ALBERTINO (Alberto Di Molfetta)
Milanese di Paderno Dugnano, 53 anni, disc jockey

«NEGLI ANNI '60 NOI TERRONI ERAVAMO COME GLI EXTRACOMUNITARI»

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

ALBERTINO

Nato a Paderno Dugnano, paese da 47 mila abitanti a nord di Milano, Sabino Alberto Di Molfetta, in arte Albertino, è da più di trent’anni il più noto e importante dj d’Italia. Dai primi anni Ottanta, infatti, si è imposto con decine di programmi di grande successo – Deejay Time, 50 Songs, Asganaway etc. – e con dj set da una parte all’altra d’Italia, per la prima volta affollati come i concerti dei cantanti più celebrati e considerati. In questa intervista Albertino racconta i suoi inizi a Radio Music, l’approdo a Radio Milano International e, successivamente, a Radio Deejay. E poi le origini pugliesi, i “due guai” in famiglia, le radio americane, il bazar di Pippo, l’incoscienza, i fan, il flop in Tv, il razzismo, la prima casa dove oggi c’è il Bosco Verticale e il cavallo di Zorro…

Trascrizione videointervista ad ALBERTINO

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BORN IN PADERNO
Sono nato a Paderno Dugnano, a circa dieci km da Milano, superstrada Milano-Meda. Era downtown Manhattan… Ricordo il mio primo viaggio in motorino in due in visita alla città. Intorno ai 14-15 anni, ricordo anche il motivo: non era la scuola.

IL MITO DELLA RADIO LIBERA
Nascevano negli anni ’70 le prime radio private e io avevo questo mito di Radio Milano International, che proprio ultimamente ha compiuto 40 anni. Era la radio libera, nel senso che era tutto da sperimentare. Era tutto concesso.

IL MIO POSTO
Alle superiori ho cominciato a venire a Milano tutte le mattine, quindi per me Milano è diventato il mio posto. Poi io prendevo il treno a Cadorna, Cadorna metropolitana Duomo, Duomo tram per Porta Romana… quando si brigava si andava in centro, quindi la città era mia.

IL TRIANGOLO DELLE BERMUDA
A 18 anni la radio per cui lavoravo si trasferì in via Franchetti, Piazza Repubblica, che in quel periodo era il polo, il triangolo delle Bermuda, della radiofonia italiana. Perché c’erano: Radio Milano International, Radio Music, la radio per cui lavoravo, e Radio 105… Radio Music viene acquistata da Claudio Cecchetto e diventa Radio DeeJay. Io vengo allontanato dopo pochi mesi, attraverso la piazza e mi trasferisco a Radio Milano International, che in realtà era il mio sogno da ragazzino, È come se tu sei tifoso del Milan e a 18 anni giochi in prima squadra: capisci che cosa significava per me.

L’INCOSCIENZA? MI MANCA
Beh! L’ho vissuta con incoscienza, cosa che mi manca tantissimo, oggi, cioè più si diventa adulti, maturi, uomini, padri, più si diventa razionali, responsabili… E ti viene a mancare quella cosa lì.

DUE GUAI IN FAMIGLIA
Tu considera in quegli anni, alla fine degli anni ’70, inizio anni ’80, fare un mestiere come quello che facevamo io e mio fratello – perchè Linus, come sapete, è mio fratello. Eravamo due guai in famiglia, un mestiere che non era considerato un mestiere lo può fare solo una persona molto appassionata e incosciente. Perché continuano a chiederti: “Si ok, ma quando sarai più grande che mestiere farai? Ma cos’è ‘sta roba?”, non capivano, nessuno capiva. I miei genitori erano contenti perché comunque noi portavamo a casa un discreto stipendio fin dai primi anni.

PERIODO DI SCOPERTA
Questo periodo anni ’70-’80 io l’ho vissuto. Era un periodo di scoperta, un periodo di grande entusiasmo per qualsiasi cosa.

RADIO ALL’AMERICANA
Eravamo molto filoamericani proprio perché le radio si ispiravano al modello americano, quindi in quel periodo tutto ciò che arrivava dagli Stati Uniti… ricordo di viaggi con un gruppo di amici appassionati della radio che si muovevano con cassette audio vergini, una volta arrivati a New York, a Los Angeles pronto il radio registratore per portare a casa la cassetta registrata con la radio americana da scopiazzare, no? C’era questa atmosfera, ’era il negozio di dischi, mi ricordo.

IL BAZAR DI PIPPO E GLI ALTRI
In via Tunisia c’era il Bazar di Pippo e Mariposa in Porta Romana e in via De Amicis c’era Merac: erano i tre punti di riferimento per i dj. C’erano anche dei punti d’incontro e quindi lì vedevi anche il dj più famoso. Lì vedevi l’appassionato, lì c’era il dj figo che aveva la sua pigna tenuta via perché era un po’ più privilegiato. Questo era il mio mondo negli anni ’80, era un mondo fatto di Vespa poi la prima macchina.

LA SCOPERTA DEL MIXER
Di grandissimo entusiasmo. Scoperta di come si mixa un disco, andavo a vedere quello bravo, che era l’unico a sapere come si faceva. Mi fermavo in un angolo, ero troppo piccolo. Non mi facevano entrare quando arrivavo. Quando ci riuscivo passavo tutta la sera in un angolo a guardare questo qua.

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IL BOOM DEI DJ
Tra l’altro mi sono accorto dell’esplosione del fenomeno proprio a Milano, al Rolling Stone, che è stato il primo locale dove ho cominciato a mettere i dischi a Milano, a 18 anni. Poi ho lasciato il Rolling Stone e ho cominciato la mia carriera radio televisiva.. dj un po’ più famoso che già non lavora più nel locale fisso ma va in giro… Poi sono tornato al Rolling Stone nel ’91, perché la Sony Music ci chiese di fare una diretta radiofonica dal Rolling Stone per promuovere questo nuovo duo di musica rap che si chiamava Kris Kross, oggi scomparso, e noi organizzammo questa diretta radiofonica chiamando tutti gli ascoltatori gratuitamente a partecipare. La cosa che nessuno di noi si aspettava? Le 3000 persone dentro e altrettante fuori che aspettavano noi e non i Kriss Kross.

NOI, LE STAR
Quindi in realtà noi che dovevamo essere semplicemente la radio che supportava l’evento ci siamo trovati a capire che eravamo diventati delle star.

RADIO TALENTO
Eravamo una radio fatta di un gruppo di ragazzi di grande talento, i più bravi di tutti. Perché io lavoravo con Gerry Scotti, Jovanotti, Fiorello, Amadeus, Claudio Cecchetto era il nostro capo… e spaccavamo, eravamo il gruppo più forte. Se ho fatto questo percorso è perché avevo del talento, già a 20 anni mi sono distinto. Già facevo cose abbastanza importanti nel mio piccolo mondo.

GLI INCONTRI E LA CRESCITA
Però io credo che la crescita ci sia stata grazie alla contaminazione con i miei colleghi. Da ognuno cercavo di capire, non ho mai provato invidia, li ho sempre osservati e ho detto: “Però!”. Io ero circondato in continuazione da persone pazzesche che oggi sono ancora la massima espressione dello show business italiano, dell’intrattenimento italiano. Chi nella musica, chi nella tv chi nel teatro.

COME CAMBIA IL SUCCESSO
Eh beh… entravo gratis all’Hollywood (ride). Questi punti d’arrivo qui. L’Hollywood, lo Shocking, venivi riconosciuto, anche se io poi in realtà non avevo questa visibilità perché la radio… Oggi tutti vedono tutto ma chi stava in radio stava in radio. Era una voce per me è stata un po più lenta rispetto ad altri miei colleghi che erano televisivi… Però quando inizi a diventare un po “famosino” ti accorgi di come la gente cambia nei tuoi confronti, di come sei più fortunato perché hai dei privilegi che prima non avevi. Vieni trattato in modo diverso. Io credo di avere avuto sempre grande controllo del mio successo che è arrivato molto lentamente.

LO SCOSSONE DEEJAY TELEVISION
Io ho avuto uno scossone che mi ha un po’ turbato a 21 anni quando mi fecero fare per un brevissimo periodo Deejay Television su Italia uno. Perché Italia1, Deejay Television, fine anni ’80-’90 lo guardavano 5 milioni di persone. Era come oggi fare la prima serata, quindi quelle apparizioni mi hanno un po’ sconvolto. Non ero pronto. Poi è durata poco… non so perché evidentemente non andavo bene. Non so non mi è stato mai detto esplicitamente il motivo.

IL TRAUMA DEL FLOP IN TV
Avrei preferito che qualcuno mi guidasse, mi dicesse come correggere oppure mi dicesse perché. Invece nello stesso modo in cui sono stato buttato davanti alla telecamera senza sapere cosa dire, senza autori: vai! Dopo pochi mesi mi hanno detto no. Però sono traumi che si superano e quindi va bene così. Poi mi sono preso le mie rivincite attraverso altri canali… Forse la tv non è il mio posto cerco di esprimermi con la radio che è la cosa che so fare meglio.

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A differenza di oggi che abbiamo un pubblico più trasversale, ormai i giovani sono diventati adulti, però io riesco ugualmente ad avere un pubblico di giovani…magari non il teenager però ventenni eccetera mi seguono..

PROBLEMI CON I FAN
Allora avevamo proprio il focus con i 16/17. Quelli sono pazzeschi: quando tu hai le groupies i tuoi fans accaniti così vogliono entrare anche nella tua sfera privata e diventano morbosi. Questo è un aspetto della popolarità che non mi piace.

IO E MIA FIGLIA (IN DISCOTECA)
Spesso ho portato lei e i suoi amici con me in discoteca. Se ci penso… Pensavo di finire prima cioè ho detto, se penso a me a 52 anni non sarò ancora li a fare il dj in discoteca. Per ora, invece, nvece spesso mi sono trovato con mia figlia e le sue amiche in consolle che ballano.

QUANDO SMETTERE
Forse quando mi sentirò fuori luogo. .quando mi sentirò che non sono più adatto a certe situazioni che mi sentirò in imbarazzo. Per adesso mi diverto come un bambino e vedo che anche chi sta davanti a me si diverte.

IL BRUTTO DI MILANO
Io trovo che Milano sia stata un pò violentata dal punto di vista architettonico perché non è stata rispettata per niente l’armonia… Milano è bella al centro. Poi dopo più ti allarghi e più è un casino. La guardi e dici: “Minchia! che posto di merda” poi ti avvicini al centro e il centro è molto bello con la sua storia eccetera.

LO SKYLINE
Non mi dispiace neanche questa nostra nuova skyline. Garibaldi secondo me tutto sommato ci voleva nella città. Gli dà quel tocco di internazionalità, quella era la mia zona.

LA MIA PRIMA CASA
La mia prima casa dove ho vissuto da solo con la mia compagna, quando sono andato via di casa. Ho abitato davanti a quello che oggi è il palazzo di Bosco Verticale. In quella viuzza che ai tempi era un postaccio, adesso è diventato fighissimo.

QUEI MILANESI PER NIENTE ROCK
I milanesi veri… Boh! Non lo so perché non ci sono quasi più, ci sono in alcune zone tipo Vercelli quelle zone un po’ borghesine e hanno questi cappotti beige che non sono per niente rock, sono un po’ troppo borghesi. “Uè, scusi”.

ORIGINI PUGLIESI
Io sono stato adottato, sono di famiglia pugliese. Una delle frasi che non dimenticherò mai di mia madre.

COME GLI EXTRACOMUNITARI
Perché noi, se tu pensi alla famiglia pugliese che viene a Milano negli anni ’60, eravamo come gli extracomunitari. Uguali, stessa cosa. Mia mamma mi diceva: “Mi raccomando, vestitevi bene. Non facciamoci riconoscere che siamo meridionali. Questa è una frase che ancora oggi, che poi vestirsi bene non significa più niente. Allora invece vestirsi bene era vestirsi bene. C’era questa attenzione all’estetica, perché l’estetica era un po’ il biglietto da visita. Noi vestiti bene sembravamo dei milanesi. Vestiti da terroni eravamo dei terroni. Per mimetizzarci dovevamo essere vestiti bene.

CITTÀ COSMOPOLITA
Diciamo che Milano non è così preparata ad accogliere. Io da ragazzino non ho mai visto un ragazzo di colore dal vivo. Quindi per me vedere un ragazzo di colore è stata una roba che ho visto di persona forse da adolescente. È una cosa molto recente l’integrazione con altre etnie, altre razze. Però tutto sommato ormai alla fine siamo una città cosmopolita.

RAZZISTI DENTRO
Un po’ di razzismo rimane, cioè il milanese vero è questa roba qui: “Uè figa chel lì l’è negher, va quel marochin de merda…”. Quella roba lì il milanese un po’ ce l’ha, inutile negarlo.

PROVINCIALOTTA
Rispetto alle altre capitali europee ancora si è un pochino indietro, anche se avrebbe un potenziale pazzesco. Perché con la moda, anche con la musica, con la mentalità dei milanesi è una città che potrebbe essere molto più cool di quello che è, La trovo ancora un pochettino provincialotta.

IL CAVALLO DI ZORRO
La cosa buffa è che io, ormai da più di 30 anni, lavoro in via Massena. Non so per quale strana ragione io se parto da casa e devo andare in un posto passo quasi sempre da via Massena. Probabilmente la mia macchina è come il cavallo di Zorro. Va da sola, arriva li, poi da li si muove…

C’È DA FARE
È un po’ una nostra Land of Opportunities, un posto dove si può fare qualcosa… È una città dove c’è tanto da fare, è una città dove ti puoi relazionare e conoscere tante persone. Quindi queste relazioni, non quelle di Twitter o di Facebook, quelle vere possono portare a creare qualcosa.

TRASANDATA E POCO SICURA
È una città un po’ trasandata, un po’ sporca, poco sicura… Belle le città dove tu passeggi e ti senti come in un salotto. A New York sono riusciti a fare questo a Manatthan per esempio… Io mi sento un po’ così a Firenze. Milano, però se cammini in altre zone….