MAKI GALIMBERTI
Milanese di Milano, 47 anni, fotografo

LOLLI E GIANGI, LA MILANO BENE E IL QUARTIERE MALFAMATO

MAKI GALIMBERTI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Milanese “milanese”, classe 1968, un figlio di 5 anni e mezzo avuto da una romana, Maki Galimberti è tra i fotografi più quotati dell’editoria italiana. Alterna ritratti a personaggi dello spettacolo a politici e sportivi vari - Fiorello e Toni Servillo, Dalai Lama e Matteo Renzi, Alessandro Del Piero e Camille Lacourt – a reportage in giro per il mondo. Dice di non aver mai lavorato in vita sua. Forse non mente, il maledetto.

Scusi, ma che nome è Maki? Sembra un omaggio alla cucina giapponese…
Per carità. Quando sono nato io, nel ’68, i ristoranti giapponesi a Milano neanche esistevano. Maki è un’invenzione di mio padre, all’epoca ventenne, che si era talmente fissato da volermi registrare all’anagrafe con questo nome. Il prete durante il battesimo si rifiutò di assecondarlo e così alla fine fu costretto a optare per un normalissimo Massimiliano. Però mai nessuno mi ha chiamato così. Sono Maki da sempre. Attenzione, però: sono cresciuto in un quartiere malfamato.
E questo che c’entra?
C’entra perché ci tengo a far sapere che sono molto diverso da Lolli, Giangi e i tanti fighetti della Milano bene che si fanno chiamare nei modi più assurdi e ridicoli. Sono proprio un’altra roba, io.
Quale sarebbe questo quartiere?
Gallaratese, a nord ovest di Milano. Sono orgogliosissimo di aver vissuto lì i primi dieci anni della mia vita. Per strada e nei prati vigeva la legge del più forte, così dopo i primi ceffoni mi svegliai anch’io. A conti fatti, fu una bella scuola.
Che scuola ha frequentato? Quella vera, intendo.
Liceo artistico. Si studiava poco, ma dal punto di vista sociale – amicizie, donne, strategie di gruppo – fu un periodo molto formativo. Dopo il diploma, mi iscrissi ad Architettura, ma giusto per sostenere due esami e non partire per la naja (il servizio militare obbligatorio, ndr). Con l’università durò poco.
Cioè?
Un giorno, mentre facevo l’autostop in viale Forlanini, si fermò un grande fotografo di cronaca milanese come Mimmo Carulli. Mi caricò e dopo poco mi disse: “Ma tu non sei uno di quegli sbarbati che occupano i licei? Invece di perdere tempo perché non vieni a lavorare per me?”. Così, senza chiedermi altro. Accettai al volo. Era il 1988. Non avendo mai fatto l’assistente di un fotografo ritrattista o di moda, oggi posso dire di aver imparato da lui tutto quello che so sulla fotografia. La mia gavetta è fatta di migliaia di immagini di morti ammazzati, manifestazioni, tombini scoppiati, esodi in stazione, al casello, nevicate, gatti sugli alberi salvati dai vigili…Anche in questo caso, una grandissima scuola.
Che Milano era quella dei suo inizi?
A due ruote, fredda, bagnata. Per battere sul tempo la concorrenza giravo in motorino con qualsiasi condizione meteo. Da Repubblica o da il Giornale chiamavano dicendo che in via Tal dei Tali si era buttato uno dalla finestra? Dieci minuti dopo ero lì. Per questo conosco la città come un tassista, categoria con cui vado poco d’accordo perché dico sempre la mia sui percorsi da fare.
Al contrario di tanti milanesi che conoscono solo poche strade…
È vero. Ci sono zone della città che tante persone, anche milanesi doc, non hanno mai visto. Credo succeda perché qui si tende a fare più o meno tutto vicino a casa.
Milano adesso come se la passa?
Nonostante la crisi e le batoste di questi anni, mi sembra migliorata. Rispetto alla fine degli anni ’80, quando ero un ragazzino e Milano era “una città da bere”, adesso è molto più bella e vivibile.
Il suo posto del cuore qual è?
I giardini pubblici di Porta Venezia. Abito da una decina di anni da quelle parti, e lì ho portato a vivere la mia fidanzata e mio figlio Antonio. Mi piace perché è popolare e colorata, molto africana, vicinissima al centro. A piedi ci metto otto minuti per arrivare a piazza San Babila.
Dopo il quartiere malfamato, è sempre stato in centro?
No, li ho girati un po’ tutti. Dopo Gallaratese, con i miei o da solo, ho cambiato minimo 15 case. La prima da solo l’ho avuta a 21 anni sui Navigli. Ero nella fase del “rimorchio” compulsivo e una casa in quella zona mi aiutò parecchio. Che tempi…
Per conoscere in fretta Milano che cosa bisogna capire?
Che non è una città del Sud, ma ha un cuore grande, è ambiziosa, è efficiente. Per imparare a orientarsi, invece, bisogna guidare qualsiasi mezzo, meglio se bici o moto. Solo così si può scoprirla davvero. Detto questo, messa a confronto con tante altre città del mondo, Milano è grande quanto basta. Rispetto a Roma, Londra e tutte le altre grandi città internazionali è piccola, ma non così tanto da non garantirti l’anonimato e tutto quello che una vera città deve offrirti in termini professionali, culturali, ricreativi. Insomma, a Milano c’è tutto, ma non c’è troppo. Si capisce che sono un milanese orgoglioso ed entusiasta?
Poco poco…
E pensare che, anche se nato alla Mangiagalli, il mio cognome è una bandiera della Brianza: papà è di Monza, mamma di Desio.
Visto che è abitata da italiani provenienti da tutto il Paese, Milano è la città più italiana di tutte, o la più internazionale?
È italianissima ma è anche la più europea. Roma, che ha più stranieri residenti o di passaggio, ha una mentalità molto meno internazionale. Milano, a conti fatti, è la più vicina al concetto americano delle grandi opportunità per tutti.
I milanesi di adesso come sono?
Come sempre. Propositivi, concreti, brillanti. Il bello di Milano è che qui – grazie all’attenzione agli affari, alle ambizioni che si sviluppano, alla voglia di fare cose nuove – si creano facilmente connessioni fra persone che lavorano. E non solo: anche umanamente a Milano ci si contamina fertilmente.
Va bene, ma le magagne quali sono?
Il milanese può essere molto spigoloso. Il senso di praticità a volte viene preso per superficialità e spesso l’approccio risolutivo alle cose della vita è scambiato per scarsa sensibilità. Questo è l’equivoco maggiore e, al tempo stesso, il difetto peggiore dei milanesi.
Il brutto di Milano?
C’è l’imbarazzo della scelta. Non so che dire.
Ha mai pensato di andare in un’altra città?
Qualche anno fa, per studiare l’inglese, sono andato due mesi a Melbourne, in Australia. È sul mare, ha un bel clima, la vita è molto ben organizzata e divertente. Per un po’ ho fantasticato di restare, ma per me non c’erano opportunità. Di Milano ce n’è una sola.
Mi sta dicendo che professionalmente non sarebbe riuscito a fare le stesse cose in un’altra città?
Il mio business di fotografo è concentrato sull’editoria, quindi in nessun’altra città italiana avrei potuto fare le stesse cose che ho fatto qui.
Quando Milano diventa una città provinciale?
Quando la gente deve a tutti i costi collocarti: sei dei nostri o non sei dei nostri? Quando sono andato per tre mesi a Parigi per cercare un’agenzia con cui collaborare, ricordo che mi chiamavano i miei normali interlocutori di lavoro per dirmi: “Quando torni che riprendiamo a lavorare?”. Rispondevo sempre: guarda che in un’ora d’aereo sono lì e faccio tutto quello che c’è da fare, come sempre. Ecco, se oggi si sente l’esigenza di collocare una persona in un luogo fisico, questo mi sembra molto provinciale: il mondo è diventato così piccolo…
Ripeto: il brutto di Milano?
MI vengono in mente solo cose belle, tipo i mezzi pubblici. Da anni ho rinunciato all’auto e posso dire di adorare metro e tram milanesi. Funzionano bene, mi piace dirlo, e voglio che si sappia. È una questione di civiltà.
Il week end scappa come quasi tutti i milanesi o no?
Per me il week end non è mai esistito fino a quando non ho messo su famiglia. La mia compagna lavora da lunedì a venerdì, quindi per forza di cose ogni tanto andiamo via. Se siamo in città, amo andare alla Triennale, uno dei posti più belli e importanti di Milano. Prima era trascurata e poco valorizzata, adesso è un gioiello che rende la città molto più internazionale e moderna.
Conosce il dialetto?
Ho amici più grandi di me con cui spesso ci ritroviamo per parlarlo. È una cosa bellissima, un po’ fuori dal tempo, che mi fa star bene. Con la mia compagna, però, devo controllarmi: è romana.
Come sono i romani a Milano?
Lei è a Milano da quando aveva 17 anni, quindi più di tanto non soffre… I romani, però, sono quelli che mi divertono e mi incuriosiscono di più. A Milano si dividono in due categorie: quelli che continuano ad avere il mal d’Africa, a sentire la mancanza del Tevere giorno e notte, e altri completamente integrati che tornano a Roma solo per le feste comandate. I primi li riconosco subito perché quando si ritrovano all’inizio parlano sempre della strada fatta per arrivare. A Roma lo fanno tutti, a Milano nessuno. Roma è grande, Milano è piccola.
Come l’ha vista Milano in crisi?
In difficoltà, ma anche attraversata da tanti stimoli nuovi. Mi ha colpito che tanta gente si sia riconvertita come se niente fosse. Molti milanesi hanno chiuso attività zoppicanti per reinventarsi in mille modi. Chi aveva un negozio di fiori come il Mint Garden, in zona Buenos Aires, ha rafforzato le entrate in calo offrendo caffè e aperitivi. Ravizza – Tutto per lo sport, un negozio che dal Dopoguerra in poi ha sempre commercializzato articoli di campagna inglese, adesso vende ancora stivali da pesca, ma fa anche da mangiare. E va alla grande.
Fra loro c’è anche qualche suo collega?
Uno si è buttato nell’antiquariato, adesso vende nel giro dei mercatini itineranti, e guadagna più di prima.
Il brutto di Milano?
Chi ci vive lo sa. Dai, non posso mica dire una cazzata come il meteo o il traffico.