SERAP MESUTOGLU
Milanese di Istanbul (Turchia), 56 anni, reception manager

ISTANBUL-MILANO SOLO ANDATA (SE NON FOSSE PER IL MARE...)

Serap Metusoglu

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Serap Mesutoglu ha 56 anni, non ha figli, e per arrivare in città ha fatto un bel giro. Da Istanbul, dove è nata e ha vissuto fino a 18 anni, si è trasferita a Vienna per motivi di studio, poi è andata in Toscana e infine è approdata a Milano. Che da 23 anni è la sua città. E non solo la sua. Dopo un po’ di tempo è venuta a viverci anche la sorella Zeynep. Serap è la reception manager di uno dei migliori (e più cari) alberghi milanesi: il Four Seasons, quello in via Gesù.

Perché a un certo punto è arrivata proprio a Milano?
«Perché, prima o poi, la vita va per conto suo e non bisogna far altro che seguirla. Io sono nata e cresciuta a Istanbul, dove ho frequentato fino alle superiori un collegio cattolico austriaco. Dopo il diploma mi spostai a Vienna per studiare “Ospitalità e hotel management” alla Wirtschaftsuniversität».
Perché tutta questa Austria nella sua vita?
«ll collegio austriaco era uno dei migliori di Istanbul, l’università di Vienna anche. Dopo la laurea arrivai in Italia, a Siena, per imparare la lingua e per divertirmi un po’. L’Italia è sempre l’Italia».
E poi?
«In poco tempo trovai lavoro in un piccolo albergo a Radda in Chianti. Un gioiellino a gestione familiare dove il proprietario produceva anche vino. La direttrice era svizzera, io le facevo da assistente. Alla fine rimasi in Toscana otto anni, fino al ’93, quando, per seguire il mio fidanzato che doveva fare un master alla Bocconi, approdai anch’io a Milano. C’era un nuovo albergo che stava cercando personale e riuscii a farmi assumere».
I primi tempi come furono?
«Uno shock. Dopo otto anni in una specie di paradiso di campagna, venire a vivere a Milano fu davvero un cambiamento enorme. Però avevo voglia di città e cominciai subito a girare in lungo e in largo per conoscerla un po’. Prima c’ero stata solo una volta: per vedere a teatro Mistero buffo di Dario Fo».
L’impatto con i milanesi?
«Ottimo. Per una turca educata all’austriaca i milanesi sono perfetti. Hanno il giusto mix di italianità ed efficienza. Ormai qui mi sento a casa. Sono in città da ventidue anni, ho vissuto più a Milano che a Istanbul, e mi piace sempre di più perché con il tempo è diventata più aperta dal punto di vista pratico e culturale, più internazionale. Io qui mi sento milanese e cittadina del mondo. Mi manca il verde, però».
Solo quello?
«Anche il mare. Quello mi manca moltissimo».
Ogni tanto va a farsi un bagno in Liguria?
«Raramente. Il bello di Milano, però, è essere vicina a tutto: lago, montagna, mare. Detto questo, non so se morirò a Milano»
Perché?
«Perché prima o poi vorrei andare a vivere svegliandomi con il mare di fronte».
Quindi alla fine vuole tornare a casa?
«No. Casa per me può essere ovunque. È solo nostalgia del mare, la mia».
Va spesso a Istanbul?
«Ogni tanto. A parte mia sorella, che fa l’architetto e mi ha seguito qui, la mia famiglia è tutta lì»
Veri amici a Milano ne ha?
«Certo. Sono molto fortunata. I miei amici di Milano sono la mia famiglia».
Secondo lei i milanesi tendono a essere più conservatori o aperti al nuovo?
«Aperti. Guardi quello che è stato fatto a Porta Nuova con i grattacieli. In nessun’altra città d’Italia sarebbe stato possibile trasformare un’area così grande in quel modo. Il mix antico e moderno, tra l’altro, a me piace».
Com’è la città vista da un hotel come quello per cui lavora?
«È sicuramente ricca. Abbiamo una clientela selezionata, fatta soprattutto di stranieri, quindi – per farle capire – la crisi a Milano per noi non c’è e non c’è mai stata».
Le richieste più curiose che le fanno i clienti stranieri quali sono?
«I turchi a volte arrivano pensando che qui ci sia una vita notturna come a New York, Londra o Parigi. Quando mi chiedono dove andare a mangiare alle 4 del mattino devo spiegare che a Milano, durante la settimana, lavorano tutti come pazzi. Locali aperti a quell’ora non ce ne sono».
Si lamentano?
«Più che altro sembrano sorpresi. Quelli che si lamentano un po’ dicono che la città è brutta. Poi quando ascoltano il mio consiglio di andare a piedi – e cercare palazzi, cortili interni, stradine – mi ringraziano. Spesso li mando a Brera e corso Magenta, fino a Santa Maria delle Grazie. Le mie mete preferite».
Quelli che apprezzano di più chi sono?
«I tedeschi sono innamorati degli italiani, quindi arrivano sempre molto preparati e ben disposti. Gli americani, anche quelli che vengono solo per fare shopping, mangiare o andare alla Scala, quando scoprono il resto vanno via contenti».
I più complicati?
«I cinesi e i russi, che spesso non parlano una sola parola d’inglese. A volte sono un po’ difficili da gestire…».
Che cosa fa di un non milanese un cittadino di questa città?
«La condivisione di valori come rigore, riservatezza, generosità. La voglia di fare, stare insieme, sorridere. Vivere bene. Per questo non riesco a staccarmi. Due anni fa mi hanno fatto un’offerta di lavoro molto allettante: un ruolo più importante e con più soldi. Avrei potuto scegliere fra Istanbul e Milano. Per un mese non ho dormito, ma alla fine non ce l’ho fatta: ho rifiutato. Sto bene a Milano. A parte quella vecchia storia del mare…».