorare da subito con un bel po’ di persone».
Conosceva la città?
«Sì. Da Lisiera a Milano in due ore si arriva. Per anni sono venuta a trovare amici e il mio ex fidanzato che vivevano qui: per me all’epoca era come New York. C’era tutto: shopping, concerti, nuove persone da conoscere… Poi, crescendo, ci sono tornata anche per motivi di lavoro. A un certo punto, verso i 28 anni, mi è sembrato chiarissimo che se volevo fare il mio lavoro a un certo livello c’era solo una città dove avrei potuto farlo: Milano».
Era già fidanzata con Francesco Mandelli?
«No. Francesco l’ho conosciuto a una festa sei mesi prima di trasferirmi. Ma non aveva il mio numero di telefono, i social non erano così diffusi, e ci siamo persi di vista. Io non l’ho cercato, lui non sapeva come rintracciarmi. Quando mi sono stabilita a Milano, però, ci siamo ritrovati quasi subito».
Da residente il primo impatto con la città com’è stato?
«Buono. Ormai la conoscevo e vivendoci ho scoperto anche il resto:l’arte, la cultura, le novità che solo qui si trovano. Per anni ho sentito dire che è brutta, ma non è vero. Girando a piedi ho scoperto che è bella. Una delle cose che preferisco sono le corti nascoste: le puoi vedere solo se ti intrufoli in qualche portone aperto, mentre dietro i grandi palazzi scopri meravigliosi giardini segreti. L’architettura Déco di Milano è insuperabile e la adoro tanto quanto i tipici baretti anni ’70».
Torni spesso a Lisiera?
«Sì, abbastanza. Oggi è bello tornare, ma da giovane mi stava stretta. Milano è perfetta perché offre il meglio di una metropoli senza essere gigantesca e disumana. Certo, il cielo e soprattutto il verde scarseggiano. Dovremmo tutti quanti organizzarci per trasformarla un po’. Pensi a corso Buenos Aires: ha palazzi meravigliosi, ma sembra così e così. Se fosse alberato sarebbe come gli Champs-Élysées».
Le differenze fra un milanese nativo e uno adottivo quali sono?
«Forse la più importante è che se sei nato a Milano i tuoi parenti vivono qui. A me, che ho una famiglia unita e numerosissima, i miei mancano. Come tutti quelli che vengono da fuori, sono arrivata sola e ho poi ricreato qui la mia nuova famiglia. Un’altra è che nascendo qui il mondo ce l’hai a portata di mano. I provinciali come me, invece, devono cercare, trovare, scoprire… Capire».
Quanto si è “milanesizzata”?
«Parecchio. Ovunque sia faccio sempre i confronti con Milano. Se sono altrove, cammino per strada e vedo qualcosa di particolare, penso subito se c’è anche da noi. Poi ho imparato a parcheggiare ovunque, al millimetro, cosa che fa molto effetto su parenti e amici di Vicenza. E mi sono così abituata ad avere tutto, o quasi, sempre a portata di mano che mi sembra impossibile che altrove esista ancora la chiusura dei negozi la domenica o all’ora di pranzo. Ovviamente dei milanesi ho preso anche nevrosi, modi di fare, viziacci».
Tipo?
«Gli amici mi prendono in giro perché ogni tanto ho delle uscite che sembro Sharon Zampetti della Terza C… Non perché io sia snob, ma perché alla fine quel tono da sciuretta mi viene spontaneo e non so proprio da chi possa averlo assorbito. Quelli della moda, forse».
Tutto qui?
«No. Sono diventata anche un po’ arrogante. Forse perché mi sono abituata a non aver paura, a fare tutto da sola, a risolvere velocemente le situazioni critiche. A Milano siamo tanti e tutti competitivi e agguerriti, bisogna sopravvivere, quindi quella cosa lì bisogna tirarla fuori. Sono sempre una ragazza di campagna, però».
L’aspetto peggiore di questa città?
«Il fatto che troppa gente non la rispetti, ma la sfrutti solo per lavorare. Mi riferisco al poco senso civico di quelli che, spesso non milanesi, se ne fregano di tutto e tutti. Non voglio fare la vaga, faccio un esempio: le merde dei cani. New York è piena di animali, ma non c’è mai un schifezza per strada. Perché Milano deve fare così schifo? Credo che molti la maltrattino perché non si sentono parte di questa città. Ma è assurdo: Milano è la città più accogliente d’Italia».
Il migliore?
«L’architettura, i bei palazzi che fanno capire che cos’era Milano tra la fine dell’800 e gli anni ’30. E poi anche quelli moderni e non stereotipati come la Torre Velasca. il palazzo di Giò Ponti a Porta Venezia, quelli di Caccia Dominioni a sant’Ambrogio e santa Maria alla porta…».
Per lavoro andrebbe all’estero?
«Forse. Anche se con una figlia piccola adesso sarebbe veramente un grande passo. Lascio aperto questo spiraglio perché mi spaventa annoiarmi e fermarmi in una situazione professionale poco soddisfacente e non più stimolante. Adesso va bene, ma se non dovesse essere più così forse me ne andrei».
Dove?
«Stati Uniti sicuramente. Dovrei solo decidere con Francesco su quale costa stabilirsi. Ma forse cambierei totalmente lavoro».
Che cosa farebbe?
«Non lo so, ma qualcosa farei. Ho già inventato il mio lavoro di oggi. Mi sono laureata in Pubbliche relazioni, ma non è che mi sia servito granché. Nella realtà il lavoro d’ufficio stampa è un’altra cosa, tanto valeva studiare Diritto».
La crisi l’ha sfiorata?
«Sono venuta a Milano quando si iniziava a parlarne, quindi per me la crisi c’è da sempre. Diciamo che non mi ha fatto andare alla velocità che avrei voluto. Poi ci sono le tasse… Spesso penso che lavoro solo per pagare le mie dipendenti».
Quante ne ha?
«Sei, più altre collaboratrici esterne. Tornando al discorso di prima sulle differenze, mi è venuto in mente che a Vicenza quello che facevo con lo sforzo di dieci persone qui lo faccio con due. Milano velocizza, spinge a fare, concretizza. È un altro mondo».
Come mamma di una milanese come si sente?
«Non so se mi piace… Mettiamola così: all’inizio l’idea di avere una figlia milanese non mi entusiasmava. Mi sarebbe piaciuto che Giovanna nascesse in provincia per poi trasferirsi in città da grande. Lì credo che si cresca più curiosi e grintosi. È un po’ come la storia di quello che cambia scuola o classe. All’inizio è dura: tutti si conoscono e lui si sente sempre fuori luogo. Però osserva, capisce, conosce, e l’anno dopo è il più sveglio del gruppo».
Dove porta un provinciale di passaggio a Milano per fargli vedere qualcosa di speciale?
«Un salto a Porta Venezia per vedere i fenicotteri rosa di Palazzo invernizzi fa sempre effetto. Lo sa che tanta gente non li conosce? Proprio come una sacco di milanesi doc non conoscono bene le strade della città, roba che quelli che vengono da fuori conoscono a memoria la cartina».
In otto anni amici veri ne ha trovati?
«Pochi. Non più di sei-sette. Però frequento con piacere tanta gente, e va bene così. È divertente e piacevole, basta non confondersi. Ricordo che i primi tempi, dopo una sola telefonata, gente che avevo visto al massimo una volta mi diceva: “Ciao amore, come stai? Tesoro, tutto bene?”. Avevo voglia di rispondere: “Sei matto? Ti senti bene?”, ma poi ho scoperto che lo fanno tutti. È un gioco».
Nel fine settimana gioca anche a scappare dalla città?
«Adoro stare a Milano nei week end e faccio di tutto per rimanere ad agosto, quando la città è una meraviglia e diventa quasi come Parigi».
Il “suo” luogo del cuore qual è?
«Il parco Trotter. È bellissimo, dentro c’è anche una scuola con le elementari e le medie. È poco frequentato perché è vicino a viale Padova e, al contrario di quello che pensa la gente, è tranquillissimo. Spesso vado anche al parco Lambro dove c’è una pista bellissima, che ospita skater da 5 a 50 anni. Un posto veramente felice, quello. Da grande città del mondo. Che piaccia o meno, quello che è Milano».