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ANTONIO DIKELE DISTEFANO ## Milanese di Busto Arsizio, 23 anni, scrittore

Antonio Dikele Distefano è nato a Busto Arsizio 23 anni fa, è nero, e ha scritto un libro, Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?, che in poco più di un anno è diventato un caso letterario da 70 mila copie vendute fra digitale e cartaceo. Prima è stato scaricato venti mila volte in free download, poi è stato pubblicato dalla Mondadori. Il suo è un romanzo  scritto con il linguaggio dei social network che racconta una storia d’amore contrastata fra un ragazzo di pelle nera, come Antonio, e una ragazza bianca, proprio come la sua ex. Il primo grande amore e la sua fine, perché Antonio è nero e per i genitori di lei è il ragazzo sbagliato. Figlio di profughi angolani, Antonio Dikele Distefano è cresciuto a Ravenna e da pochi mesi si è trasferito a Milano, in zona Lambrate. In questa intervista racconta chi è e come è nato il suo libro, parla della sua famiglia e di come è stato crescere con la pelle nera in Italia, dice la sua su Federico Moccia e Fabio Volo, Balotelli e la Primavera Araba, l’Italia classista più che razzista, i soldi, le rivincite… Da non perdere. Antonio è destinato a far parlare di sé a lungo.  A febbraio esce il nuovo libro: Prima o poi ci abbracceremo.

Trascrizione videointervista a ANTONIO DIKELE DISTEFANO

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CHI SONO
Mi chiamo Antonio Dikele Distefano, sono ritardatario, amo scrivere, le caramelle gommose, amo il Milan di Savicevic, adoro Luigi Tenco, John Lennon, amo le scarpe E mi vesto sempre di nero… Voglio arrivare a fare un milione di euro… Sono nato a Busto Arsizio Varese il 25 maggio 1992, i miei genitori abitavano in Svizzera prima e non so per quale motivo hanno deciso di venire in Italia. Mio padre tutte le volte se la prende con mia madre. Le dice: ”Mannaggia a te che mi hai portato in Italia”, perché lui voleva andare in Francia.

L’EMIGRAZIONE VIA TELEFONO
Una cosa che non si dice mai è che l’immigrazione si muove per telefono, cioè io che sono a Ravenna, tu che sei mio amico e vivi a Milano mi dici: “Vieni a Milano che c’è lavoro”. E io automaticamente mi sposto…

FUGA DALL’ANGOLA
I miei genitori prima di tutto sono emigrati in Congo. Questo fenomeno si chiama il fenomeno di regresado, poi dopo sono rientrati in Angola e dell’Angola sono venuti in Europa. Sono riusciti comunque a costruirsi una vita, a fare dei figli.

SU E GIÙ PER L’ITALIA
Erano partiti che non avevano nulla. Da Busto Arsizio si sono spostati a Cerignola, nel sud. Altra telefonata: “Vieni qui perché c’è lavoro”. E da Cerignola sono ritornati al nord a Ravenna e a Ravenna si sono stabiliti.

CRESCERE IN ITALIA
(Crescere in Italia) È difficile, però ti serve. Io mi sono accorto che veramente serve. Io ho un cugino che (dall’Itaia) è partito per Inghilterra cinque anni fa. Una volta mi ha scritto su Facebook: “Se sei cresciuto in Italia, puoi crescere ovunque”, perché le abbiamo passate tutte.

L’UNICO NERO
Nella mia classe ero l’unico ragazzo nero, nella mia scuola l’unico ragazzo nero. Oggi quando vado a scuola a parlare con i ragazzi, (vedo che) i miei nipoti hanno in classe ragazzi di tutti colori, di tutte le provenienze del mondo.

LA GEOGRAFIA IN NEGOZIO
Quando ero piccolino mia madre aveva aperto un negozio di alimentari: si chiamava Stella d’Africa” a Ravenna. Stella d’Africa, negozio di alimentari etnico, a Ravenna…. Tutti i giorni pieno così. Io ero piccolissimo, avevo otto anni e stavo sempre ad ascoltare le cose che dicevano le persone: storie, racconti, eventi… E lì ho imparato a conoscere l’Africa, ho capito che in Africa non c’è solo l’Africa… L’Africa è un continente e molte persone lo danno per scontato… A scuola ci dicono Africa e basta, questo è il male della scuola: ci dice le cose e non approfondisce… Io ho scoperto che c’era il Camerun la Nigeria, tantissimi paesi. E poi c’è il Sudamerica. Ho scoperto Che Guevara nel negozio di mia madre. Ho scoperto Thomas Sankara, ho scoperto Allende perché venivano cileni, venivano peruviani, venivano cubani… E raccontavano, parlavano… Hanno avuto ruolo fondamentale…

MIA MADRE VA IN ANGOLA
Poi arriva iniziamo a stabilirci, a fare le vacanze, a vivere una vita normale. E poi un signore acquista l’immobile sopra il nostro negozio, quindi acquista il negozio. Il signore è di destra e non amava gli stranieri, quindi ci fa chiudere il negozio. E lì iniziano di nuovo i casini, bisogna pagare l’affitto, mille cose… Mia madre poi va via, parte per l’Angola…

MIA MADRE VIVE IN ANGOLA
Ho capito che non è facile. Se io oggi partissi non dall’Italia, perché l’Italia per me non è l’Angola per lei, però (se io partissi) dall’Italia per andare a vivere in Nuova Zelanda, arrivo in Nuova Zelanda e no trovo quello che avevo immaginato… Che fai? Torni a casa tua.

NON L’HO PIÙ RIVISTA
Non ci siamo più rivisti (io e mia madre) ma ci vedremo il prossimo anno, ci vediamo su Skype. Sicuro vado lì (non ci sono mai stato) e passo quattro mesi perché voglio capire e tastare con le mie mani… io parlo il lingala che è il dialetto del Congo.

LE SCUOLE A RAVENNA
Io il liceo lo faccio Ravenna, istituto professionale elettrotecnico. Lo faccio a Ravenna nel quartiere dove sono cresciuto. Poi nella vita non faccio nulla perché non ho mai voluto fare l’università e quindi faccio due anni sabbatici.

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La vita ha voluto farmi conoscere questa ragazza, per caso.

SE DIO VUOLE
io non credo in Dio, però mia madre ci crede tantissimo, lei è convinta che ogni cosa che accade è dovuta al fatto che Dio lo vuole.

AMORE E RAZZISMO
Io conosco questa ragazza, ci fidanziamo. I primi mesi tutto ok, poi all’improvviso non possiamo più stare insieme.

I GENITORI CONTRARI
Relazione tranquilla, anzi io rido e prendo in giro lei perché i suoi genitori non li ho mai visti e le dico: “I tuoi genitori non mi vogliono conoscere”, ma scherzando invece poi scopro che davvero è così. I suoi genitori non mi vogliono conoscere, non vogliono sapere niente di me.

UN NULLAFACENTE
Perché per loro sono un nullafacente, uno spacciatore, un drogato, di tutto e di più. Trovano informazioni inesistenti su di me, da loro fonti… Io ho la fortuna che non fumo, non bevo, e quindi erano tutte cose campate per aria. Quindi siamo obbligati a stare insieme di nascosto perché ogni volta che esce e dice che sta per uscire con me, è un casino.

LA NASCITA DEL LIBRO
In quel periodo inizio a scrivere il mio libro. A novembre sua madre mi chiama al telefono, cosa stranissima… Mi chiama al telefono, al numero di un mio amico, perché io chiamavo lei con il numero di questo amico. Perché non potevo chiamarla col mio numero… Sua madre vede questo numero e mi chiama… Io poi la richiamo e sento la sua voce, iniziamo a parlare. Una conversazione veramente pesante, accesa… Lei mi attacca, inizia a dire: ”Lascia mia figlia, sei un poco di buono, quanto guadagni?”, e cose così. A fine conversazione sua madre mi dice: “Non mi freghi, io non sono mia figlia. A questa cosa che dici, che sai scrivere, io non credo. Se dici tanto di saper scrivere un libro, allora scrivilo”. La conversazione finisce, io chiamo il mio migliore amico, è un giorno di pioggia che non dimenticherò mai, tristissimo davvero, chiamo il mio amico e gli dico: “Questa mi ha detto così è così. E lui mi fa: ”Scrivi questo libro che ti frega”, ed io quel giorno ho iniziato a scrivere il libro.

NOTTI A SCRIVERE
Ogni notte mando un pezzo del libro a lei, e lei tutte le mattine me lo corregge. Sulla spinta mi sono detto: proviamo… E mi sono accorto che le cose che scrivevo mi piacevano.

SEGUIRE L’ISTINTO
In quel periodo leggevo un libro: L’onda perfetta di Sergio Bambarèn, un libro veramente fichissimo, che ti spiega che nella vita devi seguire l’istinto. Tutto il resto non ha senso. E io seguo il mio istinto, l’istinto mi dice: scrivi questo libro, pubblicalo, mettilo su Amazon e fidati: le cose andranno bene…

BOOM DI DOWNLOAD
Ma sai che io non ho mai pensato una volta: se non va bene? Mai. il libro esce il giorno dopo, il 6 giugno on-line. Dopo tre mesi boom di download, in tre mesi fa tipo 15-20 mila download.

IL DESTINO E LA MONDADORI
A settembre, invitato al festival di Mantova della letteratura, si avvicina Antonio Riccardi, direttore narrativa Mondadori Tempi, con questo biglietto da visita e mi dice: “Ciao, siamo interessati, vorremmo pubblicare il tuo libro”. Mi era arrivata una mail di Mondadori una settimana prima ma io ero convinto fosse Mondadori Store e quella mail non l’ho neanche aperta… Quindi se Riccardi non si fosse presentato, forse non avrei mai nemmeno firmato per Mondadori.

DIECI MILA COPIE IN UN MESE 
Per scherzare col primo libro dissi: ”Questo libro vende 10 mila copie in un mese” e io le ho vendute in tre settimane.

LA RIVINCITA
Però sono convinto che, visto il libro in libreria, ne abbiamo parlato e sono contento di questo, il modo migliore per zittire qualcuno è l’indifferenza… Però l’indifferenza con il libro in vetrina è fantastico… Nella Top Four dei miei autori, che poi sarebbero cantautori, ci sono Vasco Brondi al primo posto, gli Oasis al secondo, John Lennon al terzo, e Grand Corps Malade, un poeta francese che fa poesia slam.

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I RIFERIMENTI CULTURALI
Gli autori italiani Mauro Corona, De Silva – che per me è il più bravo di tutti -Ammanniti, anche se ho letto solo un libro: Io non ho paura. E Giulia Carcasi…

DIKELE NUOVO MOCCIA?
Io trovo che il titolo sia bellissimo, è veramente figo. Tre metri sopra il cielo è un titolo fighissimo, il film è fatto veramente bene…

DIKELE COME FABIO VOLO?
Fabio Volo è lo scrittore che vende di più in Italia, bisogna ammetterlo. Se Antonio Dikele Distefano, che è uno sconosciuto, in un’intervista dice: “Voglio vendere più di Fabio volo”, magari Fabio Volo va da Fazio e Fazio gli dice: “Ma hai sentito questo Antonio Dikele Distefano? Ha detto che vuole vendere più di te…”. In quel momento da Fazio parlano di Antonio Dikele Distefano. È marketing…

IO E BALOTELLI
A me Balotelli piace tantissimo, da quando ero ragazzino a me fomenta tantissimo… Io sono convinto che lui sia veramente arrabbiato, era… Adesso non più. adesso in serie A… Prima era veramente arrabbiato. Guardate che è difficile quando un calciatore entra in campo e a fischiarlo sono gli avversari. Quando tu giochi per la tua nazionale e senti che pure i tuoi tifosi urlano “Non esistono neri italiani” e ti fischiano, non è facile restare tranquilli ed essere superiori.

I FISCHI PER ME
Tutti quelli che non sono figli di qualcuno sono fischiati quando provano a fare qualcosa. Io me ne sono accorto quando ho scritto il libro. Quando ho iniziato a scrivere il libro, tutte le persone mi dicevano: “Che fai, scrivi un libro?”. Oppure: ”È arrivato lo scrittore…”. “Fuori piove dentro pure, passo a prenderti” non è un titolo adatto”. Ecco, anche quelli sono fischi.

CLASSISTA NON RAZZISTA
L’Italia è un paese classista perché Michelle Obama è venuta in Italia accolta con il tappeto rosso, abbracci, prime pagine. Michelle Obama è nera, è statunitense e non tutti sanno che gli statunitensi per vivere in Italia hanno bisogno di un permesso di soggiorno, quindi è un extracomunitaria.

GLI EQUIVOCI SUL NOME
Quando sono al telefono con qualcuno pensano che sia caucasico, francese, biondo… Quando mi presento mi guardano così e questo è un equivoco che davvero mi lascia un po’ perplesso. Perché Dikele non è un nome europeo, io vorrei cambiare il mio nome e chiamarmi solo Antonio Dikele.Il prossimo anno ci proverò.

DOVE VUOI ARRIVARE?
Io molte volte, lo dico per scherzare, voglia diventare lo scrittore italiano che vende di più di tutti, il più bravo di tutti. Più bravo di tutti è molto difficile finché De Silva, Baricco e compagnia sono in vita. Faccio veramente fatica.

MILANO È…
Ho incontrato un mio amico che vive Milano, si chiama Fauzi e mi ha detto: ”Milano è la città più bella del mondo”. Io non ci credo, però è davvero bella..

MILANO MULTIETNICA
La sera vai alle Colonne e conosci tantissime persone, è abbastanza attiva e poi c’è tantissima multietnicità. Anche se non si vuole ammetterlo, c’è tantissima multietnicità: c’è il pakistano sotto casa, il kebabbaro che fa la pizza, il cinese, il calabrese… Perché poi quando si parla di immigrati lo siamo un po’ tutti. Perché se io salgo sulla metro e prendo il microfono e chiedo: “Quanti sono di Milano?”. Non so quanti sono di Milano, per me due…

LE MIE RICHIESTE
Milano dammi una possibilità di conoscere tutti i miei idoli: Vasco Brondi… Quando io cammino molto di sera cerco sempre I miei idoli. Oddio, quando li ho incontrati mi sono scesi, però per me poter parlare con Vasco Brondi una sera al bar sarebbe l’apice, o con Mauro Corona, e anche se non abitano a Milano, Milano è una città di incontro. E anche lo stesso Fabio Volo.

ITALIANO?
Io ti rispondo che sono figlio del mondo, davvero. L’ho scoperto grazie alla cultura che mi hanno trasmesso i miei genitori. La famiglia non è quella che ti mette al mondo ma quella che ti cresce e ti rende felice.Io in Italia sono cresciuto e non sono sempre stato felice. Sono stato in Belgio e mi sono trovato bene. Un giorno andrò in Indonesia, andrò non so dove e so che quando magari andrò in Indonesia, e mi troverò bene, dirò: sono indonesiano o sono indiano oppure sono angolano o congolese… lo devo ancora trovare il mio Paese.

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RAZZISMO E ALTRO
Il mio libro è nato come libro che parla di razzismo, e poi chi lo ha aperto ha scoperto tantissime altre cose.

INCAZZATURE
Mi fa incazzare il fatto che mi categorizzano come la webstar scrittore, lo scrittore degli adolescenti… Come se essere giovane fosse una colpa.

LE MIE FRASI SE…
Sono convinto che molte mie frasi se le avesse scritte D’Avenia o qualcun altro sarebbero diventate dei must.

SPOSTARSI È NORMALE
La storia c’è l’ha insegnato che muoversi è umano, i romani andavano in giro per il mondo, i romani hanno avuto un imperatore nero, Cleopatra stava con Marcantonio, Cleopatra non era di certo svedese, Gesù non aveva la pelle bianca e 1000 altre cose…

CREDENTE?
No. Sono marxista. Se qualcuno mi dice Gesù… Io credo che Gesù sia stato un grandissimo rivoluzionario al pari di Gandhi, Thomas Sankara e Malcolm X.

ISLAM E VIOLENZA
Al mondo ci sono 1 miliardo e 300 milioni di musulmani, se davvero fosse come dicono i media noi oggi dovremmo vivere tutti nei bunker, invece non è così. Se viviamo male non è colpa dei musulmani o dei cristiani, è colpa di quelle 500 persone che sono potenti e non sono ancora stufi d’arricchirsi e continuano a creare disordini e male. La guerra di religione la fanno i poveri, le guerre economiche le fanno i ricchi.

IL SOGNO
Avere un appartamento su un’isola. Sto valutando veramente e forse lo farò già il prossimo anno alle Seychelles o alle Mauritiuts, o a Sant’Elena… Comprarmi un appartamento e vivere su un’isola, tornare per le presentazioni dei libri e poi ripartire.

LA PRIMAVERA ARABA
Primavera araba? Siamo io e Nizar Gallala, un duo. Due ragazzi che un giorno si sono detti: “Cavolo, perché non portiamo nelle scuole un messaggio positivo? Perché non diciamo alle persone che la felicità è l’unico mezzo per stare bene?”. Io non credo in Dio, però credo nel fatto che se qualcuno è felice non fallirà mai, perché se invece tu hai fatto del male un giorno subirai del male… Noi due andiamo nelle scuole, andavamo perché adesso è un po’ più difficile, io partivo da Milano e lui da Ravenna, andavamo nelle scuole a parlare di felicità e comunicazione. Piccolo esempio: ”Se io domani prendo per la prima volta il treno a Lambrate, le persone di Lambrate mi vedranno e penseranno: “Chi è ‘sto negro?”. Il primo pensiero che gli viene in mente è quello. Non è razzismo è ignoranza, è non conoscenza. Se io invece il giorno dopo salgo sul treno, vado dal Signore che mi guarda male e gli dico: ”Ciao piacere, mi chiamo Antonio di Dikele Distefano, ho scritto un libro e abito qui dietro”. Lui il giorno dopo, quando mi vedrà, penserà “Questo è un negro o penserà questo è Antonio Dikele Distefano? Io credo la seconda. Oggi ci sono molte guerre piccole tra le persone proprio per il fatto che non si comunica. Perché vogliono questo, vogliono che non comunichiamo. Per questo oggi cristiani e musulmani fanno la guerra. È per questo oggi il nero e il bianco fanno la guerra, perché se comunicassimo riusciremo a fare quella rivoluzione pacifica che voleva John Lennon.

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LODOVICA COMELLO ## Milanese di San Daniele del Friuli, 25 anni, showgirl

Lodovica Comello ha 25 anni, è nata a San Daniele del Friuli, in provincia di Udine, e in Argentina e in tutti i paesi dell’America Latina, è una superstar di prima grandezza. Adesso fa parte del cast di Italia’s Got Talent, in onda su SkyUno, assieme a Claudio Bisio, Luciana Littizzetto, Frank Matano, Nina Zilli. Dal 2011 al 2014 si è calata nei panni di Francesca, la coprotagonista di Violetta, telenovela per bimbi e ragazzini prodotta dalla Disney per il mercato locale, e poi  esplosa in tutto il resto del mondo. Negli ultimi due anni Lodovica, che nasce cantante e musicista, ha pubblicato due album da solista: Universo e Mariposa. Nella primavera del prossimo anno, al posto di Vanessa Incontrada, condurrà su SkyUno Italia’s Got Talent. Insomma, è lanciatissima anche da noi, finalmente. D’altra parte la ragazza è ambiziosa e vuole prendersi tutto, o quasi. In questa intervista, per esempio, lancia un appello a Gabriele Muccino, un regista con cui le piacerebbe tanto lavorare. Racconta del duetto che vorrebbe fare con Cesare Cremonini, e di una sua eventuale partecipazione al Festival di Sanremo. Poi parla anche del marito argentino, della moschea a Milano, delle donne in politica. E anche di un video hot…

Trascrizione videointervista a LODOVICA COMELLO

Io sono a Milano fisicamente, stabile, da otto mesi.

NEOMILANESE
Però è strano… A Milano ci avevo vissuto per due anni cinque anni fa. Avevo finito il liceo scientifico, ho fatto finta per un po’ di tempo di voler fare una carriera universitaria. Guardavo i depliant delle facoltà… Ah! Potrei fare filosofia, però in realtà sapevo che volevo prendere il cammino dell’arte.

A SCUOLA DI CANTO
Quindi, con il sostegno dei miei genitori, sono venuta a Milano. E ho studiato per due anni in quest’accademia (il Mas di via Meucci, ndr).

COME BABE IL MAIALINO
Ero Babe il maialino coraggioso che va in città. Ero piccola, anche se – a dir la verità – mi aspettavo più scombussolamento, più cambiamenti.

CITTÀ PERFETTA
Di per sé Milano è una città abbastanza compatta e ordinata. Secondo me è la città ideale per un sandanielese che vuole trasferirsi in un posto più grande. Ecco, Milano è la città perfetta perché è ordinata, tutti lavorano, fanno le loro cose.

FAMIGLIA E AMICI
Il primo impatto è stato positivo. A parte il fatto che sono partita avvantaggiata sin da subito perché sono andata a vivere con tre mie amiche di Udine, quindi avevo una sorta di casa, di famiglia, a Milano, quindi ci facevamo forza l’una con l’altra. Poi in accademia studiando e girando un po’ mi sono fatta un bel gruppetto di amici che mi porto dietro ancora oggi E devo dire che sono stata accolta bene, quindi: grazie Milano, per avermi accolta.

RIDAMMI L’iPOD
Mi hanno rubato l’iPod, una volta. Ma sapete che cosa ho fatto? Perché non è che l’ho visto, ho solo sentito che me lo sfilavano dallo zaino all’uscita della metro. Invece di dire: “Mannaggia, vabbè… Morto un iPod se ne fa un altro”, l’ho rincorso. Ho rincorso il signore e gli ho detto: “Scusi, lei mi ha preso l’iPod”. E lui faceva lo “gnorri: “Come? No, no, no”. Allora gli ho detto: “Mi faccia vedere le tasche”. Io oggi potrei non essere qui a causa di quell’episodio. Lui mi ha fatto vedere le tasche e in effetti non c’era niente. Dopo, hai presente quelli che vendono I tappetini di accendini e le cosine in metro? Aveva assistito alla scena. E da dietro (il tipo) mi faceva: ”Sotto la giacca!”. Perché l’aveva nascosto sotto la giacca (il mio iPod). Così gli ho detto: ”Ce l’ha sotto la giacca”. “Va bene, tieni!”. Si era proprio rotto le balle. Secondo me non gliela aveva mai fatto nessuno questa cosa, lui sarà stato del Bangladesh, non lo so.

MARITO ARGENTINO
Mi sono portata il campione dall’Argentina. Passare da Buenos Aires, che è il caos, a una città come Milano è stato facile. E anch’io, da un certo punto di vista, dopo quattro anni passati in Argentina, abituata ai ritmi e al caos, al traffico e alle persone… È come dire una Napoli all’ennesima potenza: quadruple file, una giungla… Ritornando a Milano ho detto: “Ah! Cavoli, wow!”. Mio marito si trova molto molto bene, per lui è una passeggiata vivere qua. L’ho conosciuto sul set di Violetta, lavorava in produzione. Quindi l’ho portato qui e sta provando anche lui a inserirsi nel mondo televisivo di qui, che non è facile dopo tanti anni che ha passato là (in Argentina).

MOLTO AMBIZIOSA
Sono molto ambiziosa, sì. Dove voglio arrivare? Non lo so, io cavalco il momento. Nel senso che, se mi sento di fare una cosa, la faccio. Cerco di farla al meglio. C’è un filo conduttore in tutte queste cose che faccio che è la musica. Ho iniziato studiare quando avevo otto anni: chitarra, solfeggio, composizione. Ho sempre bazzicato nell’ambito.

MUSICA PER SEMPRE
Però la musica c’è sempre stata e credo che sarà l’unica cosa che mi accompagnerà per tutta la vita. È quello che voglio fare, è una cosa che mi completa.

UN DUETTO? CON CREMONINI
L’altro giorno, ero già una sua fan… Ma dopo aver visto il concerto dell’altro giorno al Forum, ho avuto la conferma che secondo me è il numero uno, Cesare Cremonini. Mi piace tantissimo, sono ambiziosa l’ho detto.

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Mi sto trovando in una situazione un po’ strana, che non avevo calcolato ma – si sa – succede quando uno fa parte di un progetto così grande che diventa così popolare. Leggevo intervista dell’attore che ha interpretato Harry Potter. Diceva: “Sarò Harry Potter per tutta la vita”. Ecco, io sarò quella che ha fatto Violetta per tutta la vita.

L’ETICHETTA VIOLETTA
Però è bello perché è anche una sfida per me. Io devo dimostrare che sì, ho fatto Violetta, ed è stata una cosa bellissima che mi aiutata tantissimo. Mi ha dato una bella spinta, però insomma la gente tende a vedere Violetta come una cosa per ragazzini e quindi peensa che io possa fare solo cose per ragazzini. Invece no, mi piacerebbe dimostrare che so cantare, so scrivere, so fare anche altro. Ma c’è tempo, ve lo farò vedere.

UNA GRANDE ESPERIENZA 
La cosa che più mi brucia è questa: “Ciao, chi sei? Sono Ludovica, ho fatto Violetta. Ah… Invece la gente non sa che Violetta l’abbiamo registrato per tre anni, quindi per tre stagioni, ottanta episodi a stagione, quindi 240 episodi in tutto. Abbiamo fatto un tour mondiale, abbiamo riempito gli stadi. Insomma, la nostra esperienza, anche se per ragazzini, ce la siamo fatta eccome.

MA CHI CAVOLO È?
Sulla mia pagina di Facebook, per intenderci, ci sono solo giustamente le persone che hanno messo I Like sulla mia pagina, sono le persone che mi seguono, quindi ho una pioggia di elogi. Poi vado magari nel programma visto anche dagli adulti, o adesso con Italia’s Got Talent e magari iniziano a taggarmi nel profilo d’Italia’s Got Talent e quindi inizia a vedermi anche altra gente e la domanda tipica è: “Ma chi cavolo è?”. “Oh! Ma quella ha fatto Violetta, ma cosa fa adesso, la conduttrice? Ma no!”. Succede un sacco, un sacco di volte, quindi è una missione che ho quella di farvi ricredere.

SANREMO? CI PROVO 
Ovvio che io pensi a Sanremo. Per ogni cantante è una bella tappa. Il prossimo non lo so, ovviamente ci proveremo: sarei felicissima di farne parte. Carlo Conti? Non lo so, non l’ho mai sentito.

DONNE IN POLITICA 
Io sono una anche abbastanza femminista, sono una a cui non piacciono le etichette e voglio toglierle sia da Violetta sia da chi pensa che le donne non possano fare qualsiasi cosa. Il futuro è nostro e dobbiamo fare del nostro meglio per far partire il cambiamento. A me fa molto piacere vedere che ci sono donne e uomini, comunque giovanissimi, che si destreggiano in queste cose così da grandi.

FEDE E TOLLERANZA 
Io sono per la libertà di religione, di pensiero, di qualsiasi cosa, e trovo inaudito che ancora oggi ci sia chi non sappia convivere con qualcun altro diverso religiosamente o etnicamente. Diverso non esiste e il mondo ormai è di tutti, siamo ovunque. Milano stessa a (girare per) Milano non ci sono i milanesi al 100 per cento.

I MILANESI NON ESISTONO 
Milano è fatta dai pugliesi, dei romani e dai napoletani. E così è il mondo. Ricado sempre sul discorso della tolleranza: a San Daniele siamo in quattro abitanti e purtroppo nelle realtà così di provincia c’è ancora chi guarda storto l’altro, l’omosessuale è – mio Dio – un caso da tenere in quarantena e tutte queste cose. Mi considero una che ha sempre avuto la mente abbastanza aperta, però venendo a Milano, e conoscendo così tanta gente, vedendo che qua certi problemi non se li ponevano neanche più, ho detto: “Cavoli, bello così”. Ogni tanto torno a San Daniele e cerco di esportare la parola, sono l’eroina: “No, perché siamo tutti uguali, ragazzi”, predico in piazza, questo è imparare a tollerare l’altro.

UN VIDEO HOT 
Io fare un nastro proibito? Mai. No, no… Mai. Te lo posso assicurare, non sono quel tipo di persona, e non mi interessa fare scandalo minimamente.
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MOSAICO VIOLETTA 
Succedeva spesso, non registravamo in ordine di episodio. Non è che facevamo numero uno poi numero due… Erano tutte scene mischiate, quindi capitava che nello stesso giorno dovessimo registrare la seconda scena del terzo episodio e la la 25 del 48, quindi il tuo personaggio doveva riuscire a mantenere il filo logico della tua storia nonostante tutti questi sbalzi. Però avevamo due registi che ci interrogavano così a tradimento e ci dicevano: “Ok, cosa hai fatto prima di questa scena, che cosa fai dopo?”, “Cacchio, non ho studiato”, mi dicevo io, «però era difficile anche perché magari in una scena dovevi essere “Yeeeeeeh”, perché eri in un momento particolarmente positivo della tua storia e la scena dopo ti aveva appena mollato il moroso quindi dovevi…. Però ce l’abbiamo fatta comunque.

LO SFIZIO 
Io avevo un sogno una volta: una capannina di legno e una foresta innevata in Finlandia. Fuori le renne e babbo Natale E io che scrivo dentro col fuocherello crepitante. Mi piacerebbe concedermi questo lusso di ritirarmi un po’ di tempo in un posto così è pensare, scrivere. Ii viaggi ispirano sempre un sacco.

IL PRIMO STIPENDIO
Con il mio primissimo stipendio mi sono fatta un viaggio a New York, era il sogno della mia vita, quindi ero molto felice anche perché era la prima volta che mi compravo una cosa così grande e importante, mi sono fatta un bel regalo è l’avevo fatto con i miei soldi miei risparmi quindi ero molto contenta.

IL PIANO B
Un piano B? Non c’è.

IL LUOGO NEL CUORE 
il posto è in via Vincenzo Vela, non mi ricordo il numero però è in zona viale Abruzzi, dove c’è cinema Plinius. Lì viveva mia sorella quando mi sono trasferita a Milano. Mia sorella ha studiato qui, ha vissuto qui un sacco di anni e si è laureata al Politecnico. Poi è ritornata a San Daniele. Però ci siamo incrociate per un annetto scarso e quando sono arrivata a Milano io, piccola, sperduta, friulana avevo un rito con lei. Ogni martedì andavo a casa sua e dormivo da lei, guardavamo X-Factor insieme, ed era per me come stare in casa. Poi lei mi faceva, perché è brava a cucinare, il minestrone come lo fa la mamma. Era un momento di gioia pura, quindi direi quel ricordo lì, quel posto lì.

UN FILM CON… 
Sono una fan di (Gabriele) Muccino. Muccino questo è un appello!

BRUTTA PERÒ 
Esteticamente non è la città più bella che abbiamo in Italia, insomma è un dato di fatto. Poi, nonostante il grigiore, sono affezionatissima a Milano mi trovo benissimo.

DAVANTI A UN DISNEYSTORE 
Non ci entro ahaha. Non è che mi venga l’istinto omicida però ho fatto tanti meet&greet al Disney store firmando gadget eccetera che diciamo che guardo ma passa dritta… ciao.

QUESTI PAZZI PAZZI FAN 
Guatemala e il fan in camera. Sono arrivata in stanza, eravamo andati a cenare tranquillamente, apro la porta della mia stanza, accendo la luce e lì, nel salottino, c’era questo ragazzo tremante. Io me la sono fatta addosso e ho iniziato a urlare “Sicurezza”, perché uno pensa a un ladro maniaco. Chi va a pensare che è un fan, povero fan, che si è arrampicato? Ero al primo piano con un terrazzino facilmente raggiungibile, chi va a pensare a un fan? E quindi mi sono spaventata tantissimo. Povero, io poi sono uscita, è arrivata la sicurezza e l’hanno portato via di peso. Dopo mi ha fatto pena però non è neanche normale entrare nelle camere della gente.

CREDITI
Si ringrazia l’albergo MELIÁ MILANO di via Masaccio 19 per la location e la preziosa e cortese collaborazione.

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NICOLA SAVINO ## Milanese di Lucca, 47 anni, conduttore radio e Tv

Conduttore radiofonico e televisivo, autore di programmi, imitatore, fonico, dj, attore, testimonial pubblicitario, maratoneta… Da quando ha lasciato Metanopoli – frazione di San Donato Milanese a dieci chilometri da Milano – Nicola Savino ha fatto parecchia strada. Nato 47 anni fa a Lucca (i genitori si trovavano lì per motivi di lavoro), moglie e figlia di 10, adesso è alle prese con Quelli che il calcio su Raidue e Deejay chiama Italia su Radio Deejay. In questa intervista racconta dove è cresciuto, le domeniche a San Siro, le giostre delle Varesine, il jogging in città, Milano come New York…

Trascrizione videointervista a NICOLA SAVINO

Questo è il mercato comunale di Wagner, un posto meraviglioso, uno degli ultimi in città dove ci sono ancora le botteghe singole.

L’INFANZIA A METANOPOLI
Mio papà era di Foggia, studiava a Napoli. Anche mia mamma studiava a Napoli, era di Cosenza. Si sono conosciuti lì. Mia mamma studiava farmacia, mio padre ingegneria. Poi lui è stato chiamato a Metanopoli perché c’era l’Eni, c’era l’Italia da fare. Crescere a Metanopoli è stato molto bello. un esperimento sociale perché è un quartiere fatto tutto di figli di dipendenti dell’Eni che all’epoca erano soprattutto ingegneri, geologi… non esistevano i ricchi, ma non esistevano nemmeno i poveri. erano tutti mediamente colti, non posso dire intellettuali ma diciamo che almeno azzeccavano i congiuntivi.

LA LEZIONE DI SAN SIRO
Mi sono accorto che non eravamo tutti così quando, per passione calcistica, sono andato per le prime volte da solo allo stadio, in curva, dove ho capito che il mondo non era fatto tutto da figli di ingegneri e geologi. Però mi è servito tantissimo.

LA GIUNGLA
Milano vista da Metanopoli era come una bella Giungla, era tosta. Lì (a Metanopoli) la realtà era un po’ filtrata.

IL PONTE DI DALLA
Come diceva Lucio Dalla “Milano vicino all’Europa”, è assolutamente quella più ponte verso l’Europa, è la più sveglia, la più internazionale.

MILANO PICCOLA MELA
È indubbiamente la nostra New York, dà opportunità. Se uno viene a Milano e ha voglia di fare, sicuramente fa. Io ho cominciato giovanissimo, essendo grande appassionato di radio, che erano tutte a Milano. Se non fossi cresciuto a Milano e dintorni non avrei fatto assolutamente tutto quello che ho fatto. In quanto stanziale, io non sono uno che viaggia molto, mi sarei accontentato di una piccola realtà di provincia. Fossi stato, che so, di Terni, sarei rimasto a Terni.

IL BRUTTO DI MILANO
Una certa spietatezza, una certa fretta… il milanese beve il caffè in piedi come fanno tutti ma lui lo fa più velocemente. È molto aggressivo…

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Il BELLO DI MILANO
“Gha ‘l cor in man…”, perché è una città che accoglie, che sa anche deridere, come qui al mercato: “Uè terùn, ué maruchìn…”, è così. Però dà opportunità a chi ha voglia di fare evidentemente non si guarda razza, colore, religione. “L’è un brav fijol, l’è minga un brav fijol”. Questo.

IL QUARTIERE DI PORTA NUOVA
All’inizio mi ha fatto profondamente arrabbiare perché è sorto sul luna park delle Varesine, quindi sulla mia infanzia e adolescenza. All’inizio l’ho preso proprio come “Hanno ucciso l’uomo ragno…”. Adesso invece quando ci passo, mi capita di passeggiarci mi piace molto, mi dà spunti newyorkesi.

LA MIA MILANO
A me di Milano piace molto una parte che credo di poter definire medievale che sta tra via Torino e corso Magenta, un dedalo di piccole vie dove c’è anche piazza Mentana, senza marciapiede, piccole vie, con il pavé per terra, con le piccole gobbe antivelocità, sono stupende. Sognando una bella casa sognerei lì una casa. non c’è verde, almeno fuori, ma è molto affascinante. Lì il cielo grigio non è un problema.

JOGGING AL DUOMO
Piazza del Duomo è fantastica, quando ci passo mi si apre il cuore. Una delle cose che preferisco fare, soprattutto d’estate, è uscire la mattina presto da casa, verso le sei, e andare a correre: partire da questa zona, da Washington, e andare in centro, correre per il Castello, via Dante, corso Vittorio Emanuele, passare dal Duomo, il quadrilatero della moda. Tutto di corsa e poi torno a casa. È una cosa meravigliosa.

MILANO DA CAMBIARE
Secondo me ci vuole un pochino più di educazione stradale, quindi imparare come abbiamo messo il caso e le cinture a fermarci sulle strisce pedonali. Non si può più vedere questo duello, questa sfida all’ok corall il pedone che guarda l’automobilista, e viceversa. Non è pensabile a Chiasso, a Mentone, in Slovenia, in Austria, non si capisce perché come si valica il confine si comincia a fare così.

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ELENA E REBECCA MUSERRA DE LUCA ## Milanesi di Milano, 47 e 9 anni, mamma e figlia

Seduti al tavolo di una pizzeria del centro di Milano bastano venti minuti di chiacchiere per capire che Elena affronta i problemi con il sorriso ma anche con la fermezza di uno schiacciasassi. Non è il tipo che si piange addosso. Raccontandosi a un certo punto si ferma, mi fissa negli occhi, e piano piano apre una specie di parentesi nel suo discorso: «Sia chiaro: si accetta tutto, si affronta ogni cosa, c’è di peggio. Basta che Rebecca stia bene e faccia la sua vita». Elena Muserra De Luca ha 47 anni, è milanese di Milano, e Rebecca è sua figlia, ha 9 anni, ed è malata di atrofia muscolare spinale di secondo livello.

Com’è andata?
«All’inizio bene, parto tranquillo e nessuna complicazione. Verso i sette-otto mesi io e mio marito Luca vediamo che Rebecca è un po’ pigra nei movimenti e io, giorno dopo giorno, ho sempre di più la brutta sensazione che qualcosa non stia andando bene. Andiamo all’Istituto Neurologico Carlo Besta e in due settimane ci danno la diagnosi: atrofia muscolare spinale di secondo livello. Una malattia genetica molto grave, che di solito si conclama tra il sesto e l’ottavo mese. Io e Luca scopriamo di essere portatori sani – lo è una persona su sessanta – senza avere precedenti in famiglia. Avevamo il 25 per cento di possibilità di avere una figlia malata».
Che succede?
«Ci guardiamo in faccia, ci facciamo forza e andiamo avanti. Mio marito è sempre in giro per lavoro, ma ha le spalle d’acciaio e mi tranquillizza: fronteggeremo la situazione».
Che lavoro fa?
«ll private banker».
Quindi nessun problema economico?
«Stiamo bene, grazie a Dio. In Italia, quando si ha un figlio malato gravemente, fa una differenza enorme».
Lei lavora?
«Sì, certo. L’ho sempre fatto. Laureata in Lingue allo Iulm, da 24 a 30 anni ho lavorato nell’ufficio stile di Moschino, poi sono passata a occuparmi di comunicazione, sempre nel settore moda».
Ha mai avuto problemi professionali per via della malattia di sua figlia?
«Tanti. Quando i medici ci hanno fatto il quadro della situazione di Rebecca, nell’azienda per cui lavoravo, dove non avevo mai perso una giornata, hanno cominciato a farmi mobbing. Io mi sono incazzata, ho fatto causa, e alla fine l’ho vinta. Dopo ho collaborato con altre agenzie fino a quando – pochi anni fa – non mi sono messa in proprio per avere più tempo da dedicare a mia figlia».
La malattia a che punto è?
«Rebecca non è mai riuscita a camminare, riesce a fare solo piccoli movimenti. È in carrozzina e con il tempo i suoi muscoli dovrebbero atrofizzarsi del tutto. Per ora, facendo tanta fisioterapia, ha avuto solo una ritrazione alle gambe perché stando sempre seduta non riesce a stendersi totalmente. L’anno prossimo dovrà subire una brutta operazione alla spina dorsale perché ha una scoliosi del 60 per cento».
Qual è l’aspetto più faticoso per voi genitori?
«Non ci sentiamo sacrificati, ci mancherebbe. La fatica è soprattutto psicologica, anche per via di un Paese, l’Italia, che non ha alcuna idea di come si possa stare in queste situazioni. Cure e assistenza generale sono quasi tutte a carico nostro».
Che cosa vuole dire?
«Che i fisioterapisti che si prendono cura di mia figlia li paghiamo noi. Dato che quella di Rebecca è una malattia non solo grave ma anche rara, l’Asl spesso non si avvale di professionisti adeguati e quando riesce a trovarli, o li cambia di continuo o li mette a disposizione in orari strampalati. Per carità, il problema non è tanto per noi, ma per chi ha le stesse difficoltà e non ce la fa a sostenere i costi. Proprio per dare una mano a queste famiglie io e mio marito nel 2007 abbiamo fondato una Onlus, Smarathon, per raccogliere fondi. Non siamo né santi né eroi: siamo più fortunati di tanti altri e cerchiamo soltanto di renderci utili».
Il comune di Milano come vi aiuta?
«Se io fossi assunta potrei contare sui benefici della legge 104 sui disabili, ma non lo sono, anche perché avere una figlia diversamente abile non aiuta. Un’azienda non la prende una come me, non lo dico con cattiveria ma perché è così: i bravi e i buoni esistono nelle favole. Comunque, Rebecca ha una pensione di 470 euro al mese più un’addizionale di 500 euro dalla regione Lombardia perché la sua malattia è equiparata alla Sclerosi laterale amiotrofica».
A Milano va meglio che altrove?
«Certo. Problemi, però, ce ne sono sempre. Per esempio, il centro estivo di Rebecca un paio di anni fa non era disponibile perché c’erano lavori per la rimozione dell’amianto dalla struttura. Per andare nello spazio sostitutivo avrebbero dovuto garantire lo stesso l’accesso e il trasporto, che anche in questo caso il Comune garantiva a orari incompatibili. Abbiamo dovuto fare da soli».
Lo sconforto maggiore?
«Pensare a tutti gli ostacoli che ogni giorno, uscendo, incontreremo spostandoci in città».
Ovunque barriere architettoniche?
«Ovunque. Dallo scivolo nei marciapiedi al servoscala, a tutto il resto… Un qualsiasi politico dotato di un minimo di buon senso se passasse mezza giornata in carrozzina capirebbe immediatamente di che cosa stiamo parlando. Anche a Expo, che hanno fatto passare per un trionfo, erano poco organizzati per i disabili».
In che senso?
«Si riusciva a entrare nell’area, ma poi quasi tutti i padiglioni erano inaccessibili e se penso che Giuseppe Sala, l’ad di Expo, è dato da tutti come il nuovo sindaco di Milano, mi vengono i brividi. Non dico che doveva conoscere queste cose, e quindi avere questa sensibilità, ma avere nella squadra persone competenti in questo ambito, sì».
A scuola va meglio?
«All’asilo nido statale portavamo Rebecca in braccio, perché non era a norma e c’era solo la scala. Alla materna il dirigente mi aveva detto di avere il servoscala – strumento che negli edifici fa la differenza – ma c’era un gradone e hanno impiegato sei mesi per adeguarlo: nel frattempo usavamo un’entrata secondaria. Sia chiaro: l’accesso facilitato è una cosa che spetta di diritto ai disabili, non è un lusso o un capriccio».
Meglio alle elementari?
«Siamo stati fortunati perché la scuola è davanti a casa nostra, in via Stoppani, e ci sono l’insegnante di sostegno e il servo scala. Abbiamo fatto fare i collaudi perché non si usava da un po’ di tempo e c’era anche un ascensore con una scheda interna da cambiare che alla fine ho comprato io, ma non posso lamentarmi. Però l’anno prossimo Rebecca, che canta molto bene, frequenterà la scuola media musicale Vivaio: come faremo con il banco speciale e il computer? È attrezzata e ha una dirigenza molto disponibile, ma mia figlia non riesce a muoversi, deve essere imboccata per mangiare, e se ha sete bisogna darle la cannuccia. Deve esserci sempre qualcuno con lei. Un aspetto di cui si parla poco poi, quando si affronta il tema della disabilità, è quello dell’inciviltà».
Cioè?
«In Triennale, a Milano, poco fa siamo andati con la carrozzina elettrica. Non c’è un parcheggio per disabili. Nessuno scendeva dall’ascensore per fare salire la bambina. Sono queste le cose che fanno impazzire. Se ne fottono tutti. Come quando in metro, con il pancione, chiesi a un signore se mi faceva sedere. “Prenda il taxi, se ha la pancia…”, fu la risposta. È una città maleducatissima, Milano, a tutte le età, a tutti i livelli. E noi tutti ci  siamo imbarbariti. Sotto casa non dico sempre, ma quasi, trovo il posto auto per disabili di Rebecca occupato. Così, per farla rimuovere, ho chiamato spesso i vigili e il carro attrezzi. Per quattro volte, il giorno dopo, mi hanno bucato le gomme e rigato l’auto. Anche questo succede a Milano. La amo, è la mia città, ma la realtà è questa».
A casa?
«A casa va benissimo. È un po’ duro il turno di notte per girarla nel letto. Dopo un po’ le fanno male le spalle e non avendo forza muscolare per farlo da sola, ci pensiamo io e mio marito. Detto questo, facciamo come se niente fosse. Rebecca è coraggiosa, ha una bella testa e non ha mai paura: va in barca, scia, viaggia. Certo, è più complicato. Dobbiamo organizzarci con largo anticipo, ma si può fare tutto».
Dove siete state?
«A New York, dove c’è un’attenzione ai disabili eccezionale, e in India, in Rajasthan. Da quelle parti le donne baciavano le sue mani, per loro una come lei è incredibile. Quando siamo tornate a Milano, Rebecca mi ha detto: “Mamma, sono fortunata”. Volevamo andare anche a Lampedusa, ma Alitalia non ci ha fatto assicurare la carrozzina elettrica perché “non succede mai nulla, non si preoccupi”, e quindi abbiamo rinunciato. La sua Pegasus rosa fucsia, che Rebecca guida con un joystick, è delicata. Ce la passa l’Asl, per carità, ma non me la sono sentita di rischiare senza assicurazione».
Dal punto di vista umano com’è la gestione di una situazione così?
«In Italia, retaggio della cultura cattolica, quasi tutti in qualche modo pensano che la malattia sia una colpa. C’è pietismo, indifferenza, curiosità e pochissima naturalezza. Il nostro è un paese molto arretrato rispetto a queste cose. I genitori quando vedono Rebecca dicono ai loro figli di non guardare, o non sanno rispondere se i figli chiedono perché Rebecca è in carrozzina. Solo una volta ricordo una bambina in Liguria che, incrociandoci sul lungomare, disse al padre: «Guarda questa com’è fortunata: a me la sera fanno sempre male i piedi a furia di camminare…”. Ci facemmo una bella risata. Scherziamo molto su questa cosa. Ci fa bene. Oggi Rebecca ha una bella rete di amici, anche più grandi di lei. È felice. Vive al massimo. Ha solo paura delle mie reazioni di fronte agli stupidi, visto che a volte mi parte l’incazzatura. Mio marito Luca, invece, è sempre tranquillissimo».
La malattia di sua figlia come le ha cambiato la vita?
«Tanto. In meglio. Sarei diventata la classica pr milanese stronza, adesso invece sono più empatica, generosa e selettiva. Certe persone non voglio più vederle perché non ho tempo da perdere in cazzate».
A Milano che cosa dovrebbe cambiare?
«L’educazione e il rispetto per le persone in carrozzina, le donne incinte, gli anziani… Tutti corrono come topi in gabbia per andare da nessuna parte».
La prima cosa da chiedere al nuovo sindaco?
«Più attenzione alle barriere architettoniche. È una questione culturale fondamentale. Pensi ai ristoranti: quasi tutti hanno i bagni a norma, ma quasi nessuno ha gli ingressi facilitati… Chiederei anche un’altra cosa, semplicissima: perché in Italia non ci sono mai disabili nei posti di potere? Quando cambieranno le cose da noi? Guardate che sono intelligenti e preparati…».
Rebecca a scuola come va?

«Molto bene. Come tutti quelli che hanno carenze motorie ha sviluppato di più l’intelletto».
Da grande che cose le piacerebbe fare?
«La cantante. Insomma, farà quello che vorrà, con tutte le difficoltà del caso. In Italia non si vedono in giro persone in carrozzina. Dove sono? Le tengono in casa davanti alla Tv perché si vergognano? Ma si può? Voglio portare Rebecca a fare il giro del Mediterraneo in barca a vela. E prima o poi, in un modo o nell’altro, lo faremo. Aspetti, posso dire un’altra cosa?».
Certo.
«Perché tutto ciò che ha a che fare con i disabili deve essere brutto da vedere? Sembra una sciocchezza, ma fa la differenza. La risposta è semplice: perché se ne fregano tutti. Si pensa che i disabili siano brutti, problematici, inutili… Cazzate! Produttori, svegliatevi, se non altro per fare più soldi: meglio una carrozzina bella di una brutta».
Prendete mai la metro?
«Mi piacerebbe farlo molto più spesso. Ascolti questa. Mia madre abita a Sesto Rondò e in quella fermata non c’è il servoscala. Io e Rebecca dovremmo fermarci a Sesto Marelli, tre chilometri prima. Una cosa del genere è degna di una città come Milano? Il nuovo sindaco, Sala o chi sarà, prenda nota…».

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GINEVRA GULINELLI ## Milanese di Padova, 39 anni, comunicatrice

Padovana del 1975, attiva nel mondo della canzone italiana – Cesare Cremonini, Renga, Negrita, Tiromancino, Paola Turci… – Ginevra Gulinelli è milanese dal 2007. Single, non ha figli, ama le bollicine, la musica pop (ovviamente) e le auto (ha il piede pesante). Se nel ritratto di Andrea Colzani che vedete qui sopra vi sembra una dal caratterino non proprio facile, sappiate che la foto non mente. Quando Ginevra lavora è una specie di Kim Jong-Un in gonnella. Per il resto, è un pezzo di pane. È nata e cresciuta a Padova, Ginevra, ha studiato a Bologna, la prima esperienza di lavoro importante l’ha fatta a Roma, nel 2003. Lì, quattro anni dopo, quasi per caso, è passato un bel treno, veloce e promettente, e l’ha preso al volo. Portava a Milano, ovviamente. «Ho scoperto che il lavoro del comunicatore», racconta, «nella Capitale funziona solo se sei da una vita nel giro giusto. Non era il mio caso, ovviamente, e siccome volevo farmi strada nel mondo della discografia, quella vera, che in Italia ha il suo fulcro a Milano, alla fine ho cominciato a dirmi la verità e a guardarmi intorno. Mi è andata bene. A Roma, al Concerto del Primo Maggio 2007, ho incontrato quello che sarebbe diventato il mio datore di lavoro. Dietro il palco ci siamo parlati per un po’, l’indomani ci siamo rivisti, dopo una settimana ho fatto i bagagli». Assunta nell’agenzia di comunicazione Parole & Dintorni di Riccardo Vitanza, la più conosciuta e stimata nel circuito musicale italiano (lavora con Ligabue, Francesco De Gregori, Elisa, Antonello Venditti, Litfiba, Pooh etc.), la padovana passata per Bologna e Roma inizia a scoprire Milano. Parliamo di questo e altro – alle 8 del mattino – in un piccolo bar vicino a casa sua, a due passi da Largo La Foppa, praticamente nel centro della città.

Come furono i primi tempi a Milano?
«Non la conoscevo e, dopo le prime settimane, non potevo certo dire che mi piacesse. In fondo, venivo da Roma e la sua bellezza mi mancava. In più non ero di sicuro abituata a ritmi di lavoro “estremi” e a un’aggressività che contraddistingue certi settori del mio ambiente professionale. Insomma, gli inizi non furono facilissimi. Poi, come tanti altri, mi sono ricreduta».
In che senso?
«La città ti conquista giorno dopo giorno perché pratica, precisa, puntuale. Lo so che è banale dirlo, ma Milano è una città organizzata che tende a semplificarti la vita. A volte sembra addirittura “tagliare corto”. Roma quasi ti stordisce per quanto è bella, però dopo il primo mese che ci vivi te ne dimentichi e ti rendi conto che è difficile fare qualsiasi cosa: spostarsi, parcheggiare, organizzare una serata al cinema… Io, poi, amo la sobrietà, e quel suo essere sempre sopra le righe dopo un po’ mi stanca. Da veneta, mi ritrovo di più nella discrezione e nel profilo basso di Milano».
Dal punto di vista dei rapporti umani com’è andata finora?
«Bene. Quasi tutti quelli che arrivano in città la prima volta conoscono almeno una persona che vive e lavora a Milano. Io ne avevo due, e questo i primi tempi mi ha aiutato a non sentirmi sola come un cane».
Città accogliente?
«Per me è l’unica che, anche se non sei nata e cresciuta qui, dopo poco tempo ti fa sentire a casa. Ti trasforma in milanese. Io sono padovana, le mie radici sono in Veneto ed Emilia, ma se oggi qualcuno mi chiede da dove vengo, rispondo Milano. Mi sento parte di questa città perché qui sono stata accolta subito e bene, e perché sento che qui tutto mi corrisponde. Ovviamente, cosa da non dimenticare mai, a Milano è tutto più facile se lavori e hai un ruolo, uno qualsiasi, in società. Senza, qui, è più difficile che altrove. Qui senza lavoro rischi di diventare un fantasma».
Qual è la “sua” Milano?
«Quella intorno a casa mia: Via Volta, via Moscova, largo La Foppa… Qui riesco a fare e ad avere tutto quello che mi serve. Vivo nel quartiere».
La parte della città a a cui è più affezionata?
Il Forum di Assago… È brutto, e di sicuro non è poetico, ma è il luogo per eccellenza della musica dal vivo in città e per me rappresenta un importante punto di riferimento professionale. Nel 2012, per esempio, quando toccò a Cesare Cremonini, per il quale lavoro da anni, fu fantastico. E poi Brera, quartiere in cui a piedi mi perdo sempre con piacere. Per il resto, Milano se ne frega di farsi vedere subito bella. Tanto, lascia capire, prima o poi da queste parti si deve passare…E solo allora chi è veramente interessato riuscirà a capire che ha piazze, palazzi e cortili straordinari. Milano bisognerebbe vederla dall’alto per apprezzarla fino in fondo».
Il brutto?
Il clima, ovvio. A Padova è tremendo, ma qui è anche peggio. E poi, attualmente, l’insicurezza e l’immigrazione irregolare. La sera non ha mai avuto paura ad andare in giro da sola, mentre ultimamente mi guardo spesso intorno. Nel mio palazzo l’unico appartamento non ancora “visitato” dai ladri è il mio».
Tornerebbe indietro, a Padova?
«Mai. Almeno fino alla pensione, se mai l’avrò, Milano sarà ancora a lungo la mia città, l’unica in Italia al passo delle altre realtà metropolitane europee. L’unica dove, se sei una donna e vai a cena o al cinema da sola, sei rispettata. Puoi farti i fatti tuoi senza sentirti a disagio. A molti questo dà fastidio, c’è chi, venendo dalla provincia, si lamenta: “A Milano, anche se vai in giro in mutande, nessuno ti guarda o ti parla”. Io rispondo sempre allo stesso modo: “E ti pare poco?”. Qui ognuno fa quello che vuole e nessuno perde tempo a giudicare. Lo trovo impagabile».
Conosce tanti milanesi?
«Pochi. E quei pochi mi piacciono per sobrietà, voglia di fare e concretezza. Cosa che vale anche per chi, la maggioranza, milanese non è ma dopo poco si “milanesizza”. Vale anche per i romani che, una volta qui, difficilmente tornano indietro. Anche se si lamentano sempre, sono quelli che si lamentano più di tutti…».
È sempre la città dei single?
«Non lo so. Io adesso lo sono e mi sembra che in giro ce ne siano tanti. Comunque, single o meno, qui – volendo – si esce ogni sera: si beve un bicchiere, si fanno quattro chiacchiere e tutto è più facile. Se in provincia si chiudono a riccio, a Milano sono tutti disponibili all’incontro. Insomma, Milano sa essere anche molto allegra e divertente. Certo, dopo poco arriva la domanda relativa a quello che si fa nella vita, ma è normale, non ci vedo niente di sbagliato. Tanto, prima o poi, ci pensiamo tutti a certe cose».
Che cosa intende dire?
«C’è chi si offende perché, dopo questa domanda, pensa che a Milano contino solo i soldi, invece è il modo più semplice e diretto per cominciare a parlare. Il lavoro definisce la persona, sei anche quello che fai, inutile negarlo. Sapere cosa si fa per vivere aiuta a farsi velocemente un’idea di chi si ha di fronte e a trovare eventuali punti in comune. I milanesi sono pragmatici, si sa, vanno dritti al sodo. E meno male, aggiungo io».

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EUGENIO FINARDI ## Milanese di Milano, 63 anni, cantautore

Artista versatile e poliedrico, Eugenio Finardi da quarant’anni è uno dei grandi nomi del panorama cantautorale italiano. Dopo anni di sperimentazioni ed esplorazioni artistiche, è in tour in tutta Italia con il suo inconfondibile sound, reinterpretando dal vivo i classici del suo repertorio e gli inediti dell’ultimo album Fibrillante (prodotto da Max Casacci dei Subsonica). Energico interprete e finissimo intrattenitore, Finardi è considerato un outsider per il suo atteggiamento indipendente, conservato nonostante la grande popolarità raggiunta in quarant’anni di attività musicale. Sul palco è accompagnato dalla band con cui ha scritto e registrato “Fibrillante”. Dopo aver dedicato gli ultimi quindici anni all’esplorazione di diversi generi musicali, spaziando dal blues al folk, fino al fado portoghese e alla classica contemporanea, Finardi riporta in scena le sonorità rock di forte impatto e i contenuti di grande impegno che hanno contraddistinto i suoi primi album Cramps come Sugo e Diesel, senza dimenticare la sensibilità umana e l’impegno solidale che hanno sempre accompagnato la sua vita artistica. A Milano il 24 ottobre Eugenio Finardi si esibirà al Blue Note di via Pietro Borsieri 37 (info: 0269016888). In questa intervista si conferma sempre generoso, lucido, interessante. Parla di Milano e solidarietà, moschee e grattacieli, borghesia irresponsabile ed emiri poco democratici, anarchia e musica ribelle… Di tutto, insomma. Per ora, la videointervista più lunga – più di 18 minuti – pubblicata all’interno di questo progetto. “Tagliare” Finardi? Più di tanto, non ce l’abbiamo fatta. Un grande.

Trascrizione videointervista a EUGENIO FINARDI

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BORN IN SAN VITTORE
Io sono nato a Milano, qui dietro in via San Vittore, che non è dove c’è il carcere, ma nella clinica San Giuseppe… e quindi l’ho vista crescere, cambiare, evolversi, attraversare varie epoche. Purtroppo sono vecchio abbastanza per aver visto ere intere arrivare e cambiare!

DOPO L’EXPO?
E’ un’era di mezzo, c’era questo obiettivo Expo, con tutte le costruzioni, tutti i lavori, anche tutta la corruzione che si sentiva comunque nell’aria e adesso bisogna vedere se tutto questo lavoro, questo investimento arriverà a buon fine.

DA BERE E DA MANGIARE
È diventata la città in cui troppo era possibile, la Milano da bere è diventata anche una Milano da mangiare.

LE PERDITE
Ha perso molti teatri, ha guadagnato molti negozi di moda, forse troppi… Ha un po’ perso quella sua caratteristica di città “popolare”… In questo senso è anche una città molto moderna.

SOLO PER RICCHI
Sta diventando una città per ricchi, dove la classe media lavoratrice deve andare fuori perché la città è troppo cara, il centro è diventato puramente finanziario, industriale e commerciale..bisogna essere ultra miliardari per poter vivere all’interno della cerchia dei navigli.

CITTÀ SOLIDALE
È una città dove i servizi, grazie a Dio, funzionano. Gli ospedali funzionano e anche l’aria è migliorata perché con questi cambiamenti climatici per la prima volta nella Pianura Padana si vede un po’ di vento. Tornando al discorso della solidarietà, che è un mondo che mi tocca da vicino e che sento molto vicino, nonostante l’apparente asprezza Milano sia una delle città che quando si hanno problemi ti viene più incontro.

MOSCHEA? ANCHE PIÙ DI UNA
Trovo che sia abbastanza normale che ci sia, anzi che sia meglio avere una moschea, magari più moschee dove ritrovarsi. Milano è sempre stata una città cosmopolita in cui ogni tipo di persona veniva accolta.

EXTRACOMUNITARIO A METÀ
Non bisogna dimenticare che io sono per metà extracomunitario, mia madre è americana, quindi ho questo retaggio… so che cosa vuol dire sentirsi diversi a Milano. Mia madre era albina sembrava una tedesca, aveva proprio i capelli biondi-bianchi…

IMBARAZZI IN TRAM
Io mi ricordo quando andavamo in tram..mia mamma si lamentava..aveva un forte accento..si lamentava perché non cedevano il posto o perché erano scortesi..e c’erano “torna a casa tua tedesca” e io mi vergognavo come un pazzo..

POLITICA E FINANZA
La politica la fanno i grandi poteri finanziari… basta dire che una gran fetta della destra lombarda combatte la moschea e poi hanno venduto tutto il quartiere Porta Nuova agli Emirati e nessuno dice niente… Sono più indignato per quello. Credo che ci dovrebbero essere due o tre moschee sparse dove non danno fastidio, dove ci si può riunire. Non so, una vicina a viale Padova, una a Milano Nord, una a Milano Sud e darebbero molto meno fastidio.

NO AL BUSINESS DEGLI EMIRI
A me darebbero molto meno fastidio (le moschee) che non l’idea che tutti i grattacieli di quella parte di Milano siano stati comprati da stranieri, in particolare da emiri, a cui di noi non frega assolutamente niente (di Milano e dei milanesi). Non sono compratori democratici, sono monarchi assoluti che possono fare quello che vogliono.

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CERCASI SOCIETA CIVILE
Io credo che quello che manca a Milano, ma in generale all’Italia di oggi, a parte alcune sacche, è proprio la responsabilità della società civile, quella che dovrebbe essere la società civile, quella che dovrebbe essere la borghesia illuminata e che invece è irresponsabile per non dire di peggio.

BORGHESIA IRRESPONSABILE
… se non addirittura cattiva, perversamente corrotta…

CONTRO OGNI POTERE
Io ho sviluppato una sana e fortissima diffidenza verso qualunque forma di potere autoritario. Nasco pompiere finisco incendiario. Negli anni’70, gli anni dell’utopia e della speranza, mi davano del revisionista moderato perché ero del Pci, ero iscritto al Pci.

ANARCHICO ANTAGONISTA
Adesso invece sono un anarchico, direi abbastanza antagonista. Cioè sono veramente contro questo sistema finanziario, questo sistema economico. Il liberismo, tutta la logica economica mondiale per me è perniciosamente colpevole del decadimento ambientale, della corruzione, del tipo di vita che si sta facendo. È incredibile la quantità di gente che fa fatica a vivere, i problemi che generano l’arrivo di tanti disperati sulle nostre coste. Io credo che si debba andare a monte.

DISEGUAGLIANZA SPAVENTOSA
Perchè ci sono questi immigrati, perché c’è una diseguaglianza, un’ingiustizia nel mondo spaventosa..perchè il mondo arabo non è industrializzato, non ha economie realistiche e capaci di nutrire i suoi popoli, quando invece l’Arabia Saudita che del mondo arabo è in un certo senso il Vaticano..il centro economico, gli stati del Golfo hanno una ricchezza spaventosa, detengono un terzo della ricchezza mondiale…

STERILE RICCHEZZA ARABA
Non hanno investito una lira per industrializzare i vari paesi del Golfo e dietro c’è anche l’America. Lo dico con tristezza. l’America non è più una vera democrazia.

TURARSI IL NASO
Voto tappandomi il naso per evitare che il peggiore arrivi al potere.

ILLUSIONI GIOVANILI
Credevamo veramente che saremmo riusciti a cambiare il mondo, che il futuro sarebbe stato un continuo progresso, che tutti sarebbero stati meglio…

LA GRANDE SVENDITA
L’errore generazionale è stato quello di vendersi proprio perché avevamo tanto sognato. Molti hanno deciso “vabbè adesso sono cresciuto, vendo il culo al primo che passa”, e l’hanno fatto. Io non ho raccolto il giusto economicamente.

TRISTEZZA E CREDIBILITÀ
Un po’ mi mette malinconia che tante radio, diciamo “nazionalpopolari” non mettano i miei pezzi. È triste sentire radio che mettono tanta musica italiana e quarant’anni di musica magari non la trasmettono. Però d’altra parte ho raggiunto una nicchia di credibilità abbastanza invidiabile e anche la libertà artistica.

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MUSICA RIBELLE, UN’OPERA ROCK
Una compagnia di Livorno sta scrivendo e allestendo un’opera rock più che un musical, perché ha più le caratteristiche di un’opera rock… È intitolata Musica ribelle e si basa sulla mia musica, ma non è la mia storia. Io sarò uno dei personaggi.

IL BRAND FINARDI
Eugenio Finardi ma anche Vasco Rossi o Nino d’Angelo, sono da una parte esseri umani che si chiamino appunto Nino D’Angelo, Eugenio Finardi, Gianni Morandi e dall’altra parte però sono anche un brand. Cioè quando vado a fare un concerto mio dico: “Vado a fare Finardi”. È  chiaro che mi assomiglia molto quel Finardi lì, però non è tutto.

L’ULTIMO STUPORE
Uno dei grandi tabù della nostra epoca è la vecchiaia. Io non sono circondato da gente della mia età e quindi vedo accadermi delle cose…

IL BELLO DELLA VECCHIAIA
… Che un giovane potrebbe considerare spiacevoli. Invece alla mia età si trova interessante assistere alla propria vecchiaia e anche a quanto, per esempio, certe cose diventino meno importanti. Il giudizio degli altri, per esempio. A sedici anni è un incubo per chiunque. A vent’anni, a ventitré anni, c’è tutta la competizione sessuale, l’essere maschi… ‘ste cose qui. A sessantatré anni te ne freghi..

ADESSO È TUTTO PIÙ DIFFICILE
Io a vent’anni avevo già firmato il mio primo contratto discografic e mica da ridere, un contratto con la scuderia di Battisti e Mogol. A ventitré anni avevo già conosciuto Fabrizio De Andrè, a ventuno anni avevo conosciuto Demetrio Stratos, Mauro Pagani, cioè tutti quelli che ancora sono… Battiato. Adesso è difficilissimo: da una parte è molto più facile fare un disco perché con il computer te lo puoi fare anche da solo, d’altra parte riuscire a distinguersi a diventare qualcosa di originale è sempre più difficile..

DIGITALE TUTTA LA VITA
Sono anche della generazione che può più apprezzare il digitale, per esempio vedo mio figlio che è molto analogico in questo senso. Io, il vinile mi piace però che palle. Si graffiava. I che mi ricordo com’era avere le cose analogiche… fare le foto per esempio: facevi trentacinque foto poi dovevi aspettare una settimana per vederle. Che palle, ragazzi! W la fotografia digitale, senza i telefonini… Arrivavi alla coda all’autogrill per telefonare. Mi ricordo una volta avevo un fonico che lo stava piantando la fidanzata e abbiamo fatto un viaggio Milano-Roma con lui che si fermava a ogni autogrill per litigare con questa: “Dove sei? Cosa fai?”. Pazzesco. Ci abbiamo messo diciannove ore per arrivare a Roma… Adesso io trovo che il digitale sia una cosa meravigliosa, anzi! Devo dire e qui dirò una cosa pazzesca, sempre a proposito della politica e del futuro. Parte del mio essere diventato, appunto anarchico, è una perdita di speranza in generale sugli esseri umani e invece ho molta fiducia nell’intelligenza artificiale…

W L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Potrebbe essere che l’evoluzione dell’uomo..che l’ultimo passo dell’evoluzione sia: l’essere biologico crea l’intelligenza artificiale che non ha ormoni, non ha competizione sessuale, non ha genere..e che l’intelligenza artificiale salvi il pianeta dalla nostra distruzione.

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Il rap mi piace..cioè non ci capisco niente, non so capire se uno è Old School New School, East Coast, West Coast..

RAP, LA MUSICA RIBELLE
La vera musica ribelle ormai la fanno i rapper, fanno nomi e cognomi tra l’altro cosa che noi non avevamo il coraggio di fare. Mi piace Salmo, ascolto anche Fedez, Fabri Fibra, anche quelli che mi dicono “No, ma Fabri non va più. Va quell’altro, Clementino”.

PERCHÉ? PERCHÉ NO?
Una volta ho chiesto a uno psichiatra canadese di origini ungheresi scappato nel’ 56 dall’Ungheria, quale fosse la differenza fra gli europei e gli americani. Lui mi ha detto: “Gli europei ti chiederanno sempre perché? Gli americani perché no?”. Ecco è questa la grande differenza. Io sono uno che chiede “Why Not? Perché no?”, però sono decisamente milanese. Ho sempre avuto questa ambivalenza.

LA MILANESITÀ
La milanesità è data dal fatto che nessuno è milanese. L’ha espresso molto bene Luca Bernini dicendo che è una città in cui tutti finalmente sono costretti a trovare se stessi al di là delle proprie radici. Questa è secondo me l’essenza, la caratteristica principale dell’essere milanese. Una città che permette di lasciare indietro tanti provincialismi, è una città costretta dal suo presente a contenere tanti passati diversi, tante storie diverse che si fondono in una creazione, in una immaginazione del futuro.

LA SFORTUNA DEL CANTAUTORE
Il difetto di questo è che è terribile essere cantautori milanesi. Voglio dire, il legame che ha Baglioni, che ha Venditti con Roma, che ha Fabrizio con Genova, che ha Guccini con Bologna, ma anche Carboni con Bologna, io Vecchioni e Ruggeri che siamo milanesi… Noi possiamo amare la nostra città ma nessuno nella nostra Milano è abbastanza milanese da… cioè non gliene frega niente se siamo cantautori milanesi, anzi. Milano è una delle città dove vengo meno accolto. In effetti ho meno opportunità di lavoro, perchè arriva il più famoso cantante filippino a suonare a Milano e fa trentamila persone. Noi non lo sappiamo però poi se vai al Forum di Assago dici: “Cazzo! Da dove viene tutta ‘sta gente?”.

SÌ, VIAGGIARE
Finalmente viaggiare. Io in vita mia ho percorso una quantità di chilomtri pazzesca, ho conosciuto l’Italia in ogni remoto angolo, ti giuro: è veramente difficile che ci sia una parte di Milano… una parte d’Italia , lapsus freudiano, dove non sia stato, però non sono mai stato in Giappone, non sono mai stato in Sud America, non sono mai stato in Svezia, la Germania l’ho solo attraversata… Adesso ho voglia magari di fare un po’ meno concerti, anche se poi sono sempre in giro, e di viaggiare un po’ di più. Aanche se poi ti viene questa strana perversione che per te viaggiare vuol dire tornare con dei soldi non spenderne, no?

LA MIA MILANO
Per me il centro di Milano è La Scala. Questo è un angolino di Milano a me molto caro: siamo in via Cesare Correnti, appena dopo il trambusto e il casino di via Torino. E poi uno dei miei luoghi segreti è la montagnetta di San Siro.

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NINA ZILLI ## Milanese di Piacenza, 35 anni, cantante

Negli ultimi anni Nina Zilli – vero nome Maria Chiara Fraschetta, Piacenza 1980 – si è imposta come uno dei nomi più interessanti del panorama musicale italiano. Appassionata da sempre di soul e jazz come di punk e rock ‘n’ roll, è arrivata al successo con il singolo 50mila, inserito nella colonna sonora del film di Ferzan Ozpetek Mine vaganti. era il 2009. Da allora ha pubblicato tre dischi, partecipato a tre edizioni del Festival di Sanremo e ha cominciato a farsi largo anche come personaggio televisivo facendo su Sky Uno la giurata di Italia’s Got Talent assieme a Claudio Bisio, Luciana Littizzetto, Frank Matano. In questa intervista parla del primo contratto discografico, l’università, il cane, i “belli”, le trecce da rasta, lo shopping, la guida spericolata…

Trascrizione videointervista a NINA ZILLI

Sono milanese da un sacco di anni. Dal 2000, per l’università… Dopo essere stata in America la guagliona è tornata a Surriento. a casa si sta bene. il primo impatto è stato bellissimo, la conoscevo bene Milano.

PIACENZA-MILANO-BOLOGNA
Perché ovviamente Piacenza non è una città che offre tanti spunti per gli adolescenti, così io e la mia migliore amica alternavamo: un sabato venivamo a Milano, un sabato andavamo a Bologna. Milano vista da Piacenza era la terrà delle opportunità, era finalmente la diversità.

NINA LA RASTA
Avere i dreadlocks – che avevo – e camminare fra le gente senza che nessuno ti guardasse (male) o ti dicesse: “Uè, cos’è quei capelli lì alla Bob Marley?”. Milano per noi era la meta. Con i primi amici che hanno preso la patente il sabato sera si andava tutti insieme a Milano. Andavamo al Rolling Stone a vedere i concerti, al Leoncavallo, al Surfer’s Den, che poi è un bar normalissimo che però mette la musica surf.

GIOVANI E “PANTOFOLATE”
Viverci da giovane, da studentessa, è stato bellissimo. C’era una gran scelta di tutto. contemporaneamente vivevo anche per la prima volta da sola con la mia migliore amica. Proprio… Paaam! Lei faceva Brera, quindi anche lei molto artistica, le è sempre piaciuto la musica… però poi ci siamo anche un po’ “pantofolate” in casa

IL BELLO DI MILANO
Il bello di Milano, come anche di Torino, è che ci sono tante mescolanze (di persone), visto che sono città lavorative. La gente viene a Milano, si trasferisce in questa città, da tutto il resto d’Italia. Quindi il milanese è bello perché è variegato, come il gelato all’amarena… Io devo tantissimo a Milano, tutto a Milano. Ho iniziato a Piacenza, il primo concerto l’ho fatto lì piccolissimo a 12 anni insieme con i miei amici… Poi piano piano, un passo dopo l’altro… è qui che ho firmato il mio primo contratto discografico, a Milano, quando avevo 17 anni. Ricordo il mio primo appuntamento: sono arrivata con il chitarrista della mia band, Chiara e gli Scuri,e la mia migliore amica che mi hanno aspettato giù in macchina, mentre io sbarbata da sola in via Amedei, andavo negli uffici della Sony Music.

UÈ KAZZOFIGA
Mi sono un po’ milanesizzata quando ho iniziato a dire sempre “Ué kazzofiga…”.

NINA SPERICOLATA
Sono sempre stata un po’ milanese alla guida per colpa di mia madre, nel senso che lei è una di quelle che va. Se c’è la coda è una che ti fa venire il nervoso, una che supera tutti

BELLI E PUNK
Ho letto quest’articolo sulla Repubblica di un po’ di tempo fa in cui un giornalista ha sezionato Milano e a seconda della zona ti dice il tipo di milanese… qui, in questo momento, siamo nella Milano dei belli! Qui, in questa zona: Arco della Pace. Poi le Colonne (di San Lorenzo) sono storicamente molto punk e rock’n’roll anche se adesso hanno sistemato tutto.

MILANO COME IL DASH
Io a Milano sto bene perché so che ho la mia valvola di sfogo, la parte tranquilla e molleggiata, ce l’ho a pochissimi chilometri, a pochissimi minuti da qui per cui non potrei mai cambiare il suo fustino con il mio… mi tengo il mio!

LO STATO DELL’ARTE
Dal punto di vista musicale, invece, negli anni ’90 ci sono stati gli ultimi grandissimi colpi di coda. mi vengono in mente i Casino Royale, c’era grandissimo fermento qui a Milano. musicalmente invece, ma anche artisticamente, è una città che adesso sta soffrendo.

IL CANE DI MARMO E IL SUO PARCO
Quando frequentavo l’università e abitavo sui Navigli, per cinque anni ho portato sempre a spasso il mio cane Oreste, un bulldog bianco devastante, molto simpatico, leggeva i grandi russi e fumava la pipa, non amava uscire né con il sole né con la pioggia, avevo praticamente un cane di marmo. Un cane da divano. E l’unico parco in cui gli piaceva andare era il Parco Argelati.

PASSEGGIATE MILANESI
Se vuoi fare una passeggiata artistica si cammina un po’ per i vicoli di Brera. poi arrivi in Sempione, ti fermi in Triennale. se invece si vuol fare la passeggiata della moda, che comunque a noi ragazze piace sempre, ti mando nel classico perché se non le hai mai viste le devi vedere: Montenapoleone, via della “Sfiga”, come la chiamo io… via della Spiga.

LA STRADA DELLO SHOPPING
Sicuramente corso Ticinese: negozi di dischi in vinile, vestiti, gadget… da piccola li cercavamo perché a casa non c’erano. E poi Lo specchio di Alice che aveva le giacche seventies, dovrebbe esserci ancora oggi

Il BRUTTO DI MILANO
Il cielo grigio, io lo chiamo grigio Milano, un po’ come fumo di Londra. Il casino, la fretta, la gente con poca pazienza. Ci sono un sacco di sfiniti in giro, essendo la città grande.

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VITTORIO GRASSI ## Milanese di Busto Arsizio, 47 anni, architetto

L’architetto Vittorio Grassi, milanese di Busto Arsizio, classe 1968, è uno di quegli italiani che, girando il mondo per lavoro, riescono ancora a fare la differenza e a dare un senso a una certa idea di italianità seria, creativa e di successo. Nella città dove vive e ha studiato, al Politecnico, Grassi da dieci anni ha un studio avviatissimo che dà lavoro a dodici persone. È qui che lo abbiamo incontrato, è qui che ci racconta un po’ di sé. Senza, ovviamente, dimenticare progetti, Milano e il resto del mondo.

Ci sono architetti in famiglia?
«No. Mio padre era direttore di banca, mia madre ragioniera del Comune. Le mie tre sorelle sono laureate una in Chimica e le altre due in Economia. Unico precedente, se così si può dire, una bisnonna molto brava a disegnare. Niente di più».
Le prime esperienze all’estero?
«Dopo la laurea andai un paio d’anni a Parigi, nello studio di Mario Cucinella, un vecchio e bellissimo atelier di Le Corbusier. Dopo il servizio civile a Milano, svolto in una scuola per ragazzi disabili, mi trasferii a Londra per studiare inglese. Dopo tanti curriculum a vuoto, e aver migliorato la lingua, trovai finalmente lavoro. La svolta, però, arrivò due anni dopo».
Come?
«Dopo aver fatto esperienza in due studi, la fidanzata genovese cominciò a fare pressioni per tornare in Italia. Per chiudere la questione, visto che volevo rimanere ancora un po’, le dissi: “Va bene. Se Renzo Piano mi prende a lavorare nel suo studio, vengo a Genova con te”. Così mandai il curriculum».
Come andò a finire?
«Renzo Piano mi prese a lavorare nel suo studio».
Ottimo impiego e fidanzata contenta.
«Certo. La storia con la ragazza, però, non durò tantissimo. A Genova, invece, rimasi in tutto nove anni, fino a diventare associato di Piano».
E poi?
«Basta. Lasciai lo studio per aprirne uno mio a Milano».
Perché a Milano e non a Genova?
«Milano è più efficiente, meritocratica, competitiva. Dieci anni fa la crisi non era ancora scoppiata, così riuscimmo a partire bene facendo anche lavori diversi come masterplan urbanistici, residenziali e di uffici. Cominciammo anche a fare concorsi e, incredibilmente, a vincerli. Non l’avrei mai detto: ho sempre pensato che dietro ci fossero dinamiche un po’ strane…».
Faccia un esempio di concorso vinto.
«Nel 2010 ci abbiamo provato a Lamezia Terme e abbiamo vinto la gara per realizzare il Palazzetto dello Sport».
L’ha anche realizzato?
«Il cantiere è aperto, lo stanno costruendo. Fra i tanti, abbiamo vinto anche il concorso per la cittadella militare della Cecchignola, a Roma. In questo caso si sta chiudendo la fase esecutiva, poi vedremo cosa vorrà fare il Ministero. Purtroppo se su dieci concorsi ne vinciamo 4-5, di questi alla fine se ne realizzano solo il 10 per cento. Dal punto di vista economico questi ultimi anni sono stati terribili».
A Milano però si è costruito tanto.
«Solo in in alcune zone come Garibaldi, Repubblica e City Life. Tutti i capitali sono andati lì, non c’è stata un’attività capillare. Soltanto da poco si vedono altrove interventi belli e importanti. Penso ai progetti per la Fondazione Prada e la nuova sede della Feltrinelli, ma anche alle ristrutturazioni di edifici storici come quelli di piazza Cordusio».
In giro per Milano che cosa c’è di suo?
«C’è il cantiere dell’Antica Ca’ Litta. A Bresso, invece, all’interno del Parco Nord c’è il ristorante aziendale del Gruppo Zambon. Spero prossimamente di avere molto di più».
Nel 2013 non aveva vinto il concorso per ricostruire il velodromo Vigorelli?
«Sì. Il concorso però è stato annullato perché nel 2013 un gruppo di nostalgici cicloamatori inviò una lettera di protesta al ministro dei Beni culturali Bray – all’epoca nel Governo Letta – che replicò con un tweet: “Non è possibile demolire la pista del Vigorelli: è un monumento!”. Così, dopo poco, scattò il vincolo monumentale sulla pista…».
Risultato?
«Semplice. L’interesse di pochi ha vinto contro l’interesse di tanti. Alla fine le velleità nostalgiche di questi cicloamatori – che non hanno i soldi né la capacità tecnica di gestire il Vigorelli, hanno avuto la meglio sugli interessi delle scuole, le società sportive, il quartiere. Cioè milanesi che erano pronti a usare in maniera diversa e continuativa una struttura rinnovata. Che uso si farà, adesso, di questo spazio? In Italia non ci sono gare ciclistiche su pista da vent’anni…».
E quindi?
«Il Comune spenderà due milioni di euro solo per scrostare la pista, sostituire qualche asse di legno, e renderla utilizzabile. Poi daranno una pitturata alla copertura e alle facciate, e rifaranno gli impianti nelle palestre. Alla fine però si faranno solo partite di football americano una volta a settimana. Niente di più perché la pista non è a norma, è pericolosa, ci vogliono assicurazione e brevetto per girarci sopra. Se ci va una persona che vuole pedalare e basta cade dopo due minuti. Il vero problema è checasi simili ce ne sono tantissimi».
Si spieghi meglio.
«Alla signora dà fastidio il cantiere di fronte a casa? Bene, fa un esposto al Tar e quasi sempre riuscirà a bloccare i lavori nonostante i permessi in regola. È così che funziona da noi».
Milano, quindi, non è tanto diversa dal resto d’Italia?
«Più o meno. In Italia il problema degli investimenti nel mercato immobiliare è che non ci sono certezze nel campo dei diritti. Di conseguenza, gli investitori stranieri fanno poche operazioni perché il rischio è troppo alto. Il ragionamento è semplice: o l’investimento rende il 300 per cento come, per esempio, in Egitto, o si opera su mercati senza rischi che garantiscano un guadagno sicuro del 10-15 per cento».
Lavora tanto all’estero, giusto?
«Sì, perché bisogna comunque differenziare e perché oltre a quello ci divertiamo, riusciamo a essere più creativi e fare bei progetti. Quando siamo liberi, non abbiamo troppe costrizioni, rendiamo meglio».
Dove?
«Lavoriamo in tanti Paesi fra cui Tunisia, Kuwait e Russia, dove – senza conoscere nessuno – abbiamo vinto concorsi a Samara, sul Volga; e a Yakutsk, nella Siberia dell’Est, un posto straordinario. Qui ho fatto esperienze preziose, nemmeno con dieci programmi del National Geographic avrei imparato tanto. Il mio socio locale, un architetto di nome Fedor, è pazzesco: ha occhi grigi da lupo e quando abbiamo firmato il contratto mi ha stretto la mano, mi ha fissato e mi ha detto: “Qualsiasi cosa tu decida, sono con te, perché se vai nella Taiga – la foresta siberiana – con un amico, hai bisogno del coltello ma se ti succede qualcosa hai solo lui”. Mi sono fidato completamente. 0ggi abbiamo un rapporto umano bellissimo».
A Milano più che lupi sono jene?
«No, però ci sono tanti fattori esterni che condizionano i rapporti e gli affari in negativo. Per esempio, non sapere chi prende le decisioni. Da noi la linea di comando non è mai chiara, soprattutto quando si lavora per le grandi aziende. Le persone tendono a non prendersi mai rischi e responsabilità, cosa che io faccio tutti i giorni».
Quante persone lavorano nel suo studio?
«Una dozzina. Quando abbiamo lavori più grandi esternalizziamo o ci facciamo aiutare da qualche collega. È la dimensione giusta perché per avere il controllo totale del progetto. Meglio pochi ma buoni».
A Milano che intervento le piacerebbe fare?
«Prima di tutto vorrei che le aree sotto gli alberi, infestate dalle macchine, tornassero a essere aiuole verdi. All’inizio di Corso Sempione hanno messo delle protezioni e lì le macchine non ci sono più. Poi mi piacerebbe piantare alberi come hanno fatto in via Paolo Sarpi: lì adesso stanno crescendo e sono bellissimi. Come in Inghilterra, il verde pubblico sulle strade dovrebbe essere curato dai condomini. Milano diventerebbe bellissima».
Le piacciono i nuovi grattacieli milanesi?
«Questi edifici sono stati pensati e progettati quindici-vent’anni anni fa e sono stati realizzati con dieci anni di ritardo, quindi non sono proprio il massimo per quanto riguarda lo stile contemporaneo… Detto questo, qualsiasi cosa di nuovo si faccia a Milano per me è un bene. Dovrebbero essercene centinaia di aree così in città. Continuerei, per esempio, buttando già le carceri. Ci sono città che tengono quelle vecchie per farci ristoranti o hotel, io però penso alla negatività che c’è dentro: chi vuole andare a mangiare o dormire in un carcere?».
Quindi San Vittore lo butterebbe giù?
«Certo. Visto che è enorme una parte potrebbe essere trasformata in museo per il legame storico con la Resistenza, il resto via. Teniamo le cose belle e utili, come il Vigorelli, il resto ripensiamolo. Le città si costruiscono su vari livelli».
Girando per Milano, che cos’altro butterebbe giù?
«Gli edifici che, inseriti in un tessuto storico, vogliono reinterpretare questi canoni in maniera moderna. Meglio il falso storico ben fatto, allora. Se potessi, poi, interverrei sulle cancellate e le inferriate delle villette di tutte le periferie italiane. Le rifarei tutte uguali. La cosa più brutta in Italia, indice anche del nostro individualismo malato, è fare sempre qualcosa di diverso dagli altri: in acciaio inox, cemento finto tronco, legno tarocco… Non bisogna per forza differenziarsi dal vicino. In Inghilterra la divisione fra le case è fatta da assi di legno messe una di fianco all’altra. C’è un’uniformità che è anche ordine. Da noi, da nord a sud, è impossibile».
Favorevole o contrario alla costruzione della moschea a Milano?
«Favorevole. Ognuno è libero di credere in quello che vuole».
Parteciperebbe alla gara per realizzarne una?
«Perché no? Quando ero da Piano progettai la Chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, mi sono già confrontato sul tema della religione».
Dal suo punto di vista che cosa dovrebbe fare il sindaco Beppe Sala?
«Vorrei che fissasse l’attenzione sull’estetica di Milano. L’aeroporto, per esempio, non mi sembra proprio la porta ideale di una città fondata sul design, il lusso, la qualità. Sala, poi, dovrebbe anche istituire competizioni meritocratiche coinvolgendo nella Pubblica Amministrazione professionisti in grado di distinguere architettura bella e architettura brutta, cosa è utile alla città o cosa non lo è, saper scegliere non solo in base al grande nome. Questa perché bisognerebbe costruire una critica all’architettura più diffusa. In America quando ha fatto il Whitney Museum hanno criticato Renzo Piano senza fare sconti: “Che cos’è questa roba? Una lavatrice?”. Da quelle parti le menti sono più libere e questo è sempre un bene».
Critichi qualcuno, allora.
«Siccome il mercato adesso vuole il nome e non il prodotto, al designer – che una volta veniva sempre dall’architettura praticata – spesso viene chiesto di progettare edifici enormi. Uno di questi, uno che ha disegnato telefoni, macchine da scrivere e roba del genere, pochi anni fa ha realizzato il Centro Congressi della Fiera, cioè un inguardabile cartoccio di Domopack. Che cos’è quella roba li? Possibile che nessuno gli abbia detto che è un incidente stradale? Un designer abituato a fare un posacenere come fa a dosare un edificio con il contesto e le persone? Philippe Starck dopo un palazzo con una fiammella in cima, per fortuna ha smesso».
Il nome del designer?
«Non si può fare, andiamo…».
Se vengono in città clienti o amici dall’estero, dove li porta?
«Dipende da chi sono. Milano è una città piccola se la paragoniamo alle metropoli internazionali. A piedi in un’ora puoi attraversarla, quindi Arco della Pace, Brera, la Scala, corso Italia… A me piace anche la zona di piazza Lega Lombarda: non è storica ma è vicina al Parco, a Brera, e in piazza ci sono un’erboristeria, un parrucchiere, un egiziano che vende la pizza al taglio… Almeno dieci negozi che creano un micro-ambiente, quello del paese, dove la casa non finisce sulla soglia ma va in piazza».
Il brutto di Milano?
«Che ci si abitua sempre alle cose brutte. Quindi, togliamo le auto dai marciapiedi…».
L’auto lei la usa?
«No, vado a piedi. Alla mia età, ho bisogno di mantenermi in forma…».
Come sono i milanesi rispetto agli altri cittadini del mondo?
«È facile vivere qui. I milanesi sono socievoli, aperti, ospitali. I giovani dagli altri paesi qui vengono e si trovano bene, senza formare una comunità di espatriati, come fanno gli italiani all’estero. Noi, nello studio, abbiamo portoghesi, brasiliani, turchi, bulgari… Milano mette in contatto le persone. Io che ho un’esperienza di anni a Genova, forse la città con la popolazione più chiusa che ci possa essere, in Inghilterra, dove ci sono differenze culturali difficili da colmare, e Parigi, città abitata da persone estremamente diffidenti, posso dire che qui si sta bene. Molto bene».

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JESSICA GAIBOTTI ## Milanese di Cernusco sul Naviglio, 37 anni, discografica

La protagonista dei vostri prossimi cinque minuti – se avrete la pazienza di arrivare alla fine di questa intervista – si chiama Tessa, è alta 74 centimetri, parla poco e non sa camminare: il 14 luglio ha compiuto un anno. Sua madre è Jessica Gaibotti, classe 1979, milanese di Cernusco sul Naviglio, responsabile della promozione del catalogo internazionale della Universal Music Italia. Donna che in questa storia non è proprio una comparsa (come il padre, per carità). Tessa, infatti, è venuta al mondo con un po’ di fatica. Jessica ha voluto raccontare tutto perché altre nelle sue condizioni sappiano che si può diventare genitori anche quando le cose si mettono un po’ di traverso. Insomma, una bella storia. Utile. Concreta. Milanese.

Cominciamo dal nome: perché Tessa?
«Nel mondo anglosassone è la contrazione di Theresa e ci piaceva perché è anche parte di “contessa”. Non volevamo il solito nome e questo ci è sembrato subito bellissimo. In seguito abbiamo scoperto che Tessa significa “Portatrice di grandi responsabilità”. Se penso poi che è nata il giorno della presa della Bastiglia…».
Quando è nata la vostra famiglia?
«Ho conosciuto Alessandro, il mio compagno, sette anni fa. Gli dissi subito: non voglio perdere tempo, sappi che voglio sposarmi e avere figli».
E lui?
«Non scappò. Mi rispose: “Anch’io. Non subito, però”. Abbiamo iniziato a provarci tre anni fa».
Nel frattempo vi siete sposati?
«Non ancora. Il figlio, però, non arrivava…».
Perché?
«Lui ha pochi spermatozoi e quelli che ha sono lenti, forse perché da giovanissimo fu operato di varicocele. Dopo un po’ abbiamo scoperto che anche io ho un’ovaia pigra. Diciamo che, nel nostro caso, l’unione non fa la forza… Allora ci siamo informati al San Raffaele e abbiamo fissato una prima visita. Il giorno prima, però, la dottoressa mi ha raggiunta al telefono per dirmi che era rimasta bloccata in America per uno sciopero degli aerei. Mi è sembrato un segno del destino e non l’ho richiamata: ci siamo rivolti al Centro Fertilità dell’Istituto Clinico Humanitas, una struttura pubblica specializzata nella fecondazione assistita».
Quando?
«Era il 2013, a metà settembre. Il primo impatto è stato ottimo, ci hanno rassicurato e dopo poco abbiamo cominciato a fare tutti gli esami possibili e immaginabili. Il primo tentativo l’ho fatto poco più di due anni fa: maggio 2014».
Risultato?
«Negativo. Forse un po’ di stress di troppo. Avevo scoperto di avere dei noduli al seno e gli esami avevano fatto ritardare tutta la procedura… Non lo so. Sta di fatto che non è andata bene».
Il suo umore durante i vari trattamenti com’era?
«Adrenalina a mille e un po’ di tristezza, poca poca però».
Che aria tira intorno a chi fa un percorso di fecondazione assisitita?
«Ho capito che è ancora un tabù. Tutti in un modo o nell’altro pensano sia la donna a essere sbagliata, mai l’uomo. È una materia che bisogna affrontare e gestire con estrema delicatezza. Nel nostro caso, quando all’inizio sembrava che il problema fosse solo suo, Alessandro era molto demoralizzato. Quando si è capito che anch’io avevo qualcosa di “storto”, ci siamo ritrovati ed è andata meglio. Un po’ mal comune, mezzo gaudio. Io, comunque, dopo la prima fase un po’ da depressa, con il tempo ho acquisito sempre più carica e determinazione».
I medici che percentuali le hanno dato di riuscita?
«Mi hanno sempre detto come stavano le cose, senza esagerare in un verso o nell’altro. Dopo il primo tentativo fallito, hanno sorriso: “Nessun problema, ci riproviamo. Faccia sempre attenzione al cibo, al fumo, all’alcol. E allo stress…”».
È diventata una salutista estrema?
«No, ma ho iniziato a fare attenzione a tutto. Per fortuna avevo smesso di fumare da anni, così ho iniziato a bere pochissimo e a mangiare bene. Ho capito che è soprattutto una questione psicologica. La prima volta ero tesa e avevo paura, la seconda ero più tranquilla e rilassata».
Dopo quanto tempo ha riprovato?
«Sei mesi dopo, a ottobre. Ed è andata bene».
Quando e come ha saputo di essere incinta?
«Dall’estetista».
Dall’estetista?
«Quando si tratta di fecondazione assistita l’esito viene comunicato telefonicamente dalla dottoressa che ti segue. Stavo facendo la ceretta e sono scoppiata a piangere dalla felicità. Subito dopo mi ha seguito l’estetista, che sapeva ogni cosa, e dopo qualche secondo era in lacrime tutto il centro estetico. Non lo dimenticherò mai quel momento».
I nove mesi della gravidanza come sono stati?
«Meravigliosi. Nessun problema».
Pensate di fare il bis?
«Sì, ci piacerebbe. Abbiamo un embrione congelato che ci aspetta. Vorremmo tirare su Tessa come si deve, cambiare casa – che stiamo cercando – e poi provarci».
L’esperienza con l’ospedale come è stata?
«Fantastica. Sono stati tutti professionali, umani, generosi. Le racconto tutto questo perché ho letto la storia bellissima di Elena Muserra De Luca e di sua figlia Rebecca (https://imilanesi.nanopress.it/elena-e-rebecca-muserra-de-luca-milanesi-di-milano-47-e-9-anni-mamma-e-figlia/), che hanno una forza pazzesca, e perché all’Humanitas mi sono sentita a casa. Ed è giusto che si sappia. I medici ancora oggi mi chiamano per sapere se va tutto bene. Mi hanno chiesto la foto di Tessa… Meglio di così non poteva andare».
Quanto ha speso?
«Niente. Tutto a carico del servizio sanitario nazionale, tranne due esami che dovevo fare con urgenza per via dei noduli al seno. Tanta gente, che spesso viene da fuori Milano, privatamente spende tantissimo. Io al massimo ho avuto lo stress da tangenziale».
Che cosa ha imparato da questa esperienza?
«L’importanza dell’empatia. La solidarietà. La condivisione. Con le altre donne che hanno fatto con me lo stesso percorso si sono creati rapporti speciali. Unici».
In ufficio durante la terapia com’è andata?
«Benissimo. A volte sono stata assente, ma sono stati tutti molto comprensivi. Anche il ritorno al lavoro me l’aspettavo molto più complicato. Ovviamente io e il mio compagno siamo fortunati perché possiamo contare su due nonne giovani e disponibili».
Nessun cambiamento, nessuna piccola o grande guerra?
«Niente di niente, per fortuna. So bene che a molte hanno tolto il posto, sono state “mobbizzate”, messe in un angolo. In Italia per tante di noi la maternità è un problema, c’è poco da fare. Faccio un esempio: se all’asilo bisogna prendere la bimba entro le 18.20 – orario per me impossibile – o c’è qualcuno che va a prenderla al posto tuo, e spesso è da pagare, o si iscrive la bimba a una struttura privata che la tenga più a lungo, e anche in questo caso c’è da spendere. In alternativa si lascia il lavoro e si resta a casa».
Che ne pensa dell’utero in affitto?
«Prima ero d’accordo, dopo essere diventata mamma non più. Un bimbo tenuto in pancia per nove mesi, anche se gli ovuli sono di un’altra, non si può dare via. Gli uomini gay saranno senz’altro bravi genitori, però l’utero in affitto è una forzatura che mi fa paura. Meglio adottare. Per le donne gay, che piaccia o no, è diverso: è naturale».
Si è mai allontanata da sua figlia per una notte?
«Non ancora. Siamo usciti per qualche cena, abbiamo anche fatto tardi, ma non sono mai stata una notte senza di lei. È ancora presto…».

 

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LA PINA (Orsola Branzi) + EMILIANO PEPE ## Milanesi di Firenze e Napoli, 45 e 39 anni, speaker e musicista

La Pina è uno dei nomi più importanti della radiofonia nazionale, visto il seguito costantemente in crescita dei suoi programmi e della sua attività social. Rapper, conduttrice televisiva e radiofonica, Orsola Branzi – questo il suo vero nome – ha 45 anni ed è nata a Firenze. Figlia di due noti architetti e designer, Andrea Branzi e Nicoletta Morozzi, nipote dello scomparso Massimo Morozzi, altro grande designer, e cugina dell’attrice Vittoria Puccini, La Pina vive a Milano dall’età di tre anni, quando il padre – dopo aver disegnato il celebre negozio di Elio Fiorucci a New York, nel ’73 si trasferì in città per fare altrettanto con quello storico di Galleria Passarella. In questa intervista La Pina è assieme a suo marito, Emiliano Pepe, musicista e produttore napoletano molto apprezzato nell’ambiente musicale milanese. I due si sono sposati nel 2013 e nel 2014 hanno partecipato con grande successo all’adventure game di Raidue Pechino Express. Da sola, e con Emiliano, La Pina parla di Milano, comodità e asprezza, crisi e solitudine, anziani incazzati e amici giapponesi, mummie e moschea. E se Linus avesse accettato di candidarsi a sindaco di Milano ci avrebbe pensato lei a risolvere il problema…

Trascrizione videointervista a LA PINA + EMILIANO PEPE

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L’INCONTRO IN RADIO
P – Ci siamo incontrati in un corridoio della radio. Per me, alla fine, Milano è la radio. Tutto quello che mi succede, mi succede lì dentro ed essendo lì tutti i giorni dell’anno… Per fortuna, Emiliano, sei passato da lì…

LA SCELTA
E – Milano l’ho scelta, non è che sono venuto “forzato”, diciamo. L’ho sempre trovata meravigliosa, Milano. A me piace proprio tanto.

I PRIMI PASSI
E – Scesi alla stazione Centrale, la prima volta che venni a Milano, e mi dissero di prendere il tram 33. Il dramma è che lo vidi passare da lontano e, pur correndo, non ce la feci a prenderlo.  Tra me e me pensai: “Madonna mia, quanto devo aspettare adesso?”. Invece passò subito, dopo due minuti (un buon segnale, direi).

FIORUCCI, MILANO E DINTORNI
P – Io ci sono venuta da piccola a Milano, avevo tre anni. Mio papà aveva disegnato il negozio di Fiorucci a New York e così ha trasportato la famiglia qui… Mamma disegnava Fioruccino. Eravamo una colonia aggregata a Galleria Passerella, quando il negozio di Elio (Fiorucci) era lì. Dopodiché l’ho vissuta per le scuole, poi me ne sono andata a studiare a Bologna, poi sono andata a vivere a Varese, e poi sono tornata Milano. Però diciamo che me la vivo in realtà per la radio e per Emiliano, che sono le due cose di cui me ne frega nella vita. Per il resto, mi piace viaggiare e quindi andare fuori da quì. Mi piace tornarci, mi piace il fatto di averci una casa.

COMODA MA FREDDA
P – È una città comoda per chi lavora, Milano. Nel senso che se hai cose da fare può essere molto pratica, può essere anche molto avversa se sei fermo, perché non è calda, non è sociale. È un po’ una città di servizio e di servizi.

QUELLO CHE TI SERVE C’È
P – Altre città hanno più personalità, magari proprio nelle mura, nelle strade, nella storia. Milano è una città che la identifichi per il fatto che quello che ti serve c’è. Te lo portano a casa, se serve, te lo portano in poco tempo e funzionale… Mi capita spesso di postare delle cose che faccio sui social e tutti: ”Eh, ma solo a Milano (ci sono) queste cose”.

QUANTO DEVE A MILANO
P – Io penso che si debba a se stessi le cose (che uno riesce a fare). E sapersele trovare nel posto in cui si è. È quello che poi ho capito anche viaggiando. Io e Emiliano viaggiamo spesso insieme, abbiamo fatto l’esperienza di Pechino Express su tutte…. Quindi, a maggior ragione, sei e trovi quello che ti cerchi.

LA MIA CITTÀ
P – È fatta di questo posto che è casa, di qualche ristorante, un po’ di amici. Però soprattutto tanto casa… Milano è a portata di mano, è comoda, ti viene incontro, gioca a tuo favore. Ci sono città più faticose, forse quella da qui vieni tu, Napoli, è più faticosa come città.

L’INTIMITÀ E LA METROPOLI
E – Sicuramente sì. Da un lato conserva l’intimità di frequentare persone.
P – La preserva, sì.
E – E dall’altro c’è quella cosa della città, della metropoli internazionale…

LA MILANESIZZAZIONE
P – Credo che poi alla fine Milano spersonalizzi un po’, per cui si diventa milanesi in quel senso. Socialmente hai più un’immagine che diventa anonima rispetto alle tradizioni. Poi, per fortuna, nelle case la gente ha le sue tradizioni, i suoi modi, che mantiene e osserva.

SERVIZIO SERENATE
P – Adesso addirittura fanno un servizio serenate a Milano. Averlo saputo… La serenata per me è una cosa che fa la differenza, che ti fa dire: “Allora siamo in una città civile”. C’è il cantante che viene a farti la serenata sotto casa, come si usa Napoli la sera prima del matrimonio. Questi sono passi avanti, secondo me. Comunque sia, alla fine, gliel’ho fatta fare io, la serenata. Perché abbiamo un amico che fa il neomelodico a Milano, Tony Arca, e in radio gli ho fatto fare la serenata.

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LA CRISI VISTA DA QUI
P – Lavorando in radio mi accorgo che oggettivamente c’è da tempo una grave crisi economica, ma non solo: c’è una crisi ideologica.

RISCHIO SOLITUDINE
P – C’è un forte spaesamento. Io questo lo sento molto e sento anche una forte paura della solitudine. Di non essere parte di quello che era la struttura sociale di un tempo. Quindi, entrare dentro una grande azienda, e lavorare per quella (tutta la vita) e creparci dentro… La possibilità di inventarsi delle cose… Dove non c’è forse una formazione culturale, ma anche sentimentale, la solitudine è sempre pronta a scatenare grandi paure.

CITTÀ PER FIGHETTI
P – Qua è una città per fighetti. Per cui, o sei nella cosa giusta, fighetta, o sennò sei molto isolato. Più che nelle altre città, secondo me.

IL BELLO È…
E – A me piace, per esempio, fare la differenziata… A lei la mando a casa sulla differenziata…

MAI ORA
P – Io non vorrei mai arrivarci ora Milano, mi farebbe una fatica… Poi da Firenze no… Se c’è una cosa che Milano ti insegna è che se lavori bene, lavori sodo, fai…
E – Io trovo che ci sia molta meritocrazia a Milano.

FARE BENE QUI PAGA
P – Il fatto di fare bene paga e questa è una cosa che a me dà molta sicurezza, essendo io bravissima… A Milano si lavora in maniera totale, non smetti alle cinque.

NERVOSISMO E ANZIANI INCAZZATI
P – La maleducazione, il nervosismo milanese, gli anziani incazzati.
E – Sì, gli anziani incazzati, i giovani che si incazzano con gli anziani…
P – Lo sgarbo, pensare sempre che quello che ti siede al tuo fianco ti sta fregando… Ma roba di… Tipo 10 cm di parcheggio. Cioè ti stanno rubando che cosa?
E – Milano è la classica città che se vedi la persona per terra.
P – Tiri dritto…
E – Sì, la gente fa fatica fermare la macchina. E a dare una mano…

LA RICARICA TOKYO
P – A me Milano va stretta quando a un certo punto, guardandoti in giro, entrando nei negozi e nei supermercati non vedi niente di nuovo. E quindi noi ce ne andiamo a Tokyo, due volte l’anno andiamo a Tokyo. E ci carichiamo a palla e poi cerchiamo di ricostruirci Tokio quì. Nel senso di intendere le cose in quel modo. Studiamo il giapponese per magari andare a starci un po’ di più. Quando farete I Giapponesi siamo noi, vorremmo fare la sigla!

GLI AMICI NAPOLETANI
E – I primi tempi che venivano i miei amici, e frequentavo anch’io situazioni del genere, li portavo tipo all’Hollywood…
P – Meno male che sei cambiato!

GLI AMICI GIAPPONESI
P – Gli amici giapponesi sono delicati, da proteggere. Certa maleducazione è fastidiosa, mi vergogno un po’, però li porto in centro. A loro piace vedere i monumenti, il Duomo, i negozi. E poi da mangiare. Per il cibo diventano matti.

ORGOGLIOSI PER…
P – Quando vengono i nostri amici giapponesi, e anche i nostri amici napoletani, quando vanno via ci piace di più Milano. Tutto sommato finisce sempre che siamo abbastanza orgogliosi del posto dove stiamo. Perché li facciamo stare bene.

CERTE MUMMIE
P – Una cosa, invece, che detesto sono quelle pasticcerie tipo. queste qui di Milano, della vecchia Milano. Mi fanno cagare, con dei caffettini a 5 euro, con quelle signore che puzzano di naftalina, con le loro tazzine. Quelle tipo “Vuoi fare una foto a un cioccolatino? Non si può fotografare…”. Ma che chi te lo copia?

PRO MOSCHEA
P – Questa deve essere una città che garantisce i diritti, che non LI impone ma LI garantisce. Siamo pro moschea, siamo pro tempio, siamo pro chiesa, siamo pro chi utilizza questi spazi per pregare e coltivare il proprio culto. Perché è un lato dell’essere umano fondamentale.

SE LINUS SI FOSSE CANDIDATO SINDACO?
P – Mi sarei messa davanti alla porta così… ”Tu da qua non esci, ci devi comandare. Devi tenere testa a via Massena 2. Dove vai?”. Noi siamo una cittadina, là dentro. L’uomo non deve mollare la baracca. Sennò…