SONJA ANNIBALDI
Milanese di Milano, 50 anni, soccorritrice in ambulanza

LA SOLITUDINE, GLI ULTIMI OCCHI E QUEGLI INTERVENTI SUI BAMBINI

SONJA ANNIBALDI

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Quando c’è bisogno lei e quelli come lei ci sono e fanno la differenza fra la vita e la morte. Roba seria, insomma. Sonja Annibaldi è nata 50 anni fa a Milano, a Porta Ticinese, e da 10 è soccorritrice volontaria sulle ambulanze di Sos Milano, onlus che opera con il 118 – il pronto soccorso 24 ore su 24 – e nel 2007 è stata premiata con l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano. Sposata senza figli, Sonja per vivere lavora nel mondo dell’editoria come pubblicista free lance. Quello che fa per Sos Milano è ovviamente a titolo gratuito. Ce ne parla in un bar di corso Buenos Aires con un entusiasmo sano e coinvolgente. Alla faccia di chi si fa mille problemi per cazzate senza senso.

Come ha iniziato?
«Per 26 anni ho vissuto con i miei genitori sopra la sede della Croce Bianca, da cui nel 1975 nacque proprio Sos Milano, senza che mi passasse mai per la testa di fare volontariato. Poi all’improvviso nel 2000 mio padre morì d’infarto. E durante il funerale ne ebbe uno anche mia madre, per fortuna non letale. Dopo qualche anno, temendo per la sua salute, che nel frattempo era peggiorata, capii che in caso di emergenza avrei dovuto saperne di più per soccorrerla nel migliore dei modi. Insomma, ho cominciato per aiutare mia madre».
Come si regolò?
«Mi informai un po’, andai nella sede di Sos Milano e mi iscrissi al corso di soccorritore. Era il 2005. Il destino, però, fece morire mia madre alla fine del corso. A quel punto, sconvolta e amareggiata, decisi di andare avanti lo stesso. Avrei aiutato qualcun altro».
Come funziona il corso di soccorritore?
«Dura 120 ore e prevede una parte teorica e una pratica. Il nostro compito è intervenire, prestare una prima assistenza, portare in ospedale il paziente. Superata la fase iniziale di studi, si passa a fare il servizio in ambulanza come quarto membro dell’equipaggio, che è formato sempre da un autista, un caposervizio e un certificato, che poi sarebbe un soccorritore a tutti gli effetti che ha superato il corso e il tirocinio. Il quarto è quello a cui bisogna far vedere come si opera nella realtà, lui al massimo può misurare la pressione».
Che tipo di impegno è richiesto?
«Un giorno a settimana e più o meno un week end al mese. Io faccio il terzo della squadra, quello operativo sul campo assieme al responsabile».
Come andò il suo primo intervento da effettivo?
«Quello non si scorda mai. Anche se a casa con mia madre avevo vissuto già momenti difficili, mi capitò un infartuato che morì in strada poco dopo».
Quali sono i più difficili?
«Quelli al buio, con la pioggia o la neve, le auto accartocciate…».
Che Milano si incontra scendendo di corsa da un’ambulanza?
«Il dato che colpisce di più è quello della solitudine, che è dilagante. Mi è capitato spesso di trovare anziani morti da soli in casa e rimasti lì per giorni. Una volta, in viale Marche, siamo entrati in una casa sommersa di sacchi della spazzatura. Girando per le stanze, sotto una montagna di rifiuti, abbiamo trovato una vecchietta magrissima, che dormiva come se niente fosse. Ecco, anche questa è Milano. Città che spesso è anche molto violenta».
Faccia qualche esempio.
«Interveniamo spesso dopo liti fra spacciatori, prostitute, ladri. Poi ci sono anche i cocainomani strafatti che sfasciano tutto, tanti suicidi, gente impiccata… Per tre anni ho fatto il servizio di notte e – è brutto da dire, ma è così – non essendoci la metro aperta per buttarsi sotto i vagoni, si vede di tutto. Più di una volta sono stata aggredita anch’io, magari dal paziente fuori di testa, tossico o autolesionista. Ricordo che per non farsi avvicinare una donna si scagliò contro di me brandendo un collo di bottiglia».
Altri episodi particolari?
«A volte è terribile, mentre sto rianimando qualcuno, rendersi conto che gli ultimi occhi che vedrà sono i miei. È una cosa che mi turba tantissimo. Il 21 giugno di qualche anno fa, lo ricordo perché è il giorno del mio compleanno, stavo festeggiando a cena con gli amici del pronto intervento quando ci hanno chiamato per un codice rosso. Ho rianimato un uomo che poi è morto davanti a me e ho pensato che proprio nel “mio” giorno lui se ne andava via… Tristissimo».
Come si fa a resistere a emozioni così forti?
«Sono una persona normalissima, come tutti, quello che faccio però lo vivo come un missione ed è così anche per gli altri volontari. Mi piace l’idea di portare conforto alle persone bisognose, rendermi utile, aiutare. Oltre al servizio in ambulanza faccio anche quello privato, cioè aiuto gli anziani ad andare in ospedale per esami e ricoveri, o curo il trasporto a casa dei malati terminali. In questo caso, ogni tanto, capita che qualche vecchietta spaventata dall’idea di morire prima di andare via mi chieda di restare. Poi, a casa, prendere sonno non è la cosa più facile da fare».
La ricaduta psicologica è pesante?
«A volte sì, ma bisogna assolutamente imparare a gestire il dolore con cui si interagisce, altrimenti diventa impossibile andare avanti. Forse i professionisti ci riescono meglio dei volontari, ma tutti alla fine quando entriamo in azione siamo impeccabili».
La paura più forte?
«Quando si entra in una casa con i pompieri o la polizia e non si sa cosa ci aspetta. Una volta ho trovato un anziano morto nel suo letto e la moglie disperata che faceva di tutto per svegliarlo».
L’intervento che non vorrebbe mai fare?
«Quello sui bambini. Per farlo ci vogliono manualità e sensibilità speciali, e una forza incredibile per resistere quando le cose vanno male. Mi si spezza il cuore quando arrivano sul posto i genitori di giovani morti, per esempio, dopo un incidente in motorino».
E quello di cui va più fiera?
«Mah! Non ho mai pensato a queste cose. Forse quando, dopo un incendio, sono riuscita a riacciuffare un uomo che pensavo non ce la facesse».
Capita spesso di dover soccorrere drogati?
«A volte interveniamo assieme a poliziotti e pompieri per sedare cocainomani fuori controllo. Mi hanno raccontato che negli anni ’70 e ’80 era molto peggio: nella Stazione Centrale si andava tutti i giorni a prendere ragazzi in overdose con le siringhe nel braccio».
Ha mai fatto nascere un bimbo?
«Purtroppo mai. Oddio, mi dicono che è emozionante ma non è proprio una poesia… Per i motivi più disparati, invece, ho soccorso tante donne incinte, spesso cinesi».
Le è mai capitato di soccorrere un amico?
«Sì, più che altro conoscenti. È successo con il papà del mio direttore di banca e con i parenti di alcuni colleghi di rianimazione. A volte anche qualche nome noto in situazioni imbarazzanti… Non le dirò altro, però».
Come sono i rapporti con i colleghi?

«Belli, forti, intensi. Come non se ne creano dopo vent’anni. Lo sa che molti di noi si sono fidanzati, sposati, hanno avuto figli? Altri invece sono diventati medici e infermieri dopo aver fatto volontariato».
Personalmente quanto è cambiata in questi dieci anni?
«Ho i piedi sempre più piantati per terra».
La lezione più importante?
«Essere umili, disponibili e consapevoli che siamo tutti sulla stessa barca. Basta entrare in un ospedale per capirlo».
Mai pensato di mollare?
«Sì. Un paio di anni fa ho avuto una crisi. Adesso so che andrò avanti a fare tutto questo ancora per qualche anno. Far bene mi fa stare bene».