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LELE PANZERI ## Milanese di Cassinetta di Lugagnano, 65 anni, pubblicitario

Pubblicitario in congedo, scrittore e velista, Lele Panzeri è un ragazzino di 65 anni che magari ce ne fossero. Creativo di successo – suoi gli slogan Liscia, gassata o Ferrarelle?, Sfrizzola il velopendulo (per Golia bianca) e La rivoluzione non russa (per il Manifesto) – simpatico come pochi, con coraggio e un po’ di follia continua a sognare, progettare e fare quello che gli pare. Adesso, infatti, non è a Milano. Il 1° agosto Lele è partito per un doppio giro del mondo in barca a vela e camper che lo terrà impegnato per i prossimi due anni. Vuole viaggiare per conoscere, non per raccontare di averlo fatto, quindi se la prende comoda. È in pensione da undici mesi. Questa intervista è stata fatta fra le 18 e le 21 del 17 luglio 2015, nella bottiglieria L’Isola* di via Paolo Sarpi. Nato a Cassinetta di Lugagnano (Milano) nel 1950, Gabrio Maurizio Panzeri, detto Lele, è milanese punto e basta. E in un posto “molto” milanese voleva parlare. 

Perché mi ha dato appuntamento proprio qui?
«Semplice: questo è un locale milanesissimo, frequentato da chiunque, che si trova nel cuore della Chinatown di una città che oggi va spedita verso la mescolanza delle razze. Oddio, noi milanesi siamo sempre provinciali, ma anche noi sappiamo guardare avanti come quelli che vivono nelle grandi città motore del mondo».
Dice sul serio?
«Sì, sta cambiando. Ci sono sempre brutte periferie, ghetti di intrattenimento come i Navigli pieni zeppi di coca, e un centro che dopo le 20 quasi si spegne, però sento che tante cose sono in “movimento”. Milano è come la moglie. La vedi tutti i giorni e solo ogni tanto ti rendi conto che non è così male come sembra. A volte la vedi addirittura gnocca».
Com’è cambiata nel corso degli anni?
«Io ho avuto la fortuna di vivere in periferia nella Milano degli anni ’50, intorno a piazzale Lotto, vicino alla Fiera Campionaria. Ricordo bene il Lido con la piscinona dove tutti andavano a fare il bagno, l’ippodromo, il Palalido per il basket… E poi piazza Firenze: io sono cresciuto da quelle parti, mentre ancora facevano le strade. Ho vissuto da vicino lo sviluppo pazzesco e incontrollato della città. Da ragazzino giocavo nei prati sotto casa. Abitavo in un palazzina di otto piani della Cariplo, costruita per i dipendenti della banca come mio padre, di fronte però c’era una cascina con le mucche, l’orto, i campi coltivati. A 7-8 anni vivevo per strada, la mattina andavo a scuola, ma il pomeriggio nessuno mi teneva in casa. Salutavo mamma, scendevo giù e andavo a esplorare la città con i pattini a rotelle marca Gioca. Non c’erano tante macchine in strada. Oggi è tutto diverso: se un bimbo di 8-10 anni mette il naso fuori casa lo stirano subito».
Dove andava?
«In viale Monte Rosa, viale Monte Bianco e sulla Montagnetta di San Siro, quella costruita con le macerie dei bombardamenti. La cosa più bella era andare in pellegrinaggio davanti alle case che una volta ospitavano bordelli. Che bello! Che tempi… Erano tutti più poveri i milanesi di allora. Io andavo anche in oratorio, dove ovviamente imparai le cose peggiori: a bestemmiare e vedere i film porno. Ricordo anche che lungo le strade per terra c’erano i “goldoni” usati, adesso invece nessuno più tromba in auto. C’erano anche le zoccole con i falò per scaldarsi e farsi vedere. Le conoscevamo tutte e le salutavamo ogni volta ridendo e cazzeggiando. Eravamo come i ragazzi della Via Pal, come quelli de La guerra dei bottoni. Poi, all’improvviso, arrivarono gli anni ’60».
E tutto cambiò.
«Il mondo esplose. Politica, sesso, musica… Al Palalido l’8 aprile 1967 andai a vedere i Rolling Stones, prima – il 25 febbraio 1967 – me la spassai con gli Who. Il 23 maggio 1968 passando dal parco davanti alla Triennale vidi che sotto c’era un casino di gente davanti a un locale chiamato Piper, come quello di Roma. Chiesi al parcheggiatore che mi disse: «C’è il concerto di Gimmi Endrius, un “negher”…». Era Jimi Hendrix. Che suonò davanti a 300 persone che non sapevano chi fosse, me compreso. Quella sera incontrai Dio. Fu bellissimo, anche troppo. Dopo mi misi in testa di suonare il basso – ero un cane – e soprattutto a scrivere testi di canzoni».
Come andò?
«Il mio compagno di banco era Angelo Branduardi. I testi delle sue prime canzoni glieli scrissi io, senza alcun risultato. Dopo un po’ lasciai perdere, e quando lui decise di farli realizzare a quella che poi sarebbe diventata sua moglie, diventò una superstar. Angelo ebbe un successo pazzesco. La mia autostima vacillò».
E la politica, il ’68?
«In quegli anni giravo tantissimo Milano per via delle manifestazioni, che in realtà fecero scoprire la città a tanti ragazzi. Io partecipavo molto alla vita politica di quegli anni, andavo spesso a sentire Mario Capanna che tuonava alla Statale, ma diciamo che ero più interessato alle ragazze. Poi, quando vidi che quelli della Figc picchiavano senza motivo apparente noi del Movimento, cominciai ad allontanarmi. Di quello che ci fu dopo, negli anni ’70, ricordo la cupezza degli scontri ma anche il piacere dell’esplosione del punk all’estero e del rock demenziale degli Skiantos da noi. Quella era pura fantasia e aria fresca. I tempi ormai erano maturi per la nascita della pubblicità moderna anche da noi. Il mio mondo».
Che cosa cambiò?
«Gli anni ’70 servirono per preparare il terreno per importare dall’Inghilterra e far crescere un’idea diversa di pubblicità, basata su emotività e fantasia e non sulla descrizione didascalica del prodotto. Un mondo che poi dilagò nella magia degli anni ’80, un decennio meraviglioso simile a un Luna Park, non so come descriverlo altrimenti. Tutto merito, va detto, di un certo Silvio Berlusconi».
Che con le sue Tv…
«Politicamente non l’ho mai sopportato, ma gli va dato atto che lui e solo lui offrì a tutti la possibilità di fare pubblicità, cosa che gonfiò il mestiere all’inverosimile facendo scorrere fiumi di soldi per tutti. Editoria, pubblicità e comunicazione grazie a lui vissero anni d’oro irripetibili. Il cocktail Craxi, Berlusconi, immediatezza di Tv, stampa e pubblicità risultò semplicemente perfetto. E io ebbi un gran culo: ero nell’agenzia giusta, nel momento giusto, con le persone giuste. E così, non lo dico per vantarmi ma perché lo dicono gli altri, cambiai un po’ le regole del gioco. Le mie campagne per Ferrarelle e Golia Bianca inventarono la pubblicità che intrattiene ed è simpatica. Da lì in poi fu una grande festa. Entrammo nella società dello spettacolo, come disse Fortini. Milano diventò una città da bere, arrivarono gli yuppies, i paninari, la moda italiana diventò un fenomeno mondiale, ovunque c’erano modelle fighe con le spalline, si usciva tutte le sere fino a tardi e la vita sembrava una cosa meravigliosa. Lo ripeto: Milano era diventata un Luna Park. Poi nel ’92 arrivò Tangentopoli e clic, tutto finì».
Se quella era una città da bere, quella di oggi com’è?
«Non lo so. Da svegliare? Forse con l’Expo un po’ ci siamo salvati, ma il problema è che non c’è tanta vita. In strada non c’è più nessuno. Milano è più civile di una volta, si va tanto in bici, sembra perfetta per essere abitata dalla gente, ma poi non succede niente. Anche allo stadio non va più nessuno. Io sono interista e ricordo che da casa mia, a viale Ligliani 27, quando l’Inter vinse la Coppa dei Campioni battendo il Liverpool 3 a 1, la gente si sentiva urlare come se ce l’avessi in salotto».
Milano è una città chiusa?
«Sì, ma solo quando diventa “Milano bene”. Quelli che ne fanno parte vivono fra di loro e fra di loro si moltiplicano. Se il figlio di uno va a Londra a studiare alla fine non si sa come ma quello torna a Milano e si sposa con la figlia della Luigina o del Franco».
Lei come lo sa, ne fa parte?
«No. La mia seconda moglie sì, però. Sono anche simpatici, in fondo brava gente, anche democratica, ma è più forte di loro: fanno l’appello, stanno sempre fra di loro, in branco, anche se alla fine hanno bisogno degli altri perché altrimenti non si divertono mai».
Gli altri, quelli che vengono da fuori, come si milanesizzano?
«Con il lavoro, sempre quello. Adesso che ce n’è di meno – anche perché non si produce più un cazzo – tanti tornano indietro, così come i ragazzi nati e cresciuti qui, che hanno studiato in città, vanno all’estero. Il milanese è un tipo pratico: quando ha bisogno, si organizza al volo e va da un’altra parte. Anche se… me la fa dire una cosa in controtendenza?».
Se ci tiene.
«Per me è difficile lasciare Milano. A dispetto di tutti quelli che dicono che è brutta, per me è bellissima. E il Castello Sforzesco – chi se ne frega se è ricostruito – è una meraviglia. L’ha fatto Leonardo da Vinci, mica un geometra di Busto Arsizio, sembra il castello di un film di Walt Disney. Per me è una delle cose più belle d’Italia».
Altri luoghi magici?
«Via Niccolini 21, dove adesso a pochi metri c’è la concessionaria dell’Harley Davidson. Lì abitavano i miei genitori durante la guerra. Una mattina, io non ero ancora nato, mio padre andò al lavoro in banca, mia madre nel negozio di ottica in Foro Bonaparte dove era impiegata come commessa, mio fratello grande a scuola. A fine giornata, quando rientrarono, non c’era più la casa, un bombardamento l’aveva buttata giù. Si ritrovarono sfollati senza più niente, solo con quello che avevano addosso. Tutto distrutto. Nei racconti della mia mamma quel trauma cambiò la loro vita. Io sono nato a Cassinetta di Lugagnano perché i miei, dopo la bomba, andarono a vivere lì per qualche anno. Ogni volta che passo per via Niccolini 21 non posso fare a meno di pensare a quello che provarono. Un altro luogo della memoria sono i giardinetti del Lido dove limonai per la prima volta con la mia fidanzatina. Di quel periodo ricordo anche gli stagni di Trenno, dove si andava a pescare e adesso c’è il Parco Trenno. Ricordo i bambini morti perché caduti in acqua senza saper nuotare e i cartelli che avvertivano del pericolo bombe inesplose in giro per la città. Si vede che sono molto legato alla mia Milano?».
Il giusto. Com’è la vita da pensionato?
«Bella. Da quasi un anno ho detto basta al lavoro e alla pubblicità. Sono ancora socio dell’agenzia Le Balene, quella che ho fondato assieme al mio amico Enzo Baldoni, poi morto tragicamente in Iraq, ma non sono più operativo. Voglio fare il doppio giro del mondo in camper e barca a vela. Parto il 1* agosto».
La moglie se la porta?
«No, però mi raggiungerà. Idem i miei figli, anche loro impallinati per la vela. Carlotta, avuta dalla prima moglie, che ha quasi 40 anni, e Giovanni, 21, studente di Storia alla Statale, un giovane uomo di altri tempi, serio, politicizzato, uno che fa volontariato e non mi fa comprare i biscotti del Mulino Bianco e la Chiquita… Sarà un viaggio bellissimo. Ovviamente, se il buon Dio decide di ritirarmi dal mercato, e mi viene un infarto, è andata bene lo stesso. Sono contento così. Mi fermo dove sono».
Nel suo secondo libro Il fantastico viaggio di Ubu – Storia di un tentativo di suicidio finito male, cioè bene, pubblicato nel 2014, racconta un altro viaggio molto importante…
«Sì. Fra il 2007 e il 2008 mi sono ammalato di depressione. Sono andato da psichiatri, psicanalista, mi sono imbottito di psicofarmaci… Dopo un po’ ho capito che ne sarei uscito solo andando in barca. Ne ho comprata una di 6 metri, che costava come una Panda usata, l’ho attrezzata per benino, e sono partito da Carloforte con l’intenzione di raggiungere i Caraibi. Ho portato scatole di antidepressivi, ma una volta a bordo non li ho più trovati. Meglio così: mi hanno guarito la barca e il mare. Ma non sono mai arrivato a destinazione: mi sono fermato a Cabo De Gata, nella Spagna meridionale».
Adesso come sta?
«Alla grande. Ho avuto culo: ho la pensione».

* Questa non è una marchetta, al massimo una dritta: l’Isola è un bel posto e se non lo conoscete, fateci un salto. In caso contrario, sapete che è vero, quindi fregatevene.