STELLA PULPO
Milanese di Taranto, 30 anni, blogger

IL PEPE DI MILANO, LA DEPILAZIONE E GLI EGOFROCI

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di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

Tarantina dal 1985 (per nascita), bolognese dal 2004 al 2008 (per motivi di studio), milanese dal 2009 (per il primo lavoro), Stella Pulpo è una trentenne che, a parte amici e parenti, nessuno conosce. Come autrice in incognito del blog memoriediunavagina, però, è un piccolo fenomeno digitale da 70 mila seguaci a settimana. Addetta stampa in un’agenzia di comunicazione, single per forza di cose, sognatrice di un certo livello, quando attacca a parlare non la smette più. Questa intervista – in cui svela per la prima volta la sua identità – alla fine è durata 1 ora e 26 minuti (registratore dixit).

Che cos’è memoriediunavagina?
«La reazione di una giovane donna che scopre di essersi comportata come una grandissima stronza».
Interessante. Quando ha iniziato? 
«Nel 2011, dopo aver lasciato il mio fidanzato. L’intenzione era di sopravvivere al fallimento della relazione e soprattutto all’idea di non essere più quella brava ragazza di una volta».
Parliamo di tradimento, giusto?
«Certo. Insomma, dovevo lavorare su di me, prima di vivere relazioni su relazioni. Scrivere mi ha aiutato a sdrammatizzare, cosa che mi ha fatto molto bene emotivamente. Citando i Monologhi della vagina di Eva Ensler volevo soprattutto capire e capirmi meglio. Mi è andata bene, ho tanta gente – non solo donne – che segue con affetto e attenzione le cose frivole e riflessive che pubblico. Forse si identificano. Oddio, che parolone…».
In che cosa si ritrovano? 
«Il mio è il blog di una trentenne di origini tarantine, ormai milanese d’adozione – cosa che fa inorridire i miei amici pugliesi – in cui si parla di un modello sostenibile di femminilità, e quindi accettazione, cellulite, ansie generazionali, uomini, diete, precarietà, sesso… Forse si ritrovano in tutte queste cose».
A Milano come se la passano le donne?
«Secondo me, calcolando che non se la passano benissimo da nessuna parte, non male. Certo, non è facile avere 30 anni, essere figa e magra, vestirsi bene, cercare di avere un contratto a tempo indeterminato, guadagnare una cifra decente, affrontare l’idea del matrimonio, pensare alla maternità… E non è facile neanche “combattere” con miliardi di altre donne che qui hanno tanto da dire e sono in gamba, determinate, sicure… E poi c’è un altro problema, per cui dico spesso ai miei amici di Taranto di venire a Milano, ogni tanto. Qui c’è un bisogno enorme e disperato di uomo. Disponibile e soprattutto etero. Giù i maschietti si lamentano perché le donne ancora se la tirano come se ce l’avessero soltanto loro, qui non c’è un maschio manco a pagarlo».
Milano vista da Taranto com’era?
«Come una grande sfida, che all’inizio è stata dura sostenere perché questa città ha una combinazione di cose belle e brutte che la rendono unica. Mi sembrava tutto diverso da quello a cui ero abituata. A 23 anni sono passata dalla fase cazzeggiona della studentessa di Scienze della Comunicazione, a Bologna, a quella di chi arriva a Milano per un master al Sole 24Ore e poi comincia subito a lavorare in un’agenzia. Per un po’, soprattutto per nostalgia del tempo libero, ho rimpianto di non aver fatto la specialistica».
“Tutto diverso” come?
«Tutte le “terroncelle” borghesotte e mediamente piacenti che arrivano a Milano alla fine degli studi pensano – povere illuse – di potersela giocare ovunque alla pari. Qui invece sono (quasi) tutte fichissime, ricchissime, preparatissime. E sempre sul pezzo e con giornate da 40 ore. Praticamente, imbattibili. Insomma, i primi confronti sono stati traumatici e sconfortanti. Milano costringe a riprogrammare ogni cosa».
Lei l’ha fatto?
«Certo, e ho fatto bene. Sono cresciuta e sono diversa da prima, più consapevole di limiti e potenzialità. Ho conservato il buono delle mie radici e sono andata avanti. Sono sicuramente migliore».
Il quid di Milano qual è?
«Chi non ci vive non può capirlo. Milano – lo dico in maniera poco elegante – mette il pepe nel culo. Cosa positiva fino a quando non brucia troppo, che poi vuol dire fare e guadagnare sempre di più, non fermarsi mai, perdere il senso delle cose e della misura. Detto questo, il fatto di essere circondata da tante persone che sognano, hanno idee e le concretizzano, è una gran cosa, in Italia possibile – così spesso e così in grande – solo qui».
Quindi Milano è per sempre?
«Non lo so. Per ora sono qui e qui resto. Forse potrebbe anche piacermi una vita più semplice e rilassata, ma non credo che alla fine la farò mai».
Il difetto peggiore?
«Milano è un’incubatrice di solitudine anche quando si è circondati da tanta gente. In linea di massima i rapporti sono basati su una regola quasi ferrea: siamo amici ma non mi rompere i coglioni perché io non li rompo a te. Ho da fare».
Vale anche per lei?
«Per gli amici veri provo a esserci sempre, ma un po’ sì. Spesso non rispondo nemmeno al telefono… Lo so che è assurdo, ma se uno ha la giornata tutta organizzata non può perdere tempo in chiacchiere».
Il primo imbarazzo milanese che le viene in mente?
«Parlando con qualcuno spesso mi succedeva, e ancora mi succede, di non conoscere una parola… Per il resto, la città non è certo accoglientissima, i primi tempi ero sola come un cane, e quindi spesso mi sono sentita a disagio. Ovviamente prima ho socializzato con i terroni come me, poi con tutti gli altri. Inutile dire che ho vissuto anche una fase di puro odio di classe».
Addirittura?
«Diciamo che se giù facevo più o meno parte della borghesia, qui sono precipitata nel sottoproletariato… Lavoravo tanto e guadagnavo pochissimo: prima 300, poi 600 euro. La frustrazione era alle stelle. Di tutte le cose fantastiche che si possono fare a Milano non ero in grado di farne nemmeno una».
Con la casa come si è sistemata?
«Da viziata. I miei genitori, visto che ero sicura di restare, prima ancora che arrivassi comprarono un mini appartamento. Ovviamente, per 50 metri quadrati con bagno cieco, prima dovettero vendere una villetta in campagna con 70 ettari di terra. Un classico del Sud».
I suoi che cosa fanno?
«Sono in pensione. Mia madre era un’impiegata delle Poste, mio padre di un’azienda di trasporti».
Quando vede o sente gli amici di Taranto che sensazione prova?
«Amici a Taranto non ne ho più, sono andati quasi tutti via. Se hai un sogno, vuoi fare qualcosa nella vita che un minimo ti appartenga, non c’è scelta. Al contrario, a volte penso anche a chi è rimasto – ogni tanto su Facebook vedo qualche compagna di classe – si è sposato, ha due figli, e forse è anche felice. Penso che se mi fossi accontentata… Io però sono così, questa è la mia vita».
Da ragazzina che cosa sognava di fare?
«Scrivere. Non ho studiato per farlo perché mi è sempre stato detto che non sarei mai riuscita a viverci, però è la mia grande passione. Coltivata anche grazie a Milano. Il mio blog non credo che sarebbe mai nato se non mi fossi trasferita, se non avessi provato quel malessere che poi ho elaborato e alla fine mi anche dato qualche soddisfazione e tante risate».
La soddisfazione più grande?
«Per ora, una rubrica su Cosmopolitan a 26 anni. Oddio, per colpa della crisi a giugno l’hanno tagliata…».
In che cosa si è milanesizzata?
«Adesso ho bisogno di programmare tutto, le cose all’ultimo minuto mi destabilizzano. E poi non mi va di perdere tempo, sono sempre di corsa, mi piace fare shopping all’ora di pranzo, non mangio più male come una volta, mi vesto meglio…».
Come definirebbe Milano?
«Non saprei. Questa città ha tanti difetti, possiamo prendere per il culo i milanesi per ore, ma qui le cose si fanno. E questo fa di Milano una città straordinaria. La mia città».
La più italiana di tutte?
«Forse quella è Roma. Di sicuro Milano è quella che accoglie più italiani, la più internazionale, l’unica in cui funziona tutto. Chi si lamenta dei mezzi pubblici non ha mai preso un autobus a Taranto».
Si aspettava di più in quale ambito?
«La crescita professionale. Ma non credo sia colpa di Milano, ho iniziato lavorare nel 2008, nel pieno della crisi. La mia è una generazione di milleuristi che fa una vita molto diversa rispetto a come se l’era immaginata. Però non sono tanto insoddisfatta».
Se pensa agli uomini invece?
«Sì, lo sono. Incontrare uomini decenti a Milano è difficilissimo. Non lo dico solo per esperienza personale, ma perché ne sento di tutti i colori. Un uomo di 30-35 anni, single, non repellente ed etero, ormai è una figura mitologica. Meno male che ci sono gli amici gay che mi accompagnano ai matrimoni delle amiche. Che brutta fine…».
L’avrebbe mai detto?
«Mai. A Taranto pensavo che alla mia età avrei avuto un buon lavoro, un marito e un paio di figli».
Nel blog parla di uomini terrificanti…
«È vero. Per fortuna sono pochi, anche se tutti significativi per inconcludenza, superficialità e scarsa naturalezza. C’è quello che voleva abbinarmi ai mobili di design, quello ansioso di farmi vedere l’iPad collegato con la tecnologia di casa, quello che mi chiedeva perché non parlassi dieci lingue straniere… Per non parlare di quello che diceva subito di non essere monogamo, come se bastasse una notte insieme per farmi pensare di essere diventata la fidanzata di qualcuno. Vivo a Milano, bellezza…».
A una tarantina che vuole trasferirsi a Milano che consiglio darebbe?
«Le direi di non scoraggiarsi, non temere il confronto, essere forte e aperta. Ma di venire a tutti i costi: Milano fa crescere, fortifica e permette di aggiungere il buono che c’è nelle radici di tutti noi con il buono che ha da offrire».
I milanesi d’adozione come cambiano qui?
«C’è chi diventa una caricatura, chi si ambienta subito e chi, come due miei amici super terroni, resta lo stesso. Uno è solo più incazzoso, l’altro usa inglesismi ridicoli. Io per anni ho sentito la pressione di dover essere brillante in tutte le mie uscite, adesso un po’ meno. Infatti passo belle serate fra donne all’insegna di un sano post-femminismo. Altro che Sex and the City… Noi però non siamo arrabbiate con gli uomini».
Sicura?
«No… mentivo».
Gli uomini che non frequenterebbe mai chi sono? intendo dire: quelli a cui non risponderebbe nemmeno con un sms…
«La situazione è talmente grave che una minima chance si dà a tutti».
La serata peggiore?
«Con un egofrocio abbastanza attraente. Questa storia la racconto perché dice molto sugli incontri che si possono fare a Milano».
Egofrocio?
«Sì, a Milano ce ne sono tanti. È un mix ridicolo e irritante di narcisismo, presunzione, autoreferenzialità e onanismo psicologico».
Com’è andata?
«Arrivati sul più bello – più bello per modo di dire – questo nerd ripulito mi dice che la prossima volta mi sarei dovuta depilare ovunque… Aaaargh! Capito? E pensare che poche ore prima ero stata anche a fare la ceretta…».
La sua reazione qual è stata?
«Non l’ho più visto in vita mia e ho scritto due post su di lui. Dopo due ebook sul tradimento».
Perché?
«Per colpa di gente così è un fenomeno dilagante oggi più che mai».
Come si intitolano?
«Cara cornuta, manuale di sopravvivenza al tradimento e Cara puttana. Il primo sarà in vendita su Amazon fra un po’, il secondo devo ancora finire di scriverlo».
C’è una strada, un angolo di Milano, a cui è particolarmente affezionata?
«Posti belli ce ne sono tanti, ma non ho luoghi del cuore. Mi piace il quartiere Isola e la zona di via Marghera, ma solo perché è la mia».
Che cosa cambierebbe della sua vita milanese?
«Vorrei mettermi in proprio. Mi piacerebbe organizzare un corso di educazione sessuale nelle scuole, spiegare l’uso della tecnologia nel sesso».
Sa quello che dice?
«Certo. Nella vita – più o meno – disponiamo tutte di uomini e mezzi, e spesso i secondi sono migliori dei primi. Sono un’esperta: due anni fa ho anche organizzato un evento di beneficenza con vendita di sex toys. Un successone».
Qual è il futuro del blog?
«Mi piacerebbe trasformarlo in un progetto di scrittura collettiva per raccontare noi trentenni in un certo modo».
Quale?
«Per esempio trovare il coraggio di dire a tutti che lavorare ci affatica e che quasi tutte non vorrebbero più farlo…».
Per fare cosa? 
«Le mantenute. Torniamo ai vecchi valori, basta con questa storia dell’indipendenza. È troppo faticoso essere donne in carriera, mogli, madri. Amanti…».
Scherza?
«Lo vede che certe cose non si possono dire?».