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ANTONIO DIKELE DISTEFANO ## Milanese di Busto Arsizio, 23 anni, scrittore

Antonio Dikele Distefano è nato a Busto Arsizio 23 anni fa, è nero, e ha scritto un libro, Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?, che in poco più di un anno è diventato un caso letterario da 70 mila copie vendute fra digitale e cartaceo. Prima è stato scaricato venti mila volte in free download, poi è stato pubblicato dalla Mondadori. Il suo è un romanzo  scritto con il linguaggio dei social network che racconta una storia d’amore contrastata fra un ragazzo di pelle nera, come Antonio, e una ragazza bianca, proprio come la sua ex. Il primo grande amore e la sua fine, perché Antonio è nero e per i genitori di lei è il ragazzo sbagliato. Figlio di profughi angolani, Antonio Dikele Distefano è cresciuto a Ravenna e da pochi mesi si è trasferito a Milano, in zona Lambrate. In questa intervista racconta chi è e come è nato il suo libro, parla della sua famiglia e di come è stato crescere con la pelle nera in Italia, dice la sua su Federico Moccia e Fabio Volo, Balotelli e la Primavera Araba, l’Italia classista più che razzista, i soldi, le rivincite… Da non perdere. Antonio è destinato a far parlare di sé a lungo.  A febbraio esce il nuovo libro: Prima o poi ci abbracceremo.

Trascrizione videointervista a ANTONIO DIKELE DISTEFANO

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CHI SONO
Mi chiamo Antonio Dikele Distefano, sono ritardatario, amo scrivere, le caramelle gommose, amo il Milan di Savicevic, adoro Luigi Tenco, John Lennon, amo le scarpe E mi vesto sempre di nero… Voglio arrivare a fare un milione di euro… Sono nato a Busto Arsizio Varese il 25 maggio 1992, i miei genitori abitavano in Svizzera prima e non so per quale motivo hanno deciso di venire in Italia. Mio padre tutte le volte se la prende con mia madre. Le dice: ”Mannaggia a te che mi hai portato in Italia”, perché lui voleva andare in Francia.

L’EMIGRAZIONE VIA TELEFONO
Una cosa che non si dice mai è che l’immigrazione si muove per telefono, cioè io che sono a Ravenna, tu che sei mio amico e vivi a Milano mi dici: “Vieni a Milano che c’è lavoro”. E io automaticamente mi sposto…

FUGA DALL’ANGOLA
I miei genitori prima di tutto sono emigrati in Congo. Questo fenomeno si chiama il fenomeno di regresado, poi dopo sono rientrati in Angola e dell’Angola sono venuti in Europa. Sono riusciti comunque a costruirsi una vita, a fare dei figli.

SU E GIÙ PER L’ITALIA
Erano partiti che non avevano nulla. Da Busto Arsizio si sono spostati a Cerignola, nel sud. Altra telefonata: “Vieni qui perché c’è lavoro”. E da Cerignola sono ritornati al nord a Ravenna e a Ravenna si sono stabiliti.

CRESCERE IN ITALIA
(Crescere in Italia) È difficile, però ti serve. Io mi sono accorto che veramente serve. Io ho un cugino che (dall’Itaia) è partito per Inghilterra cinque anni fa. Una volta mi ha scritto su Facebook: “Se sei cresciuto in Italia, puoi crescere ovunque”, perché le abbiamo passate tutte.

L’UNICO NERO
Nella mia classe ero l’unico ragazzo nero, nella mia scuola l’unico ragazzo nero. Oggi quando vado a scuola a parlare con i ragazzi, (vedo che) i miei nipoti hanno in classe ragazzi di tutti colori, di tutte le provenienze del mondo.

LA GEOGRAFIA IN NEGOZIO
Quando ero piccolino mia madre aveva aperto un negozio di alimentari: si chiamava Stella d’Africa” a Ravenna. Stella d’Africa, negozio di alimentari etnico, a Ravenna…. Tutti i giorni pieno così. Io ero piccolissimo, avevo otto anni e stavo sempre ad ascoltare le cose che dicevano le persone: storie, racconti, eventi… E lì ho imparato a conoscere l’Africa, ho capito che in Africa non c’è solo l’Africa… L’Africa è un continente e molte persone lo danno per scontato… A scuola ci dicono Africa e basta, questo è il male della scuola: ci dice le cose e non approfondisce… Io ho scoperto che c’era il Camerun la Nigeria, tantissimi paesi. E poi c’è il Sudamerica. Ho scoperto Che Guevara nel negozio di mia madre. Ho scoperto Thomas Sankara, ho scoperto Allende perché venivano cileni, venivano peruviani, venivano cubani… E raccontavano, parlavano… Hanno avuto ruolo fondamentale…

MIA MADRE VA IN ANGOLA
Poi arriva iniziamo a stabilirci, a fare le vacanze, a vivere una vita normale. E poi un signore acquista l’immobile sopra il nostro negozio, quindi acquista il negozio. Il signore è di destra e non amava gli stranieri, quindi ci fa chiudere il negozio. E lì iniziano di nuovo i casini, bisogna pagare l’affitto, mille cose… Mia madre poi va via, parte per l’Angola…

MIA MADRE VIVE IN ANGOLA
Ho capito che non è facile. Se io oggi partissi non dall’Italia, perché l’Italia per me non è l’Angola per lei, però (se io partissi) dall’Italia per andare a vivere in Nuova Zelanda, arrivo in Nuova Zelanda e no trovo quello che avevo immaginato… Che fai? Torni a casa tua.

NON L’HO PIÙ RIVISTA
Non ci siamo più rivisti (io e mia madre) ma ci vedremo il prossimo anno, ci vediamo su Skype. Sicuro vado lì (non ci sono mai stato) e passo quattro mesi perché voglio capire e tastare con le mie mani… io parlo il lingala che è il dialetto del Congo.

LE SCUOLE A RAVENNA
Io il liceo lo faccio Ravenna, istituto professionale elettrotecnico. Lo faccio a Ravenna nel quartiere dove sono cresciuto. Poi nella vita non faccio nulla perché non ho mai voluto fare l’università e quindi faccio due anni sabbatici.

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La vita ha voluto farmi conoscere questa ragazza, per caso.

SE DIO VUOLE
io non credo in Dio, però mia madre ci crede tantissimo, lei è convinta che ogni cosa che accade è dovuta al fatto che Dio lo vuole.

AMORE E RAZZISMO
Io conosco questa ragazza, ci fidanziamo. I primi mesi tutto ok, poi all’improvviso non possiamo più stare insieme.

I GENITORI CONTRARI
Relazione tranquilla, anzi io rido e prendo in giro lei perché i suoi genitori non li ho mai visti e le dico: “I tuoi genitori non mi vogliono conoscere”, ma scherzando invece poi scopro che davvero è così. I suoi genitori non mi vogliono conoscere, non vogliono sapere niente di me.

UN NULLAFACENTE
Perché per loro sono un nullafacente, uno spacciatore, un drogato, di tutto e di più. Trovano informazioni inesistenti su di me, da loro fonti… Io ho la fortuna che non fumo, non bevo, e quindi erano tutte cose campate per aria. Quindi siamo obbligati a stare insieme di nascosto perché ogni volta che esce e dice che sta per uscire con me, è un casino.

LA NASCITA DEL LIBRO
In quel periodo inizio a scrivere il mio libro. A novembre sua madre mi chiama al telefono, cosa stranissima… Mi chiama al telefono, al numero di un mio amico, perché io chiamavo lei con il numero di questo amico. Perché non potevo chiamarla col mio numero… Sua madre vede questo numero e mi chiama… Io poi la richiamo e sento la sua voce, iniziamo a parlare. Una conversazione veramente pesante, accesa… Lei mi attacca, inizia a dire: ”Lascia mia figlia, sei un poco di buono, quanto guadagni?”, e cose così. A fine conversazione sua madre mi dice: “Non mi freghi, io non sono mia figlia. A questa cosa che dici, che sai scrivere, io non credo. Se dici tanto di saper scrivere un libro, allora scrivilo”. La conversazione finisce, io chiamo il mio migliore amico, è un giorno di pioggia che non dimenticherò mai, tristissimo davvero, chiamo il mio amico e gli dico: “Questa mi ha detto così è così. E lui mi fa: ”Scrivi questo libro che ti frega”, ed io quel giorno ho iniziato a scrivere il libro.

NOTTI A SCRIVERE
Ogni notte mando un pezzo del libro a lei, e lei tutte le mattine me lo corregge. Sulla spinta mi sono detto: proviamo… E mi sono accorto che le cose che scrivevo mi piacevano.

SEGUIRE L’ISTINTO
In quel periodo leggevo un libro: L’onda perfetta di Sergio Bambarèn, un libro veramente fichissimo, che ti spiega che nella vita devi seguire l’istinto. Tutto il resto non ha senso. E io seguo il mio istinto, l’istinto mi dice: scrivi questo libro, pubblicalo, mettilo su Amazon e fidati: le cose andranno bene…

BOOM DI DOWNLOAD
Ma sai che io non ho mai pensato una volta: se non va bene? Mai. il libro esce il giorno dopo, il 6 giugno on-line. Dopo tre mesi boom di download, in tre mesi fa tipo 15-20 mila download.

IL DESTINO E LA MONDADORI
A settembre, invitato al festival di Mantova della letteratura, si avvicina Antonio Riccardi, direttore narrativa Mondadori Tempi, con questo biglietto da visita e mi dice: “Ciao, siamo interessati, vorremmo pubblicare il tuo libro”. Mi era arrivata una mail di Mondadori una settimana prima ma io ero convinto fosse Mondadori Store e quella mail non l’ho neanche aperta… Quindi se Riccardi non si fosse presentato, forse non avrei mai nemmeno firmato per Mondadori.

DIECI MILA COPIE IN UN MESE 
Per scherzare col primo libro dissi: ”Questo libro vende 10 mila copie in un mese” e io le ho vendute in tre settimane.

LA RIVINCITA
Però sono convinto che, visto il libro in libreria, ne abbiamo parlato e sono contento di questo, il modo migliore per zittire qualcuno è l’indifferenza… Però l’indifferenza con il libro in vetrina è fantastico… Nella Top Four dei miei autori, che poi sarebbero cantautori, ci sono Vasco Brondi al primo posto, gli Oasis al secondo, John Lennon al terzo, e Grand Corps Malade, un poeta francese che fa poesia slam.

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I RIFERIMENTI CULTURALI
Gli autori italiani Mauro Corona, De Silva – che per me è il più bravo di tutti -Ammanniti, anche se ho letto solo un libro: Io non ho paura. E Giulia Carcasi…

DIKELE NUOVO MOCCIA?
Io trovo che il titolo sia bellissimo, è veramente figo. Tre metri sopra il cielo è un titolo fighissimo, il film è fatto veramente bene…

DIKELE COME FABIO VOLO?
Fabio Volo è lo scrittore che vende di più in Italia, bisogna ammetterlo. Se Antonio Dikele Distefano, che è uno sconosciuto, in un’intervista dice: “Voglio vendere più di Fabio volo”, magari Fabio Volo va da Fazio e Fazio gli dice: “Ma hai sentito questo Antonio Dikele Distefano? Ha detto che vuole vendere più di te…”. In quel momento da Fazio parlano di Antonio Dikele Distefano. È marketing…

IO E BALOTELLI
A me Balotelli piace tantissimo, da quando ero ragazzino a me fomenta tantissimo… Io sono convinto che lui sia veramente arrabbiato, era… Adesso non più. adesso in serie A… Prima era veramente arrabbiato. Guardate che è difficile quando un calciatore entra in campo e a fischiarlo sono gli avversari. Quando tu giochi per la tua nazionale e senti che pure i tuoi tifosi urlano “Non esistono neri italiani” e ti fischiano, non è facile restare tranquilli ed essere superiori.

I FISCHI PER ME
Tutti quelli che non sono figli di qualcuno sono fischiati quando provano a fare qualcosa. Io me ne sono accorto quando ho scritto il libro. Quando ho iniziato a scrivere il libro, tutte le persone mi dicevano: “Che fai, scrivi un libro?”. Oppure: ”È arrivato lo scrittore…”. “Fuori piove dentro pure, passo a prenderti” non è un titolo adatto”. Ecco, anche quelli sono fischi.

CLASSISTA NON RAZZISTA
L’Italia è un paese classista perché Michelle Obama è venuta in Italia accolta con il tappeto rosso, abbracci, prime pagine. Michelle Obama è nera, è statunitense e non tutti sanno che gli statunitensi per vivere in Italia hanno bisogno di un permesso di soggiorno, quindi è un extracomunitaria.

GLI EQUIVOCI SUL NOME
Quando sono al telefono con qualcuno pensano che sia caucasico, francese, biondo… Quando mi presento mi guardano così e questo è un equivoco che davvero mi lascia un po’ perplesso. Perché Dikele non è un nome europeo, io vorrei cambiare il mio nome e chiamarmi solo Antonio Dikele.Il prossimo anno ci proverò.

DOVE VUOI ARRIVARE?
Io molte volte, lo dico per scherzare, voglia diventare lo scrittore italiano che vende di più di tutti, il più bravo di tutti. Più bravo di tutti è molto difficile finché De Silva, Baricco e compagnia sono in vita. Faccio veramente fatica.

MILANO È…
Ho incontrato un mio amico che vive Milano, si chiama Fauzi e mi ha detto: ”Milano è la città più bella del mondo”. Io non ci credo, però è davvero bella..

MILANO MULTIETNICA
La sera vai alle Colonne e conosci tantissime persone, è abbastanza attiva e poi c’è tantissima multietnicità. Anche se non si vuole ammetterlo, c’è tantissima multietnicità: c’è il pakistano sotto casa, il kebabbaro che fa la pizza, il cinese, il calabrese… Perché poi quando si parla di immigrati lo siamo un po’ tutti. Perché se io salgo sulla metro e prendo il microfono e chiedo: “Quanti sono di Milano?”. Non so quanti sono di Milano, per me due…

LE MIE RICHIESTE
Milano dammi una possibilità di conoscere tutti i miei idoli: Vasco Brondi… Quando io cammino molto di sera cerco sempre I miei idoli. Oddio, quando li ho incontrati mi sono scesi, però per me poter parlare con Vasco Brondi una sera al bar sarebbe l’apice, o con Mauro Corona, e anche se non abitano a Milano, Milano è una città di incontro. E anche lo stesso Fabio Volo.

ITALIANO?
Io ti rispondo che sono figlio del mondo, davvero. L’ho scoperto grazie alla cultura che mi hanno trasmesso i miei genitori. La famiglia non è quella che ti mette al mondo ma quella che ti cresce e ti rende felice.Io in Italia sono cresciuto e non sono sempre stato felice. Sono stato in Belgio e mi sono trovato bene. Un giorno andrò in Indonesia, andrò non so dove e so che quando magari andrò in Indonesia, e mi troverò bene, dirò: sono indonesiano o sono indiano oppure sono angolano o congolese… lo devo ancora trovare il mio Paese.

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RAZZISMO E ALTRO
Il mio libro è nato come libro che parla di razzismo, e poi chi lo ha aperto ha scoperto tantissime altre cose.

INCAZZATURE
Mi fa incazzare il fatto che mi categorizzano come la webstar scrittore, lo scrittore degli adolescenti… Come se essere giovane fosse una colpa.

LE MIE FRASI SE…
Sono convinto che molte mie frasi se le avesse scritte D’Avenia o qualcun altro sarebbero diventate dei must.

SPOSTARSI È NORMALE
La storia c’è l’ha insegnato che muoversi è umano, i romani andavano in giro per il mondo, i romani hanno avuto un imperatore nero, Cleopatra stava con Marcantonio, Cleopatra non era di certo svedese, Gesù non aveva la pelle bianca e 1000 altre cose…

CREDENTE?
No. Sono marxista. Se qualcuno mi dice Gesù… Io credo che Gesù sia stato un grandissimo rivoluzionario al pari di Gandhi, Thomas Sankara e Malcolm X.

ISLAM E VIOLENZA
Al mondo ci sono 1 miliardo e 300 milioni di musulmani, se davvero fosse come dicono i media noi oggi dovremmo vivere tutti nei bunker, invece non è così. Se viviamo male non è colpa dei musulmani o dei cristiani, è colpa di quelle 500 persone che sono potenti e non sono ancora stufi d’arricchirsi e continuano a creare disordini e male. La guerra di religione la fanno i poveri, le guerre economiche le fanno i ricchi.

IL SOGNO
Avere un appartamento su un’isola. Sto valutando veramente e forse lo farò già il prossimo anno alle Seychelles o alle Mauritiuts, o a Sant’Elena… Comprarmi un appartamento e vivere su un’isola, tornare per le presentazioni dei libri e poi ripartire.

LA PRIMAVERA ARABA
Primavera araba? Siamo io e Nizar Gallala, un duo. Due ragazzi che un giorno si sono detti: “Cavolo, perché non portiamo nelle scuole un messaggio positivo? Perché non diciamo alle persone che la felicità è l’unico mezzo per stare bene?”. Io non credo in Dio, però credo nel fatto che se qualcuno è felice non fallirà mai, perché se invece tu hai fatto del male un giorno subirai del male… Noi due andiamo nelle scuole, andavamo perché adesso è un po’ più difficile, io partivo da Milano e lui da Ravenna, andavamo nelle scuole a parlare di felicità e comunicazione. Piccolo esempio: ”Se io domani prendo per la prima volta il treno a Lambrate, le persone di Lambrate mi vedranno e penseranno: “Chi è ‘sto negro?”. Il primo pensiero che gli viene in mente è quello. Non è razzismo è ignoranza, è non conoscenza. Se io invece il giorno dopo salgo sul treno, vado dal Signore che mi guarda male e gli dico: ”Ciao piacere, mi chiamo Antonio di Dikele Distefano, ho scritto un libro e abito qui dietro”. Lui il giorno dopo, quando mi vedrà, penserà “Questo è un negro o penserà questo è Antonio Dikele Distefano? Io credo la seconda. Oggi ci sono molte guerre piccole tra le persone proprio per il fatto che non si comunica. Perché vogliono questo, vogliono che non comunichiamo. Per questo oggi cristiani e musulmani fanno la guerra. È per questo oggi il nero e il bianco fanno la guerra, perché se comunicassimo riusciremo a fare quella rivoluzione pacifica che voleva John Lennon.

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LODOVICA COMELLO ## Milanese di San Daniele del Friuli, 25 anni, showgirl

Lodovica Comello ha 25 anni, è nata a San Daniele del Friuli, in provincia di Udine, e in Argentina e in tutti i paesi dell’America Latina, è una superstar di prima grandezza. Adesso fa parte del cast di Italia’s Got Talent, in onda su SkyUno, assieme a Claudio Bisio, Luciana Littizzetto, Frank Matano, Nina Zilli. Dal 2011 al 2014 si è calata nei panni di Francesca, la coprotagonista di Violetta, telenovela per bimbi e ragazzini prodotta dalla Disney per il mercato locale, e poi  esplosa in tutto il resto del mondo. Negli ultimi due anni Lodovica, che nasce cantante e musicista, ha pubblicato due album da solista: Universo e Mariposa. Nella primavera del prossimo anno, al posto di Vanessa Incontrada, condurrà su SkyUno Italia’s Got Talent. Insomma, è lanciatissima anche da noi, finalmente. D’altra parte la ragazza è ambiziosa e vuole prendersi tutto, o quasi. In questa intervista, per esempio, lancia un appello a Gabriele Muccino, un regista con cui le piacerebbe tanto lavorare. Racconta del duetto che vorrebbe fare con Cesare Cremonini, e di una sua eventuale partecipazione al Festival di Sanremo. Poi parla anche del marito argentino, della moschea a Milano, delle donne in politica. E anche di un video hot…

Trascrizione videointervista a LODOVICA COMELLO

Io sono a Milano fisicamente, stabile, da otto mesi.

NEOMILANESE
Però è strano… A Milano ci avevo vissuto per due anni cinque anni fa. Avevo finito il liceo scientifico, ho fatto finta per un po’ di tempo di voler fare una carriera universitaria. Guardavo i depliant delle facoltà… Ah! Potrei fare filosofia, però in realtà sapevo che volevo prendere il cammino dell’arte.

A SCUOLA DI CANTO
Quindi, con il sostegno dei miei genitori, sono venuta a Milano. E ho studiato per due anni in quest’accademia (il Mas di via Meucci, ndr).

COME BABE IL MAIALINO
Ero Babe il maialino coraggioso che va in città. Ero piccola, anche se – a dir la verità – mi aspettavo più scombussolamento, più cambiamenti.

CITTÀ PERFETTA
Di per sé Milano è una città abbastanza compatta e ordinata. Secondo me è la città ideale per un sandanielese che vuole trasferirsi in un posto più grande. Ecco, Milano è la città perfetta perché è ordinata, tutti lavorano, fanno le loro cose.

FAMIGLIA E AMICI
Il primo impatto è stato positivo. A parte il fatto che sono partita avvantaggiata sin da subito perché sono andata a vivere con tre mie amiche di Udine, quindi avevo una sorta di casa, di famiglia, a Milano, quindi ci facevamo forza l’una con l’altra. Poi in accademia studiando e girando un po’ mi sono fatta un bel gruppetto di amici che mi porto dietro ancora oggi E devo dire che sono stata accolta bene, quindi: grazie Milano, per avermi accolta.

RIDAMMI L’iPOD
Mi hanno rubato l’iPod, una volta. Ma sapete che cosa ho fatto? Perché non è che l’ho visto, ho solo sentito che me lo sfilavano dallo zaino all’uscita della metro. Invece di dire: “Mannaggia, vabbè… Morto un iPod se ne fa un altro”, l’ho rincorso. Ho rincorso il signore e gli ho detto: “Scusi, lei mi ha preso l’iPod”. E lui faceva lo “gnorri: “Come? No, no, no”. Allora gli ho detto: “Mi faccia vedere le tasche”. Io oggi potrei non essere qui a causa di quell’episodio. Lui mi ha fatto vedere le tasche e in effetti non c’era niente. Dopo, hai presente quelli che vendono I tappetini di accendini e le cosine in metro? Aveva assistito alla scena. E da dietro (il tipo) mi faceva: ”Sotto la giacca!”. Perché l’aveva nascosto sotto la giacca (il mio iPod). Così gli ho detto: ”Ce l’ha sotto la giacca”. “Va bene, tieni!”. Si era proprio rotto le balle. Secondo me non gliela aveva mai fatto nessuno questa cosa, lui sarà stato del Bangladesh, non lo so.

MARITO ARGENTINO
Mi sono portata il campione dall’Argentina. Passare da Buenos Aires, che è il caos, a una città come Milano è stato facile. E anch’io, da un certo punto di vista, dopo quattro anni passati in Argentina, abituata ai ritmi e al caos, al traffico e alle persone… È come dire una Napoli all’ennesima potenza: quadruple file, una giungla… Ritornando a Milano ho detto: “Ah! Cavoli, wow!”. Mio marito si trova molto molto bene, per lui è una passeggiata vivere qua. L’ho conosciuto sul set di Violetta, lavorava in produzione. Quindi l’ho portato qui e sta provando anche lui a inserirsi nel mondo televisivo di qui, che non è facile dopo tanti anni che ha passato là (in Argentina).

MOLTO AMBIZIOSA
Sono molto ambiziosa, sì. Dove voglio arrivare? Non lo so, io cavalco il momento. Nel senso che, se mi sento di fare una cosa, la faccio. Cerco di farla al meglio. C’è un filo conduttore in tutte queste cose che faccio che è la musica. Ho iniziato studiare quando avevo otto anni: chitarra, solfeggio, composizione. Ho sempre bazzicato nell’ambito.

MUSICA PER SEMPRE
Però la musica c’è sempre stata e credo che sarà l’unica cosa che mi accompagnerà per tutta la vita. È quello che voglio fare, è una cosa che mi completa.

UN DUETTO? CON CREMONINI
L’altro giorno, ero già una sua fan… Ma dopo aver visto il concerto dell’altro giorno al Forum, ho avuto la conferma che secondo me è il numero uno, Cesare Cremonini. Mi piace tantissimo, sono ambiziosa l’ho detto.

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Mi sto trovando in una situazione un po’ strana, che non avevo calcolato ma – si sa – succede quando uno fa parte di un progetto così grande che diventa così popolare. Leggevo intervista dell’attore che ha interpretato Harry Potter. Diceva: “Sarò Harry Potter per tutta la vita”. Ecco, io sarò quella che ha fatto Violetta per tutta la vita.

L’ETICHETTA VIOLETTA
Però è bello perché è anche una sfida per me. Io devo dimostrare che sì, ho fatto Violetta, ed è stata una cosa bellissima che mi aiutata tantissimo. Mi ha dato una bella spinta, però insomma la gente tende a vedere Violetta come una cosa per ragazzini e quindi peensa che io possa fare solo cose per ragazzini. Invece no, mi piacerebbe dimostrare che so cantare, so scrivere, so fare anche altro. Ma c’è tempo, ve lo farò vedere.

UNA GRANDE ESPERIENZA 
La cosa che più mi brucia è questa: “Ciao, chi sei? Sono Ludovica, ho fatto Violetta. Ah… Invece la gente non sa che Violetta l’abbiamo registrato per tre anni, quindi per tre stagioni, ottanta episodi a stagione, quindi 240 episodi in tutto. Abbiamo fatto un tour mondiale, abbiamo riempito gli stadi. Insomma, la nostra esperienza, anche se per ragazzini, ce la siamo fatta eccome.

MA CHI CAVOLO È?
Sulla mia pagina di Facebook, per intenderci, ci sono solo giustamente le persone che hanno messo I Like sulla mia pagina, sono le persone che mi seguono, quindi ho una pioggia di elogi. Poi vado magari nel programma visto anche dagli adulti, o adesso con Italia’s Got Talent e magari iniziano a taggarmi nel profilo d’Italia’s Got Talent e quindi inizia a vedermi anche altra gente e la domanda tipica è: “Ma chi cavolo è?”. “Oh! Ma quella ha fatto Violetta, ma cosa fa adesso, la conduttrice? Ma no!”. Succede un sacco, un sacco di volte, quindi è una missione che ho quella di farvi ricredere.

SANREMO? CI PROVO 
Ovvio che io pensi a Sanremo. Per ogni cantante è una bella tappa. Il prossimo non lo so, ovviamente ci proveremo: sarei felicissima di farne parte. Carlo Conti? Non lo so, non l’ho mai sentito.

DONNE IN POLITICA 
Io sono una anche abbastanza femminista, sono una a cui non piacciono le etichette e voglio toglierle sia da Violetta sia da chi pensa che le donne non possano fare qualsiasi cosa. Il futuro è nostro e dobbiamo fare del nostro meglio per far partire il cambiamento. A me fa molto piacere vedere che ci sono donne e uomini, comunque giovanissimi, che si destreggiano in queste cose così da grandi.

FEDE E TOLLERANZA 
Io sono per la libertà di religione, di pensiero, di qualsiasi cosa, e trovo inaudito che ancora oggi ci sia chi non sappia convivere con qualcun altro diverso religiosamente o etnicamente. Diverso non esiste e il mondo ormai è di tutti, siamo ovunque. Milano stessa a (girare per) Milano non ci sono i milanesi al 100 per cento.

I MILANESI NON ESISTONO 
Milano è fatta dai pugliesi, dei romani e dai napoletani. E così è il mondo. Ricado sempre sul discorso della tolleranza: a San Daniele siamo in quattro abitanti e purtroppo nelle realtà così di provincia c’è ancora chi guarda storto l’altro, l’omosessuale è – mio Dio – un caso da tenere in quarantena e tutte queste cose. Mi considero una che ha sempre avuto la mente abbastanza aperta, però venendo a Milano, e conoscendo così tanta gente, vedendo che qua certi problemi non se li ponevano neanche più, ho detto: “Cavoli, bello così”. Ogni tanto torno a San Daniele e cerco di esportare la parola, sono l’eroina: “No, perché siamo tutti uguali, ragazzi”, predico in piazza, questo è imparare a tollerare l’altro.

UN VIDEO HOT 
Io fare un nastro proibito? Mai. No, no… Mai. Te lo posso assicurare, non sono quel tipo di persona, e non mi interessa fare scandalo minimamente.
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MOSAICO VIOLETTA 
Succedeva spesso, non registravamo in ordine di episodio. Non è che facevamo numero uno poi numero due… Erano tutte scene mischiate, quindi capitava che nello stesso giorno dovessimo registrare la seconda scena del terzo episodio e la la 25 del 48, quindi il tuo personaggio doveva riuscire a mantenere il filo logico della tua storia nonostante tutti questi sbalzi. Però avevamo due registi che ci interrogavano così a tradimento e ci dicevano: “Ok, cosa hai fatto prima di questa scena, che cosa fai dopo?”, “Cacchio, non ho studiato”, mi dicevo io, «però era difficile anche perché magari in una scena dovevi essere “Yeeeeeeh”, perché eri in un momento particolarmente positivo della tua storia e la scena dopo ti aveva appena mollato il moroso quindi dovevi…. Però ce l’abbiamo fatta comunque.

LO SFIZIO 
Io avevo un sogno una volta: una capannina di legno e una foresta innevata in Finlandia. Fuori le renne e babbo Natale E io che scrivo dentro col fuocherello crepitante. Mi piacerebbe concedermi questo lusso di ritirarmi un po’ di tempo in un posto così è pensare, scrivere. Ii viaggi ispirano sempre un sacco.

IL PRIMO STIPENDIO
Con il mio primissimo stipendio mi sono fatta un viaggio a New York, era il sogno della mia vita, quindi ero molto felice anche perché era la prima volta che mi compravo una cosa così grande e importante, mi sono fatta un bel regalo è l’avevo fatto con i miei soldi miei risparmi quindi ero molto contenta.

IL PIANO B
Un piano B? Non c’è.

IL LUOGO NEL CUORE 
il posto è in via Vincenzo Vela, non mi ricordo il numero però è in zona viale Abruzzi, dove c’è cinema Plinius. Lì viveva mia sorella quando mi sono trasferita a Milano. Mia sorella ha studiato qui, ha vissuto qui un sacco di anni e si è laureata al Politecnico. Poi è ritornata a San Daniele. Però ci siamo incrociate per un annetto scarso e quando sono arrivata a Milano io, piccola, sperduta, friulana avevo un rito con lei. Ogni martedì andavo a casa sua e dormivo da lei, guardavamo X-Factor insieme, ed era per me come stare in casa. Poi lei mi faceva, perché è brava a cucinare, il minestrone come lo fa la mamma. Era un momento di gioia pura, quindi direi quel ricordo lì, quel posto lì.

UN FILM CON… 
Sono una fan di (Gabriele) Muccino. Muccino questo è un appello!

BRUTTA PERÒ 
Esteticamente non è la città più bella che abbiamo in Italia, insomma è un dato di fatto. Poi, nonostante il grigiore, sono affezionatissima a Milano mi trovo benissimo.

DAVANTI A UN DISNEYSTORE 
Non ci entro ahaha. Non è che mi venga l’istinto omicida però ho fatto tanti meet&greet al Disney store firmando gadget eccetera che diciamo che guardo ma passa dritta… ciao.

QUESTI PAZZI PAZZI FAN 
Guatemala e il fan in camera. Sono arrivata in stanza, eravamo andati a cenare tranquillamente, apro la porta della mia stanza, accendo la luce e lì, nel salottino, c’era questo ragazzo tremante. Io me la sono fatta addosso e ho iniziato a urlare “Sicurezza”, perché uno pensa a un ladro maniaco. Chi va a pensare che è un fan, povero fan, che si è arrampicato? Ero al primo piano con un terrazzino facilmente raggiungibile, chi va a pensare a un fan? E quindi mi sono spaventata tantissimo. Povero, io poi sono uscita, è arrivata la sicurezza e l’hanno portato via di peso. Dopo mi ha fatto pena però non è neanche normale entrare nelle camere della gente.

CREDITI
Si ringrazia l’albergo MELIÁ MILANO di via Masaccio 19 per la location e la preziosa e cortese collaborazione.

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NICOLA SAVINO ## Milanese di Lucca, 47 anni, conduttore radio e Tv

Conduttore radiofonico e televisivo, autore di programmi, imitatore, fonico, dj, attore, testimonial pubblicitario, maratoneta… Da quando ha lasciato Metanopoli – frazione di San Donato Milanese a dieci chilometri da Milano – Nicola Savino ha fatto parecchia strada. Nato 47 anni fa a Lucca (i genitori si trovavano lì per motivi di lavoro), moglie e figlia di 10, adesso è alle prese con Quelli che il calcio su Raidue e Deejay chiama Italia su Radio Deejay. In questa intervista racconta dove è cresciuto, le domeniche a San Siro, le giostre delle Varesine, il jogging in città, Milano come New York…

Trascrizione videointervista a NICOLA SAVINO

Questo è il mercato comunale di Wagner, un posto meraviglioso, uno degli ultimi in città dove ci sono ancora le botteghe singole.

L’INFANZIA A METANOPOLI
Mio papà era di Foggia, studiava a Napoli. Anche mia mamma studiava a Napoli, era di Cosenza. Si sono conosciuti lì. Mia mamma studiava farmacia, mio padre ingegneria. Poi lui è stato chiamato a Metanopoli perché c’era l’Eni, c’era l’Italia da fare. Crescere a Metanopoli è stato molto bello. un esperimento sociale perché è un quartiere fatto tutto di figli di dipendenti dell’Eni che all’epoca erano soprattutto ingegneri, geologi… non esistevano i ricchi, ma non esistevano nemmeno i poveri. erano tutti mediamente colti, non posso dire intellettuali ma diciamo che almeno azzeccavano i congiuntivi.

LA LEZIONE DI SAN SIRO
Mi sono accorto che non eravamo tutti così quando, per passione calcistica, sono andato per le prime volte da solo allo stadio, in curva, dove ho capito che il mondo non era fatto tutto da figli di ingegneri e geologi. Però mi è servito tantissimo.

LA GIUNGLA
Milano vista da Metanopoli era come una bella Giungla, era tosta. Lì (a Metanopoli) la realtà era un po’ filtrata.

IL PONTE DI DALLA
Come diceva Lucio Dalla “Milano vicino all’Europa”, è assolutamente quella più ponte verso l’Europa, è la più sveglia, la più internazionale.

MILANO PICCOLA MELA
È indubbiamente la nostra New York, dà opportunità. Se uno viene a Milano e ha voglia di fare, sicuramente fa. Io ho cominciato giovanissimo, essendo grande appassionato di radio, che erano tutte a Milano. Se non fossi cresciuto a Milano e dintorni non avrei fatto assolutamente tutto quello che ho fatto. In quanto stanziale, io non sono uno che viaggia molto, mi sarei accontentato di una piccola realtà di provincia. Fossi stato, che so, di Terni, sarei rimasto a Terni.

IL BRUTTO DI MILANO
Una certa spietatezza, una certa fretta… il milanese beve il caffè in piedi come fanno tutti ma lui lo fa più velocemente. È molto aggressivo…

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Il BELLO DI MILANO
“Gha ‘l cor in man…”, perché è una città che accoglie, che sa anche deridere, come qui al mercato: “Uè terùn, ué maruchìn…”, è così. Però dà opportunità a chi ha voglia di fare evidentemente non si guarda razza, colore, religione. “L’è un brav fijol, l’è minga un brav fijol”. Questo.

IL QUARTIERE DI PORTA NUOVA
All’inizio mi ha fatto profondamente arrabbiare perché è sorto sul luna park delle Varesine, quindi sulla mia infanzia e adolescenza. All’inizio l’ho preso proprio come “Hanno ucciso l’uomo ragno…”. Adesso invece quando ci passo, mi capita di passeggiarci mi piace molto, mi dà spunti newyorkesi.

LA MIA MILANO
A me di Milano piace molto una parte che credo di poter definire medievale che sta tra via Torino e corso Magenta, un dedalo di piccole vie dove c’è anche piazza Mentana, senza marciapiede, piccole vie, con il pavé per terra, con le piccole gobbe antivelocità, sono stupende. Sognando una bella casa sognerei lì una casa. non c’è verde, almeno fuori, ma è molto affascinante. Lì il cielo grigio non è un problema.

JOGGING AL DUOMO
Piazza del Duomo è fantastica, quando ci passo mi si apre il cuore. Una delle cose che preferisco fare, soprattutto d’estate, è uscire la mattina presto da casa, verso le sei, e andare a correre: partire da questa zona, da Washington, e andare in centro, correre per il Castello, via Dante, corso Vittorio Emanuele, passare dal Duomo, il quadrilatero della moda. Tutto di corsa e poi torno a casa. È una cosa meravigliosa.

MILANO DA CAMBIARE
Secondo me ci vuole un pochino più di educazione stradale, quindi imparare come abbiamo messo il caso e le cinture a fermarci sulle strisce pedonali. Non si può più vedere questo duello, questa sfida all’ok corall il pedone che guarda l’automobilista, e viceversa. Non è pensabile a Chiasso, a Mentone, in Slovenia, in Austria, non si capisce perché come si valica il confine si comincia a fare così.

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EUGENIO FINARDI ## Milanese di Milano, 63 anni, cantautore

Artista versatile e poliedrico, Eugenio Finardi da quarant’anni è uno dei grandi nomi del panorama cantautorale italiano. Dopo anni di sperimentazioni ed esplorazioni artistiche, è in tour in tutta Italia con il suo inconfondibile sound, reinterpretando dal vivo i classici del suo repertorio e gli inediti dell’ultimo album Fibrillante (prodotto da Max Casacci dei Subsonica). Energico interprete e finissimo intrattenitore, Finardi è considerato un outsider per il suo atteggiamento indipendente, conservato nonostante la grande popolarità raggiunta in quarant’anni di attività musicale. Sul palco è accompagnato dalla band con cui ha scritto e registrato “Fibrillante”. Dopo aver dedicato gli ultimi quindici anni all’esplorazione di diversi generi musicali, spaziando dal blues al folk, fino al fado portoghese e alla classica contemporanea, Finardi riporta in scena le sonorità rock di forte impatto e i contenuti di grande impegno che hanno contraddistinto i suoi primi album Cramps come Sugo e Diesel, senza dimenticare la sensibilità umana e l’impegno solidale che hanno sempre accompagnato la sua vita artistica. A Milano il 24 ottobre Eugenio Finardi si esibirà al Blue Note di via Pietro Borsieri 37 (info: 0269016888). In questa intervista si conferma sempre generoso, lucido, interessante. Parla di Milano e solidarietà, moschee e grattacieli, borghesia irresponsabile ed emiri poco democratici, anarchia e musica ribelle… Di tutto, insomma. Per ora, la videointervista più lunga – più di 18 minuti – pubblicata all’interno di questo progetto. “Tagliare” Finardi? Più di tanto, non ce l’abbiamo fatta. Un grande.

Trascrizione videointervista a EUGENIO FINARDI

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BORN IN SAN VITTORE
Io sono nato a Milano, qui dietro in via San Vittore, che non è dove c’è il carcere, ma nella clinica San Giuseppe… e quindi l’ho vista crescere, cambiare, evolversi, attraversare varie epoche. Purtroppo sono vecchio abbastanza per aver visto ere intere arrivare e cambiare!

DOPO L’EXPO?
E’ un’era di mezzo, c’era questo obiettivo Expo, con tutte le costruzioni, tutti i lavori, anche tutta la corruzione che si sentiva comunque nell’aria e adesso bisogna vedere se tutto questo lavoro, questo investimento arriverà a buon fine.

DA BERE E DA MANGIARE
È diventata la città in cui troppo era possibile, la Milano da bere è diventata anche una Milano da mangiare.

LE PERDITE
Ha perso molti teatri, ha guadagnato molti negozi di moda, forse troppi… Ha un po’ perso quella sua caratteristica di città “popolare”… In questo senso è anche una città molto moderna.

SOLO PER RICCHI
Sta diventando una città per ricchi, dove la classe media lavoratrice deve andare fuori perché la città è troppo cara, il centro è diventato puramente finanziario, industriale e commerciale..bisogna essere ultra miliardari per poter vivere all’interno della cerchia dei navigli.

CITTÀ SOLIDALE
È una città dove i servizi, grazie a Dio, funzionano. Gli ospedali funzionano e anche l’aria è migliorata perché con questi cambiamenti climatici per la prima volta nella Pianura Padana si vede un po’ di vento. Tornando al discorso della solidarietà, che è un mondo che mi tocca da vicino e che sento molto vicino, nonostante l’apparente asprezza Milano sia una delle città che quando si hanno problemi ti viene più incontro.

MOSCHEA? ANCHE PIÙ DI UNA
Trovo che sia abbastanza normale che ci sia, anzi che sia meglio avere una moschea, magari più moschee dove ritrovarsi. Milano è sempre stata una città cosmopolita in cui ogni tipo di persona veniva accolta.

EXTRACOMUNITARIO A METÀ
Non bisogna dimenticare che io sono per metà extracomunitario, mia madre è americana, quindi ho questo retaggio… so che cosa vuol dire sentirsi diversi a Milano. Mia madre era albina sembrava una tedesca, aveva proprio i capelli biondi-bianchi…

IMBARAZZI IN TRAM
Io mi ricordo quando andavamo in tram..mia mamma si lamentava..aveva un forte accento..si lamentava perché non cedevano il posto o perché erano scortesi..e c’erano “torna a casa tua tedesca” e io mi vergognavo come un pazzo..

POLITICA E FINANZA
La politica la fanno i grandi poteri finanziari… basta dire che una gran fetta della destra lombarda combatte la moschea e poi hanno venduto tutto il quartiere Porta Nuova agli Emirati e nessuno dice niente… Sono più indignato per quello. Credo che ci dovrebbero essere due o tre moschee sparse dove non danno fastidio, dove ci si può riunire. Non so, una vicina a viale Padova, una a Milano Nord, una a Milano Sud e darebbero molto meno fastidio.

NO AL BUSINESS DEGLI EMIRI
A me darebbero molto meno fastidio (le moschee) che non l’idea che tutti i grattacieli di quella parte di Milano siano stati comprati da stranieri, in particolare da emiri, a cui di noi non frega assolutamente niente (di Milano e dei milanesi). Non sono compratori democratici, sono monarchi assoluti che possono fare quello che vogliono.

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CERCASI SOCIETA CIVILE
Io credo che quello che manca a Milano, ma in generale all’Italia di oggi, a parte alcune sacche, è proprio la responsabilità della società civile, quella che dovrebbe essere la società civile, quella che dovrebbe essere la borghesia illuminata e che invece è irresponsabile per non dire di peggio.

BORGHESIA IRRESPONSABILE
… se non addirittura cattiva, perversamente corrotta…

CONTRO OGNI POTERE
Io ho sviluppato una sana e fortissima diffidenza verso qualunque forma di potere autoritario. Nasco pompiere finisco incendiario. Negli anni’70, gli anni dell’utopia e della speranza, mi davano del revisionista moderato perché ero del Pci, ero iscritto al Pci.

ANARCHICO ANTAGONISTA
Adesso invece sono un anarchico, direi abbastanza antagonista. Cioè sono veramente contro questo sistema finanziario, questo sistema economico. Il liberismo, tutta la logica economica mondiale per me è perniciosamente colpevole del decadimento ambientale, della corruzione, del tipo di vita che si sta facendo. È incredibile la quantità di gente che fa fatica a vivere, i problemi che generano l’arrivo di tanti disperati sulle nostre coste. Io credo che si debba andare a monte.

DISEGUAGLIANZA SPAVENTOSA
Perchè ci sono questi immigrati, perché c’è una diseguaglianza, un’ingiustizia nel mondo spaventosa..perchè il mondo arabo non è industrializzato, non ha economie realistiche e capaci di nutrire i suoi popoli, quando invece l’Arabia Saudita che del mondo arabo è in un certo senso il Vaticano..il centro economico, gli stati del Golfo hanno una ricchezza spaventosa, detengono un terzo della ricchezza mondiale…

STERILE RICCHEZZA ARABA
Non hanno investito una lira per industrializzare i vari paesi del Golfo e dietro c’è anche l’America. Lo dico con tristezza. l’America non è più una vera democrazia.

TURARSI IL NASO
Voto tappandomi il naso per evitare che il peggiore arrivi al potere.

ILLUSIONI GIOVANILI
Credevamo veramente che saremmo riusciti a cambiare il mondo, che il futuro sarebbe stato un continuo progresso, che tutti sarebbero stati meglio…

LA GRANDE SVENDITA
L’errore generazionale è stato quello di vendersi proprio perché avevamo tanto sognato. Molti hanno deciso “vabbè adesso sono cresciuto, vendo il culo al primo che passa”, e l’hanno fatto. Io non ho raccolto il giusto economicamente.

TRISTEZZA E CREDIBILITÀ
Un po’ mi mette malinconia che tante radio, diciamo “nazionalpopolari” non mettano i miei pezzi. È triste sentire radio che mettono tanta musica italiana e quarant’anni di musica magari non la trasmettono. Però d’altra parte ho raggiunto una nicchia di credibilità abbastanza invidiabile e anche la libertà artistica.

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MUSICA RIBELLE, UN’OPERA ROCK
Una compagnia di Livorno sta scrivendo e allestendo un’opera rock più che un musical, perché ha più le caratteristiche di un’opera rock… È intitolata Musica ribelle e si basa sulla mia musica, ma non è la mia storia. Io sarò uno dei personaggi.

IL BRAND FINARDI
Eugenio Finardi ma anche Vasco Rossi o Nino d’Angelo, sono da una parte esseri umani che si chiamino appunto Nino D’Angelo, Eugenio Finardi, Gianni Morandi e dall’altra parte però sono anche un brand. Cioè quando vado a fare un concerto mio dico: “Vado a fare Finardi”. È  chiaro che mi assomiglia molto quel Finardi lì, però non è tutto.

L’ULTIMO STUPORE
Uno dei grandi tabù della nostra epoca è la vecchiaia. Io non sono circondato da gente della mia età e quindi vedo accadermi delle cose…

IL BELLO DELLA VECCHIAIA
… Che un giovane potrebbe considerare spiacevoli. Invece alla mia età si trova interessante assistere alla propria vecchiaia e anche a quanto, per esempio, certe cose diventino meno importanti. Il giudizio degli altri, per esempio. A sedici anni è un incubo per chiunque. A vent’anni, a ventitré anni, c’è tutta la competizione sessuale, l’essere maschi… ‘ste cose qui. A sessantatré anni te ne freghi..

ADESSO È TUTTO PIÙ DIFFICILE
Io a vent’anni avevo già firmato il mio primo contratto discografic e mica da ridere, un contratto con la scuderia di Battisti e Mogol. A ventitré anni avevo già conosciuto Fabrizio De Andrè, a ventuno anni avevo conosciuto Demetrio Stratos, Mauro Pagani, cioè tutti quelli che ancora sono… Battiato. Adesso è difficilissimo: da una parte è molto più facile fare un disco perché con il computer te lo puoi fare anche da solo, d’altra parte riuscire a distinguersi a diventare qualcosa di originale è sempre più difficile..

DIGITALE TUTTA LA VITA
Sono anche della generazione che può più apprezzare il digitale, per esempio vedo mio figlio che è molto analogico in questo senso. Io, il vinile mi piace però che palle. Si graffiava. I che mi ricordo com’era avere le cose analogiche… fare le foto per esempio: facevi trentacinque foto poi dovevi aspettare una settimana per vederle. Che palle, ragazzi! W la fotografia digitale, senza i telefonini… Arrivavi alla coda all’autogrill per telefonare. Mi ricordo una volta avevo un fonico che lo stava piantando la fidanzata e abbiamo fatto un viaggio Milano-Roma con lui che si fermava a ogni autogrill per litigare con questa: “Dove sei? Cosa fai?”. Pazzesco. Ci abbiamo messo diciannove ore per arrivare a Roma… Adesso io trovo che il digitale sia una cosa meravigliosa, anzi! Devo dire e qui dirò una cosa pazzesca, sempre a proposito della politica e del futuro. Parte del mio essere diventato, appunto anarchico, è una perdita di speranza in generale sugli esseri umani e invece ho molta fiducia nell’intelligenza artificiale…

W L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Potrebbe essere che l’evoluzione dell’uomo..che l’ultimo passo dell’evoluzione sia: l’essere biologico crea l’intelligenza artificiale che non ha ormoni, non ha competizione sessuale, non ha genere..e che l’intelligenza artificiale salvi il pianeta dalla nostra distruzione.

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Il rap mi piace..cioè non ci capisco niente, non so capire se uno è Old School New School, East Coast, West Coast..

RAP, LA MUSICA RIBELLE
La vera musica ribelle ormai la fanno i rapper, fanno nomi e cognomi tra l’altro cosa che noi non avevamo il coraggio di fare. Mi piace Salmo, ascolto anche Fedez, Fabri Fibra, anche quelli che mi dicono “No, ma Fabri non va più. Va quell’altro, Clementino”.

PERCHÉ? PERCHÉ NO?
Una volta ho chiesto a uno psichiatra canadese di origini ungheresi scappato nel’ 56 dall’Ungheria, quale fosse la differenza fra gli europei e gli americani. Lui mi ha detto: “Gli europei ti chiederanno sempre perché? Gli americani perché no?”. Ecco è questa la grande differenza. Io sono uno che chiede “Why Not? Perché no?”, però sono decisamente milanese. Ho sempre avuto questa ambivalenza.

LA MILANESITÀ
La milanesità è data dal fatto che nessuno è milanese. L’ha espresso molto bene Luca Bernini dicendo che è una città in cui tutti finalmente sono costretti a trovare se stessi al di là delle proprie radici. Questa è secondo me l’essenza, la caratteristica principale dell’essere milanese. Una città che permette di lasciare indietro tanti provincialismi, è una città costretta dal suo presente a contenere tanti passati diversi, tante storie diverse che si fondono in una creazione, in una immaginazione del futuro.

LA SFORTUNA DEL CANTAUTORE
Il difetto di questo è che è terribile essere cantautori milanesi. Voglio dire, il legame che ha Baglioni, che ha Venditti con Roma, che ha Fabrizio con Genova, che ha Guccini con Bologna, ma anche Carboni con Bologna, io Vecchioni e Ruggeri che siamo milanesi… Noi possiamo amare la nostra città ma nessuno nella nostra Milano è abbastanza milanese da… cioè non gliene frega niente se siamo cantautori milanesi, anzi. Milano è una delle città dove vengo meno accolto. In effetti ho meno opportunità di lavoro, perchè arriva il più famoso cantante filippino a suonare a Milano e fa trentamila persone. Noi non lo sappiamo però poi se vai al Forum di Assago dici: “Cazzo! Da dove viene tutta ‘sta gente?”.

SÌ, VIAGGIARE
Finalmente viaggiare. Io in vita mia ho percorso una quantità di chilomtri pazzesca, ho conosciuto l’Italia in ogni remoto angolo, ti giuro: è veramente difficile che ci sia una parte di Milano… una parte d’Italia , lapsus freudiano, dove non sia stato, però non sono mai stato in Giappone, non sono mai stato in Sud America, non sono mai stato in Svezia, la Germania l’ho solo attraversata… Adesso ho voglia magari di fare un po’ meno concerti, anche se poi sono sempre in giro, e di viaggiare un po’ di più. Aanche se poi ti viene questa strana perversione che per te viaggiare vuol dire tornare con dei soldi non spenderne, no?

LA MIA MILANO
Per me il centro di Milano è La Scala. Questo è un angolino di Milano a me molto caro: siamo in via Cesare Correnti, appena dopo il trambusto e il casino di via Torino. E poi uno dei miei luoghi segreti è la montagnetta di San Siro.

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NINA ZILLI ## Milanese di Piacenza, 35 anni, cantante

Negli ultimi anni Nina Zilli – vero nome Maria Chiara Fraschetta, Piacenza 1980 – si è imposta come uno dei nomi più interessanti del panorama musicale italiano. Appassionata da sempre di soul e jazz come di punk e rock ‘n’ roll, è arrivata al successo con il singolo 50mila, inserito nella colonna sonora del film di Ferzan Ozpetek Mine vaganti. era il 2009. Da allora ha pubblicato tre dischi, partecipato a tre edizioni del Festival di Sanremo e ha cominciato a farsi largo anche come personaggio televisivo facendo su Sky Uno la giurata di Italia’s Got Talent assieme a Claudio Bisio, Luciana Littizzetto, Frank Matano. In questa intervista parla del primo contratto discografico, l’università, il cane, i “belli”, le trecce da rasta, lo shopping, la guida spericolata…

Trascrizione videointervista a NINA ZILLI

Sono milanese da un sacco di anni. Dal 2000, per l’università… Dopo essere stata in America la guagliona è tornata a Surriento. a casa si sta bene. il primo impatto è stato bellissimo, la conoscevo bene Milano.

PIACENZA-MILANO-BOLOGNA
Perché ovviamente Piacenza non è una città che offre tanti spunti per gli adolescenti, così io e la mia migliore amica alternavamo: un sabato venivamo a Milano, un sabato andavamo a Bologna. Milano vista da Piacenza era la terrà delle opportunità, era finalmente la diversità.

NINA LA RASTA
Avere i dreadlocks – che avevo – e camminare fra le gente senza che nessuno ti guardasse (male) o ti dicesse: “Uè, cos’è quei capelli lì alla Bob Marley?”. Milano per noi era la meta. Con i primi amici che hanno preso la patente il sabato sera si andava tutti insieme a Milano. Andavamo al Rolling Stone a vedere i concerti, al Leoncavallo, al Surfer’s Den, che poi è un bar normalissimo che però mette la musica surf.

GIOVANI E “PANTOFOLATE”
Viverci da giovane, da studentessa, è stato bellissimo. C’era una gran scelta di tutto. contemporaneamente vivevo anche per la prima volta da sola con la mia migliore amica. Proprio… Paaam! Lei faceva Brera, quindi anche lei molto artistica, le è sempre piaciuto la musica… però poi ci siamo anche un po’ “pantofolate” in casa

IL BELLO DI MILANO
Il bello di Milano, come anche di Torino, è che ci sono tante mescolanze (di persone), visto che sono città lavorative. La gente viene a Milano, si trasferisce in questa città, da tutto il resto d’Italia. Quindi il milanese è bello perché è variegato, come il gelato all’amarena… Io devo tantissimo a Milano, tutto a Milano. Ho iniziato a Piacenza, il primo concerto l’ho fatto lì piccolissimo a 12 anni insieme con i miei amici… Poi piano piano, un passo dopo l’altro… è qui che ho firmato il mio primo contratto discografico, a Milano, quando avevo 17 anni. Ricordo il mio primo appuntamento: sono arrivata con il chitarrista della mia band, Chiara e gli Scuri,e la mia migliore amica che mi hanno aspettato giù in macchina, mentre io sbarbata da sola in via Amedei, andavo negli uffici della Sony Music.

UÈ KAZZOFIGA
Mi sono un po’ milanesizzata quando ho iniziato a dire sempre “Ué kazzofiga…”.

NINA SPERICOLATA
Sono sempre stata un po’ milanese alla guida per colpa di mia madre, nel senso che lei è una di quelle che va. Se c’è la coda è una che ti fa venire il nervoso, una che supera tutti

BELLI E PUNK
Ho letto quest’articolo sulla Repubblica di un po’ di tempo fa in cui un giornalista ha sezionato Milano e a seconda della zona ti dice il tipo di milanese… qui, in questo momento, siamo nella Milano dei belli! Qui, in questa zona: Arco della Pace. Poi le Colonne (di San Lorenzo) sono storicamente molto punk e rock’n’roll anche se adesso hanno sistemato tutto.

MILANO COME IL DASH
Io a Milano sto bene perché so che ho la mia valvola di sfogo, la parte tranquilla e molleggiata, ce l’ho a pochissimi chilometri, a pochissimi minuti da qui per cui non potrei mai cambiare il suo fustino con il mio… mi tengo il mio!

LO STATO DELL’ARTE
Dal punto di vista musicale, invece, negli anni ’90 ci sono stati gli ultimi grandissimi colpi di coda. mi vengono in mente i Casino Royale, c’era grandissimo fermento qui a Milano. musicalmente invece, ma anche artisticamente, è una città che adesso sta soffrendo.

IL CANE DI MARMO E IL SUO PARCO
Quando frequentavo l’università e abitavo sui Navigli, per cinque anni ho portato sempre a spasso il mio cane Oreste, un bulldog bianco devastante, molto simpatico, leggeva i grandi russi e fumava la pipa, non amava uscire né con il sole né con la pioggia, avevo praticamente un cane di marmo. Un cane da divano. E l’unico parco in cui gli piaceva andare era il Parco Argelati.

PASSEGGIATE MILANESI
Se vuoi fare una passeggiata artistica si cammina un po’ per i vicoli di Brera. poi arrivi in Sempione, ti fermi in Triennale. se invece si vuol fare la passeggiata della moda, che comunque a noi ragazze piace sempre, ti mando nel classico perché se non le hai mai viste le devi vedere: Montenapoleone, via della “Sfiga”, come la chiamo io… via della Spiga.

LA STRADA DELLO SHOPPING
Sicuramente corso Ticinese: negozi di dischi in vinile, vestiti, gadget… da piccola li cercavamo perché a casa non c’erano. E poi Lo specchio di Alice che aveva le giacche seventies, dovrebbe esserci ancora oggi

Il BRUTTO DI MILANO
Il cielo grigio, io lo chiamo grigio Milano, un po’ come fumo di Londra. Il casino, la fretta, la gente con poca pazienza. Ci sono un sacco di sfiniti in giro, essendo la città grande.

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LA PINA (Orsola Branzi) + EMILIANO PEPE ## Milanesi di Firenze e Napoli, 45 e 39 anni, speaker e musicista

La Pina è uno dei nomi più importanti della radiofonia nazionale, visto il seguito costantemente in crescita dei suoi programmi e della sua attività social. Rapper, conduttrice televisiva e radiofonica, Orsola Branzi – questo il suo vero nome – ha 45 anni ed è nata a Firenze. Figlia di due noti architetti e designer, Andrea Branzi e Nicoletta Morozzi, nipote dello scomparso Massimo Morozzi, altro grande designer, e cugina dell’attrice Vittoria Puccini, La Pina vive a Milano dall’età di tre anni, quando il padre – dopo aver disegnato il celebre negozio di Elio Fiorucci a New York, nel ’73 si trasferì in città per fare altrettanto con quello storico di Galleria Passarella. In questa intervista La Pina è assieme a suo marito, Emiliano Pepe, musicista e produttore napoletano molto apprezzato nell’ambiente musicale milanese. I due si sono sposati nel 2013 e nel 2014 hanno partecipato con grande successo all’adventure game di Raidue Pechino Express. Da sola, e con Emiliano, La Pina parla di Milano, comodità e asprezza, crisi e solitudine, anziani incazzati e amici giapponesi, mummie e moschea. E se Linus avesse accettato di candidarsi a sindaco di Milano ci avrebbe pensato lei a risolvere il problema…

Trascrizione videointervista a LA PINA + EMILIANO PEPE

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L’INCONTRO IN RADIO
P – Ci siamo incontrati in un corridoio della radio. Per me, alla fine, Milano è la radio. Tutto quello che mi succede, mi succede lì dentro ed essendo lì tutti i giorni dell’anno… Per fortuna, Emiliano, sei passato da lì…

LA SCELTA
E – Milano l’ho scelta, non è che sono venuto “forzato”, diciamo. L’ho sempre trovata meravigliosa, Milano. A me piace proprio tanto.

I PRIMI PASSI
E – Scesi alla stazione Centrale, la prima volta che venni a Milano, e mi dissero di prendere il tram 33. Il dramma è che lo vidi passare da lontano e, pur correndo, non ce la feci a prenderlo.  Tra me e me pensai: “Madonna mia, quanto devo aspettare adesso?”. Invece passò subito, dopo due minuti (un buon segnale, direi).

FIORUCCI, MILANO E DINTORNI
P – Io ci sono venuta da piccola a Milano, avevo tre anni. Mio papà aveva disegnato il negozio di Fiorucci a New York e così ha trasportato la famiglia qui… Mamma disegnava Fioruccino. Eravamo una colonia aggregata a Galleria Passerella, quando il negozio di Elio (Fiorucci) era lì. Dopodiché l’ho vissuta per le scuole, poi me ne sono andata a studiare a Bologna, poi sono andata a vivere a Varese, e poi sono tornata Milano. Però diciamo che me la vivo in realtà per la radio e per Emiliano, che sono le due cose di cui me ne frega nella vita. Per il resto, mi piace viaggiare e quindi andare fuori da quì. Mi piace tornarci, mi piace il fatto di averci una casa.

COMODA MA FREDDA
P – È una città comoda per chi lavora, Milano. Nel senso che se hai cose da fare può essere molto pratica, può essere anche molto avversa se sei fermo, perché non è calda, non è sociale. È un po’ una città di servizio e di servizi.

QUELLO CHE TI SERVE C’È
P – Altre città hanno più personalità, magari proprio nelle mura, nelle strade, nella storia. Milano è una città che la identifichi per il fatto che quello che ti serve c’è. Te lo portano a casa, se serve, te lo portano in poco tempo e funzionale… Mi capita spesso di postare delle cose che faccio sui social e tutti: ”Eh, ma solo a Milano (ci sono) queste cose”.

QUANTO DEVE A MILANO
P – Io penso che si debba a se stessi le cose (che uno riesce a fare). E sapersele trovare nel posto in cui si è. È quello che poi ho capito anche viaggiando. Io e Emiliano viaggiamo spesso insieme, abbiamo fatto l’esperienza di Pechino Express su tutte…. Quindi, a maggior ragione, sei e trovi quello che ti cerchi.

LA MIA CITTÀ
P – È fatta di questo posto che è casa, di qualche ristorante, un po’ di amici. Però soprattutto tanto casa… Milano è a portata di mano, è comoda, ti viene incontro, gioca a tuo favore. Ci sono città più faticose, forse quella da qui vieni tu, Napoli, è più faticosa come città.

L’INTIMITÀ E LA METROPOLI
E – Sicuramente sì. Da un lato conserva l’intimità di frequentare persone.
P – La preserva, sì.
E – E dall’altro c’è quella cosa della città, della metropoli internazionale…

LA MILANESIZZAZIONE
P – Credo che poi alla fine Milano spersonalizzi un po’, per cui si diventa milanesi in quel senso. Socialmente hai più un’immagine che diventa anonima rispetto alle tradizioni. Poi, per fortuna, nelle case la gente ha le sue tradizioni, i suoi modi, che mantiene e osserva.

SERVIZIO SERENATE
P – Adesso addirittura fanno un servizio serenate a Milano. Averlo saputo… La serenata per me è una cosa che fa la differenza, che ti fa dire: “Allora siamo in una città civile”. C’è il cantante che viene a farti la serenata sotto casa, come si usa Napoli la sera prima del matrimonio. Questi sono passi avanti, secondo me. Comunque sia, alla fine, gliel’ho fatta fare io, la serenata. Perché abbiamo un amico che fa il neomelodico a Milano, Tony Arca, e in radio gli ho fatto fare la serenata.

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LA CRISI VISTA DA QUI
P – Lavorando in radio mi accorgo che oggettivamente c’è da tempo una grave crisi economica, ma non solo: c’è una crisi ideologica.

RISCHIO SOLITUDINE
P – C’è un forte spaesamento. Io questo lo sento molto e sento anche una forte paura della solitudine. Di non essere parte di quello che era la struttura sociale di un tempo. Quindi, entrare dentro una grande azienda, e lavorare per quella (tutta la vita) e creparci dentro… La possibilità di inventarsi delle cose… Dove non c’è forse una formazione culturale, ma anche sentimentale, la solitudine è sempre pronta a scatenare grandi paure.

CITTÀ PER FIGHETTI
P – Qua è una città per fighetti. Per cui, o sei nella cosa giusta, fighetta, o sennò sei molto isolato. Più che nelle altre città, secondo me.

IL BELLO È…
E – A me piace, per esempio, fare la differenziata… A lei la mando a casa sulla differenziata…

MAI ORA
P – Io non vorrei mai arrivarci ora Milano, mi farebbe una fatica… Poi da Firenze no… Se c’è una cosa che Milano ti insegna è che se lavori bene, lavori sodo, fai…
E – Io trovo che ci sia molta meritocrazia a Milano.

FARE BENE QUI PAGA
P – Il fatto di fare bene paga e questa è una cosa che a me dà molta sicurezza, essendo io bravissima… A Milano si lavora in maniera totale, non smetti alle cinque.

NERVOSISMO E ANZIANI INCAZZATI
P – La maleducazione, il nervosismo milanese, gli anziani incazzati.
E – Sì, gli anziani incazzati, i giovani che si incazzano con gli anziani…
P – Lo sgarbo, pensare sempre che quello che ti siede al tuo fianco ti sta fregando… Ma roba di… Tipo 10 cm di parcheggio. Cioè ti stanno rubando che cosa?
E – Milano è la classica città che se vedi la persona per terra.
P – Tiri dritto…
E – Sì, la gente fa fatica fermare la macchina. E a dare una mano…

LA RICARICA TOKYO
P – A me Milano va stretta quando a un certo punto, guardandoti in giro, entrando nei negozi e nei supermercati non vedi niente di nuovo. E quindi noi ce ne andiamo a Tokyo, due volte l’anno andiamo a Tokyo. E ci carichiamo a palla e poi cerchiamo di ricostruirci Tokio quì. Nel senso di intendere le cose in quel modo. Studiamo il giapponese per magari andare a starci un po’ di più. Quando farete I Giapponesi siamo noi, vorremmo fare la sigla!

GLI AMICI NAPOLETANI
E – I primi tempi che venivano i miei amici, e frequentavo anch’io situazioni del genere, li portavo tipo all’Hollywood…
P – Meno male che sei cambiato!

GLI AMICI GIAPPONESI
P – Gli amici giapponesi sono delicati, da proteggere. Certa maleducazione è fastidiosa, mi vergogno un po’, però li porto in centro. A loro piace vedere i monumenti, il Duomo, i negozi. E poi da mangiare. Per il cibo diventano matti.

ORGOGLIOSI PER…
P – Quando vengono i nostri amici giapponesi, e anche i nostri amici napoletani, quando vanno via ci piace di più Milano. Tutto sommato finisce sempre che siamo abbastanza orgogliosi del posto dove stiamo. Perché li facciamo stare bene.

CERTE MUMMIE
P – Una cosa, invece, che detesto sono quelle pasticcerie tipo. queste qui di Milano, della vecchia Milano. Mi fanno cagare, con dei caffettini a 5 euro, con quelle signore che puzzano di naftalina, con le loro tazzine. Quelle tipo “Vuoi fare una foto a un cioccolatino? Non si può fotografare…”. Ma che chi te lo copia?

PRO MOSCHEA
P – Questa deve essere una città che garantisce i diritti, che non LI impone ma LI garantisce. Siamo pro moschea, siamo pro tempio, siamo pro chiesa, siamo pro chi utilizza questi spazi per pregare e coltivare il proprio culto. Perché è un lato dell’essere umano fondamentale.

SE LINUS SI FOSSE CANDIDATO SINDACO?
P – Mi sarei messa davanti alla porta così… ”Tu da qua non esci, ci devi comandare. Devi tenere testa a via Massena 2. Dove vai?”. Noi siamo una cittadina, là dentro. L’uomo non deve mollare la baracca. Sennò…

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NICOLA CARRARO ## Milanese di Milano, 73 anni, produttore

Nicola Carraro, 73 anni, milanese di Milano, figlio di Pinuccia Rizzoli (secondogenita del mitico Angelo Rizzoli, il cumenda fondatore dell’impero editoriale) e Gian Gerolamo Carraro, ha avuto una vita decisamente animata. Amministratore delegato della Rizzoli Periodici fino al ’74, uscì dall’azienda poco prima del clamoroso crac per comprare, un anno dopo, la Sperling & Kupfer. Nel 1977 Carraro diventò azionista di maggioranza della Vides Spa – con cui realizzò decine di film di successo – che nel 1993 mise in vendita per trasferirsi a Turks and Caicos, isoletta sperduta nel bel mezzo dei Caraibi. Qui Nicola rimase per nove anni: il richiamo della nebbia evidentemente vinse su tutto… In Italia, a Roma, conobbe Mara Venier che poi sposò nel 2006 (il figlio Gian Gerolamo, invece, si è fidanzato con Simona Ventura). Quest’anno, assieme al cugino Alberto Rizzoli, Nicola Carraro ha scritto un libro sulla sua straordinaria famiglia, Rizzoli, pubblicato dalla Mondadori (ironia della sorte…), che dovrebbe diventare una fiction prodotta da Claudia Mori. Carraro ne parla in questa intervista, durante la quale racconta anche del nonno, la vecchia Milano bene, Salvini e Renzi, il fortunato Ratataplan di Maurizio Nichetti, una contestata minigonna della prima moglie, un’occhiataccia assassina del cumenda e un rubino regalato il giorno dopo una serata un po’ così…

Trascrizione videointervista a NICOLA CARRARO

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MILANO NON C’È PIÙ
La Milano che conoscevo io non c’è più, non ci sono le grandi famiglie Alemagna, Motta, Bonomi, Falck, Rizzoli, Mondadori… È tutta gente che non c’è più. Non c’è più la Milano industriale, c’è la Milano della moda, ma io quella non la amo particolarmente. Con tutto rispetto, per carità, se non ci fosse la moda Milano non so dove sarebbe andata a finire, però sai mi mancano i cinema. Io mi ricordo l’Excelsior, l’Astra, il Corso… adesso ci sono solo grandi magazzini. Al posto dello Smeraldo c’è Eataly, il Derby non esiste più…. Tutta la Milano di allora, la Milano degli anni ’50 e ’60. Lo so che è un discorso molto nostalgico, ma non ci posso fare niente…. Amo, amavo quella Milano lì, adesso è una bella città ma non ha più quelle caratteristiche culturali. Ci si divertiva probabilmente in un altro modo.

CRISI D’IDENTITÀ
Milano ne ha sentito enormemente di questa crisi, anche un po’ d’identità, perché Milano era la capitale morale ma dopo Tangentopoli non è stata più né la capitale né morale…

PIÙ TALENTO E VOGLIA DI FARE
In quegli anni probabilmente non c’era bisogno di corrompere per affermarsi, vincere. Chi è più bravo ce la faceva e chi era meno bravo rimaneva al passo. Era molto democratico il tutto.

IL CUMENDA E I DANEE
Io mi ricordo il cinema che prendeva in giro mio nonno Angelo Rizzoli e faceva la macchietta del cumenda milanese perché allora la milanesità era comunque riconosciuta, aveva un valore. Il cumenda milanese era uno che lavorava, faceva i danee.. Adesso il cumenda milanese non c’è più.

LE REGOLE DI UNA VOLTA
Era governata da una elite di grandi famiglie. Non era facilissimo entrare in circoli esclusivi di Milano come il Clubino, soprattutto se un veniva da fuori. Milano, Genova e Torino sono state sempre delle città abbastanza chiuse, oggi non è più così. Oggi a Milano chiunque si afferma nel giro di cinque minuti, o cade nel giro di cinque minuti.

LA CITTÀ DEGLI AFFARI
Se vuoi venire a fare business è una delle città più importanti in Italia perché la gente qua ha ancora voglia di lavorare e si dà bene o male un certo tipo di regole: sono puntuali, lavorano, ce la mettono tutta.

SALVINI COME RENZI
A me Salvini non spaventa. Trovo che sia ottimo comunicatore, come Renzi. Hanno in comune questo. Salvini sembra anche uno molto concreto. Non condivido alcune sue idee, non quelle sull’immigrazione, non condivido l’esasperazione di certe idee, però bisogna porre un freno all’immigrazione, soprattutto bisogna cercare di capire cosa possiamo e vogliamo fare. Non so se Salvini può risolvere questo problema così, certamente sarà un po’ più rigido.

SOLO MODA TROPPO POCO
Tutto è cambiato bisogna fare tanto di capello alla moda che è riuscita a impadronirsi di Milano ed è riuscita a farne il suo habitat. L’ha abbellita secondo i criteri della moda, ha fatto alberghi, ristoranti… C’è chi ha investito, ci ha creduto. Certo, che sia solo la città della moda mi fa un po’… Mi lascia perplesso, ecc, è un po’ poco. Mi sembra che Milano meriti qualcosa di più.

LA STRADA DEL CUORE
È molto ovvio che dica via Montenapoleone… Ti spiego: perché allora si faceva quella che allora si chiamava la vasca. Volevo dire che c’era un bar, il Bar Mario, un baretto, in cui si entrava e lì c’erano tutti i ragazzi “bene” della Milano “bene”. Si giocava un po’ ai dadi, si prendeva l’aperitivo, poi si cominciava a fare avanti e indietro lungo via Montenapoleone per cercare le ragazze, che allora in quegli anni non erano così disponibili. Quindi non mi ricordo via Montenapoleone del quadrilatero mi ricordo via Montenapoleone delle vasche… Dove c’era il famoso ortolano Moretti, lì un pomodoro costava come un diamante.

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LA NASCITA DI UN IMPERO
Novella è stato il giornale con cui mio nonno ha fatto l’impero perché quando comprò da Mondadori… È una storia curiosa: lui comprò da Mondadori alcuni settimanali tra i quali Novella: era un giornale che per anni aveva fatto la fortuna della Rizzoli, poi è un giornale che lentamente si trasformò: andava male, non era più redditizio. Una sera, però, muore Tenco a Sanremo. Mi chiama Biagi, con cui io lavoravo, e mi dice: “Guarda questa è la nostra grande occasione”. Avevo già studiato un modello diverso in bianco e nero, si sarebbe chiamato Novella 2000, più moderno, con un po’ di gossip, quindi un po’ l’attuale formula di Novella. “È il momento buono, facciamo la copertina, stampiamo”, perché in bianco e nero si accorciavano i tempi di stampa. C’era un piccolo problema: il nonno non c’era. Credo fosse a Los Angeles, non mi ricordo più se per la Dolce vita o 8 1/2. Lo zio era con il nonno ed entrambi non erano raggiungibili, c’erano nove ore di differenza e noi dovevamo decidere entro tre minuti. Biagi mi disse: ”L’unico che può farlo sei tu”. Io avevo 23 anni e ho pensato: ”Ammazza! Mi tocca cambiare la testata storica del nonno, quello quando torna mi fa un mazzo così”, però l’istinto mi ha fatto pensare: secondo me è una buona idea,“stampiamo”. Quando sono tornati mio nonno e mio zio hanno fatto i complimenti a Biagi e a Terzi, che era il direttore di Novella 2000, e a me non hanno detto neanche grazie. Ma questo era un classico dei tempi di allora, ecco perché era duro lavorare a quei tempi.

IL CRACK RIZZOLI
Quello che è capitato quando scrivevamo il libro con mio cugino Alberto era questo: dicevamo ”Ma com’è stato possibile?” nel giro di pochi anni distruggere completamente… Io sono uscito nel ’75, quindi non faccio parte della distruzione dell’impero.. Me ne sono andato, mi sono salvato ma non so se questo sia un merito o una colpa. In ogni caso la battaglia fino in fondo non abbiamo potuto combatterla. Com’è stato possibile che crollasse tutto?

VERITÀ DIFFICILE…
Ancora oggi la verità è un po’ difficile da ricostruire.

COINCIDENZE SFAVOREVOLI
Ci sono state certamente anche strane coincidenze, l’acquisto del Corriere che sulla carta era un’operazione perfetta, perché vedi oggi i settimanali che fatica che fanno. Oggi la Rizzoli è trainata dal Corriere e dalla Gazzetta non dai settimanali…. Però fu pagato troppo, con una conflittualità interna che in Rizzoli non avevamo, in un momento di congiuntura in cui la crisi era similare a quella odierna e quindi la pubblicità non c’era… Noi essendo editori indipendenti eravamo abituati a confrontarci con la politica, invece quando Fanfani – lo racconta bene anche mio cugino Alberto nel libro – chiese la testa di Ottone, il direttore del Corriere che aveva combattuto il divorzio, l’aborto, a favore dell’aborto, contro Fanfani e contro la DC, con Pasolini in prima pagina sul Corriere della Sera, mio zio rispose “No” perché era un editore che voleva vendere copie e Ottone era un ottimo direttore. Il giorno dopo tutte le banche cominciarono a chiudere fidi….

E POI ARRIVÒ LA P2
E poi dopo intervenne la P2 di cui non ti so dire cosa diavolo hanno combinato e certamente dopo è finito tutto in vacca.

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IL SUCCESSO DA PRODUTTORE
Ma ritorniamo a Milano…

L’INCONTRO CON MAURIZIO NICHETTI
Lo incontro a Ischia a un Festival. Piccolino, con i baffetti e gli occhialini. Si era verificata una serata strana, c’era un temporale, era prevista una festa con l’orchestra dentro l’hotel Regina Isabella. Tutta la storia è strana, con segnali particolari, l’orchestra suona un rock e Nichetti si alza e invita la moglie del regista Lizzani, che era alta due metri, e comincia a ballare questo rock a valzer con ‘sti baffetti, gli occhialini, i capelli lunghi… Chiedo a un mio collaboratore, Pietro Notarianni, “Ma chi è quello lì?”. “È uno che fa pubblicità, si chiama Maurizio Nichetti, è di Milano”. E dico: ” Digli di venirmi a trovare a Roma in ufficio domani” perché mi aveva colpito. Allora ci mettiamo lì, chiacchieriamo, lui aveva mille idee, veniva dalla pubblicità e non aveva mai fatto un film. Non ce n’era una che mi piaceva e quando stavamo per lasciarci gli ho detto ”Non hai qualcosa da farmi vedere?”. E lui: “Ma sì, ho girato in 8 mm una roba su un gruppo di giocolieri che vanno nelle campagne milanesi a rubare polli”. “Fammelo vedere”, e viene fuori questa storia meravigliosa. Dieci minuti, un quarto d’ora…

RATAPLAN, UN FILM MUTO
Ma c’è un piccolo problema: il film è muto.. Allora Sordi dominava, il cinema era dialettale, e allora dico: “Vabbè ma se facciamo un film così, muto, quanto costa?”. Lui dice che in 8 mm si fa un film povero, quindi massimo 100 milioni“. Allora un film qualsiasi costava 6/700 milioni. Quindi si sarebbe trattato di un film povero, però, bisognava trovare un distributore. Vado da mio amico Cristaldi e gli faccio vedere la cosa, anche a lui piace molto… c’era uno spirito fresco era una cosa così… Ci convinciamo, e soprattutto decidiamo che vogliamo farlo. Vado dal mio cugino Angelo Rizzoli e gli dico “Senti”…io avevo appena fatto per lui un grande successo che era “Amori miei” con Monica Vitti, Dorelli, Enrico Maria Salerno che aveva vinto il Biglietto d’oro, maggior incasso della stagione, quindi avevo un credito da riscuotere, a parte che abbiamo lavorato insieme tutta la vita… Lui mi chiede subito “Hai nuovi progetti?”. Si c’è un progetto che si chiama Rataplan, e questo comincia a guardarmi come se fossi un deficiente. Fammi leggere la sceneggiatura”, “Non posso perché è un film muto”.

“SEI SCEMO?”
“Come un film muto? Cazzo, ma sei diventato scemo?”, mi ha detto “No, non sono diventato scemo” ,“ma dai, un film muto non esiste”… Non trovo un distributore sulla carta e allora contravvenendo a una regola che c’eravamo dati io e Cristaldi, quella di non fare un film se non avevamo trovato prima la distribuzione, perché se non sei nelle mani della distribuzione dopo non ti offrono più niente. Il film costa 100 milioni abbiamo messo 50 e 50 E siamo partiti… abbiamo fatto il film che era venuto delizioso… però lo faccio vedere e niente…

LA SVOLTA COL GRANDE FRIZZI
A un certo punto vado da Frizzi, papà del conduttore televisivo che era a capo della (?)..un uomo di grande talento di grande intuizione, gli faccio vedere il film che parte al contrario gli faccio vedere prima il secondo tempo poi primo…. lui si era appena operato alla prostata e continuava andare in bagno.. Un disastro.. Alla fine della proiezione dico “vabbè mi dirà niente” …” guarda Nicola io ti dico una cosa non ti do una lira.. Però ti garantisco una cosa” me lo ricordo ancora lui era un bell’uomo simpatico, Emiliano il grande Frizzi” questo film spaccherà tutto”… film su Milano tra le altre cose… morale della favola anche li per una serie di circostanze fortunate andiamo a Venezia E la mia compagna di allora Cristina conosceva bene Sordi perché aveva fatto una particina in un film.

EFFETTO SORDI
Incontriamo Sordi, di cui io facevo l’insegnante di sci d’acqua, da quand’ero bambino, e dice: “Vieni alla proiezione di questo film questo pomeriggio se non hai niente da fare”. Escono i titoli di testa, applausi… Un delirio. Il film ha un successo clamoroso, in sala tutti ragazzi impazziti. Allora lì non c’erano i mezzi di oggi non c’era niente c’era il telegiornale. Intervistano Sordi quella sera lì, Sordi ce l’aveva probabilmente con Moretti che non gli piaceva, non gli era simpatico… E va al telegiornale 20.30, prime time, Massimo punto d’ascolto Rai da Venezia: ”Oggi è nato un nuovo regista, un nuovo Fellini”, e lì probabilmente si è leggermente allargat. Il giorno dopo il film esce e spacca tutto.

FILM VENDUTO IN TUTTO IL MONDO
Essendo un film muto, e qui è la cosa strana, mentre allora si vendeva un film all’estero per 70 milioni del vecchio conio come dice Bonolis… Ecco, noi l’abbiamo venduto per 2 miliardi, perché era muto e lo abbiamo venduto anche in Thailandia.

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LA SVOLTA A 50 ANNI
Le persone con cui lavoravo, io allora lavoravo sia nel cinema che nell’editoria, avendo già lasciato la Rizzoli, da qualche anno lavoravo nella Sperling & Kupfer e con Franco Cristaldi nel cinema… Sono morti sia Cristaldi che Barbieri, il mio socio della Sperling. Sono morti nel giro di 7/8 mesi, io allora avevo 51 anni…

LA SCOMMESSA DELLA VITA
Sono rimasto molto perplesso perché mi sono detto: “Vabbè, ma che cosa stiamo facendo lavoriamo come matti, ci arrabbiamo, a uno è venuto un ictus all’altro l’infarto”…. E ho detto vabbè facciamo una scommessa.

L’ISOLA CHE (NON) C’E’
Volevo fare una scelta estrema, avevo voglia di finire in un’isola dei Caraibi sperduta, non conosciuta, non di quelle alla moda non è che sono finito San Barthes, ono finito a Providenciales a Turks e Caicos Island, dove neanche sul mappamondo l’avevo trovata… E li ho trovato questa dimensione meravigliosa. C’era una strada sola, quindi potevi avere una Ferrari, una 500 che non cambiava perché quello era anzi molti non avevano neanche la macchina. Tutti vivevano con i pantaloni corti e un paio di scarpe da tennis o a piedi nudi. Non c’era la competizione e quindi non c’era l’invidia. Io avevo trovato una specie di paradiso terrestre. Mare pazzesco, gente simpatica, gente che veniva dalla Scozia, dal Canada, dagli Stati Uniti, dalla Thailandia… Un miscuglio di razze. Tutti bevevano molto e questo era un segnale che doveva allertarmi un pochino, finivano tutti sul pavimento, ma pensavo alla cultura del pub perché c’erano molte radici scozzesi, irlandesi, inglesi… Poi lentamente è cambiata: sono arrivati i soldi, la competizione, è cominciata anche la storia bianchi/neri non simpaticissima…

VOGLIA DI NEBBIA
E poi ho scoperto che il sole tutto l’anno a picco sulla testa… Insomma, mi era venuta una voglia di nebbia, di cambio di stagione, delle foglie rosse. Quindi dopo 8-9 anni ho detto vabbè sto cercando l’isola che non c’è…

ANGELO RIZZOLI, UOMO DELL’800
Mio nonno era un uomo dell’Ottocento: ha visto via Manzoni che non era ancora asfaltata, con le carrozze della gente che andava alla Scala e c’era tutta la fila di carrozze per via Manzoni. Scendevano, c’erano I cavalli che sul selciato con gli zoccoli lanciavano scintille… Lui si intrufolava là con la gente a vedere questi che andavano alla Scala, la gente li applaudiva. Adesso li fischiano, gli lanciano le uova marce…

UN UOMO SEVERO
Mio nonno era un personaggio strano: amava molto le donne però era molto severo con gli abbigliamenti. Bisognava essere vestiti tutti in un certo modo. Mia moglie, bellissima donna con bellissime gambe, aveva solo 23 anni e vestiva alla moda. Un giorno compra questa gonnellina e come tutte le domeniche sere andiamo a cena dal nonno. Io non seguo bene che cosa succede…

L’OCCHIATACCIA PER LA MINIGONNA
Però vedo che il nonno le dà un’occhiataccia. Lei viene da me e mi dice: ”Senti, ho dimenticato le medicine a casa: mi dai le chiavi della macchina?.” Le consegno le chiavi della macchina e quando torna la vedo cambiata con un perfetto pigiama palazzo. Poi c’era tanta gente non è che sono andato a chiarire.

UN RUBINO PER AVER CAPITO
La mattina dopo bussa alla porta Domenico, l’autista del nonno, con un pacchettino e un bigliettino, che ho ancora via, con dentro un rubino. Mia moglie legge: ”Grazie per avermi capito”. E io: ”Scusa ma…?”. ”Mi ha dato una tale occhiataccia, quando sono entrata, da aver capito che la minigonna in via Gesù al 12 non la metterò mai più nella mia vita”.

FICTION SUI RIZZOLI
Lo stiamo trattando con Claudia Mori, la moglie di Celentano. Il progetto è importante: fare una fiction da questo libro simpatico che abbiamo fatto che racconta un po’ la storia, la vera storia, di una delle più grandi famiglie di editori italiani. Spero che si faccia questa fiction perché anche lì si può raccontare veramente un mondo che non esiste più.

REGISTA? LILIANA CAVANI
Ci vuole un regista che abbia odorato quell’epoca, che sappia di cosa stiamo parlando… A me piace Liliana Cavani che ha fatto delle cose molto importanti.

LUCA ZINGARETTI PROTAGONISTA
Come protagonista mi piacerebbe Zingaretti perché assomiglia un po’ a mio nonno da giovane E quindi sarebbe perfetta da questo punto di vista… poi è un bravissimo attore.

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CANDIDA MORVILLO ## Milanese di Sorrento, 42 anni, giornalista

Nata a Sorrento nel 1974, single senza figli, Candida Morvillo è una milanese adottiva a dir poco entusiasta (ma sempre lucida). Milano da anni è la sua città e non la lascerebbe né per tornare dove è nata né per andare altrove. Giornalista di talento ed esperienza – ha lavorato per Il Mattino, Oggi, Vanity Fair, Visto e Novella 2000, in quest’ultimo giornale da direttore – e scrittrice – La Repubblica delle Veline, Le stelle non sono lontane, La signora dei segreti, pubblicato nel 2015. Imperniato sulla vita di Maria Angiolillo, la regina dei salotti romani, Candida l’ha scritto assieme a Bruno Vespa. In questa intervista racconta la sua Milano: i primi tempi, la luce, la caccia ai milanesi, le fughe al Sud, la famiglia allargata, gli amici, i single, la crisi, i grattacieli, la cattiveria che si respira in città… Da non perdere.    

Trascrizione videointervista a CANDIDA MORVILLO

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DAL GOLFO AL DUOMO
Io sono nata a Sorrento, però sono cresciuta a Meta di Sorrento. Sono cresciuta guardando il Vesuvio: ce l’avevo proprio di fronte questo mare blu cobalto col Vesuvio nero sopra…

E LA LUCE?
Quando sono arrivata la prima cosa che mi ha colpita è stata la mancanza di luce. Era proprio la luce che aveva una qualità diversa. Ero una bambina, avevo vent’anni…

MILANO VISTA DA SORRENTO
Era molto lontana è tuttavia se ne parlava come il regno della meritocrazia… Con il tempo ho imparato ad amarla moltissimo questa città, non la cambierei mai e infatti torno pochissimo a Sorrento.

I PRIMI APPROCCI
Il mio primo approccio con i milanesi fu che non incontrai mai milanesi per molto tempo. «Ma tu sei di Milano?». «Sì», «Ma di Milano Milano?». «Beh no, però ho il nonno pugliese, la nonna materna siciliana… Il papà e il nonno paterno di Trieste…». Quindi dopo un po’ si scatenò la caccia al milanese perché io volevo vederli questi milanesi, volevo capire come erano fatti da vicino… Poi tuttora di milanesi veri, amici, ne conosco credo soltanto due. Hanno una riservatezza diversa dai milanesi ibridi, però quando riesci a diventare loro amico, lo restano per sempre.

UNA CITTÀ FACILE
Milano è una città facile, facile da usare. Non è troppo grande, i mezzi arrivano dappertutto, le strade sono molto più pulite che a Roma. Se devi gettare una carta trovi un cestino, se sei in una via e non sai che via sia alzi lo sguardo e in tutti gli angoli c’è la targa che ti dice dove sei.

COME AFFRONTARLA
Devi sempre essere molto competitivo, è una città che va a forte velocità… E dove non devi mai restare indietro… È una città che ti chiede sempre tanto, devi lavorare molto, essere sempre acceso… Però è anche il suo bello.

RITMI FATICOSI
A volte si fa fatica a star dietro i suoi ritmi, però poi è molto facile ritrovarsi con le persone perché tutti sono dentro questa grande onda che si muove molto velocemente. Quindi è facile trovare persone con cui condividere, a volte, anche piccoli momenti di stanchezza.

SOLI E SOLIDALI
Rispetto a Sorrento c’è una struttura sociale molto diversa. Lì c’è ancora una struttura di quartiere, di grandi famiglie e di solidarietà tra zii, cugini e parenti vari. Qui nessuno ha zie e cugini, parenti e fratelli… E quindi ci si sente in questa città come se si facesse parte di una grande famiglia perché sembra che tutti corrano e abbiano molto da fare. Però se hai bisogno di qualcosa….cioè in realtà sono lì in dieci pronti a darti una mano perché sono tutti nella tua stessa condizione.

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PERCHÉ COSÌ TANTI SINGLE?
Sembra che le persone possano avere infinite opportunità d’incontro… Ma poi quando non ci si sofferma sulle persone difficilmente ci si incontra davvero profondamente… Forse perché corriamo troppo…

PER SEMPRE (FORSE)
Io credo che Milano sia per sempre. Se cominci a viverla, se la fai tua davvero, non vuoi più andare via. Mi fa sentire davvero a casa.

LA CRISI E IL RITORNO A CASA
Però negli ultimi anni io ho conosciuto tante persone che sono tornate nel loro paese di origine perché la crisi economica è stata un freno importante. Questi ritmi sono pesanti… Allora, finché se ne ha un ritorno, una gratificazione, si sopportano – a volte anche con euforia, a volte con eccessiva euforia – però diventano faticosi, troppo faticosi, quando non hai più un ritorno.

RIPENSARE MILANO
Questa è stata una città favolosa quando tutto funzionava alla perfezione. Quando l’economia girava erano gli anni ’80, poi anche i ’90 non erano malaccio… Adesso va ripensata perché è cambiato il mondo, perché veramente non si può vivere misurando tutto solo sul successo e sul denaro. Quindi da questo punto di vista io credo che i milanesi devono fare tutti uno sforzo per ripensarsi, per rifondarsi proprio come persone, per tarare nuovamente quelli che sono stati i valori per tanto tempo.

GLI ANNI ’80 SONO FINITI
Ciao una parte della città che gira ancora un po’ come se fossero degli anni 80 con in più la frustrazione di non guadagnare come negli anni ’80. Quindi c’è un’umanità anche superficiale in questo momento sicuramente frustrata. Mi auguro che la crisi aiuti tutti in qualche modo a ritrovare un proprio baricentro.

PIÙ AGGRESSIVA E CATTIVA
Io in questi anni di crisi ho visto questa città diventare più aggressiva. Più aggressiva e molto molto cattiva. Francamente sono aggressive le persone per strada, come non lo erano una volta. Sono aggressivi gli automobilisti, le persone si sono chiuse in se stesse invece di aprirsi e diventare più solidali. Parlo proprio di quell’aria di quell’atmosfera che un po’ vivi camminando per strada… Quindi vai in metro e vedi che davvero non fanno sedere gli anziani e le persone con le stampelle, questa cosa qui purtroppo io l’ho vista peggiorare in questi anni.

MOSCHEA SÌ O NO?
Viviamo in una città aperta e tollerante e non vedo perché non dovremmo avere una moschea, però mi rendo conto che con tutto quello che sta accadendo nel mondo…La paura che c’è è comprensibile.

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MILANESE GRAZIE A ROMA
Mi sono scoperta milanesizzata quando ho cominciato a frequentare Roma e a essere pendolare con Roma. Ovviamente ero circondata da tutti questi romani che dicevano che Roma è una città meravigliosa, ed è una città meravigliosa, però in quel caos non mi ritrovavo. E allora ho capito che veramente Milano era la mia città, perché era a mia misura e poi mi sono sentita milanese quando ho capito che tutti i miei affetti e i miei amici erano a Milano e che i miei amici erano la mia famiglia.

IL BELLO DEI VICOLI
I luoghi di Milano più miei sono I vicoletti della parte vecchia di Milano, quelli che ci sono per esempio dietro Sant’Ambrogio e dietro l’Università Cattolica. Io li adoro perché anche quando vado al cinema in centro all’ultimo spettacolo ed esco all’una di notte adoro la possibilità di tornare a casa camminando in quei vicoli del centro.

ISTRUZIONI PER L’USO
Attrezzarsi emotivamente perché comunque all’inizio non è scontato riuscire a trovare una propria dimensione. Si passa da una dimensione di paese, di collettività, di socialità molto forte a un luogo dove quello che lì hai, qui te lo devi conquistare dal punto di vista dei rapporti umani oltre che dal punto di vista del lavoro e dell’affermazione personale.

SETTE ANNI DA PENDOLARE
Io per i primi sette anni in cui ho vissuto a Milano sono tornata a casa tutti i weekend. Tornavo a Sorrento il sabato e la domenica, sempre, facendo enormi sacrifici economici. Però avevo bisogno di tornare a casa cioè di mangiare i pomodori dell’orto che sapevano di pomodori… Per fortuna anche la qualità del cibo è molto migliorata. A Milano quando sono arrivata mi sembrava che tutte le insalate sapessero di plastica.

IL WEEK END?
Io il sabato e la domenica, così come possibilmente a Ferragosto, sto a Milano perché si sta benissimo. Rimangono soltanto le persone con un’affinità elettiva assoluta, che amano stare con gli amici, fare le cose con gli amici, fare lunghe chiacchierate, mangiare bene in casa…No, la follia di scappare dalla città non ce l’ho per fortuna.

I GRATTACIELI
La nuova Milano dei grattacieli a me piace molto, la trovo moderna, mi sembra di vedere che molti di questi grattacieli sono vuoti e non ci abita nessuno.

MILANO INTERNATIONAL
I milanesi che dicono che Milano è la città più internazionale d’Italia sono un po’… Mi fanno un po’ ridere… Sì, va bene. Vengono tutti questi del design, della moda… però da qui a dire che adesso siamo una città internazionale… Una città internazionale è un’altra cosa.

CREDITI
La videointervista e il servizio fotografico a Candida Morvillo sono stati realizzati all’interno del Four Seasons Hotel Milan (via Gesù 6/8, 20121 Milano), che si ringrazia per la preziosa e cortese collaborazione.

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GIULIO CAPPELLINI ## Milanese di Milano, 61 anni, designer

Giulio Cappellini è un architetto, designer, art director. Nato a Milano nel 1954 ha sempre fatto parte di questo mondo perché l’azienda di famiglia, Cappellini, dal 1946 in poi ha fatto la storia del design in Italia e nel mondo. Dopo la vendita agli americani di Haworth, nel 2014, da parte del fondo Charme di Luca Cordero di Montezemolo, Giulio Cappellini segue ancora il marchio che porta il suo nome occupandosi di prodotto. Nel 2007 il settimanale americano Time lo ha inserito nella lista dei trend setter più influenti nel campo del design e della moda. Considerato in tutto il mondo come uno degli alfieri del Made in Italy, Cappellini ha stretto varie collaborazioni come consulente e art director di aziende con core business differenti. Collabora con Ceramica Flaminia, azienda specializzata in sanitari di design ed è art director per Alcantara Spa, specializzata nell’utilizzo dell’Alcantara® nell’automotive, moda e accessori, interior. In questa intervista parla di Milano e Brianza, cacce al tesoro e Gio’ Ponti, giovani designer e il colosso Ikea, Pisapia e la concretezza milanese… Da non perdere.

Trascrizione videointervista a GIULIO CAPPELLINI

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Quando iniziai il liceo scientifico cominciai a frequentare Milano (venivo dalla Brianza).

DALLA BRIANZA ALLA GRANDE CITTÀ
Passare dalla vita in un piccolo paese della Brianza, Carugo, alla metropoli all’inizio fu un’esperienza abbastanza straordinaria e sorprendente soprattutto perché erano anni abbastanza bui, abbastanza grigi, per Milano.

UNA LENTA SCOPERTA
Io viaggio moltissimo però sinceramente amo molto Milano. Sono convinto che è una città che devi vivere, devi conoscere, devi scoprire passo dopo passo. Non è una città che ti si presenta immediatamente, è una città che va scoperta poco alla volta con grande tranquillità.

CACCIA AL TESORO
Cercare il bello a Milano è un po’ una caccia al tesoro. Dietro queste facciate molto rigorose di questi palazzi si nascondono giardini straordinari. La cosa che più mi sorprende oggi, dopo tantissimi anni che frequento e vivo a Milano, è che spesso – magari camminando – scopro dei dettagli o qualcosa di sorprendente che per vent’anni non ho notato.

NON SOLO CENTRO
Sono andato recentemente a visitare la fondazione Prada e ho scoperto un’area di Milano che sinceramente non conoscevo. Ben vengano quindi quelle operazioni culturali che non nascano solo nel centro della città ma anche in altre zone della città perché sicuramente servono a rivalutarle.

SENZA MILANO?
Nel suo rigore, nella sua passione, nella sua grande attenzione al bello e ai dettagli, Milano è stata fondamentale. In particolare durante l’università ho avuto questa grande opportunità (di imparare e scoprire)…

GRAZIE GIO’
… di lavorare per un anno nello studio di Gio’ Ponti quando lui era ancora vivente. Devo dire che (stare al fianco di) quest’uomo molto milanese che, però, ha portato la cultura milanese nel mondo, sicuramente è stata per me una lezione straordinaria.

MULTICULTURALE E RIGOROSA
Spesso si dice che noi milanesi siamo estremamente chiusi, siamo poco socievoli eccetera. Devo dire che sicuramente in altre città, anche per fattori climatici, la gente esce di più ed è molto più facile fare conoscenza e amicizia. Si dice sempre che un romano si trova malissimo a Milano ma che un milanese si trova bene a Roma. Ancora una volta, però, io penso che Milano stia cambiando da questo punto di vista. Sta diventando una città più internazionale, sta aprendosi, sta diventando una città sicuramente multiculturale. Devo dire che questo passaggio sta avvenendo passo dopo passo e non mi pare stia creando grossi traumi alla città. Magari all’inizio pensare una città multietnica poteva essere abbastanza inusuale o scioccante, oggi invece penso che faccia assolutamente parte della normalità, pur mantenendo comunque la sua tradizione di grande rigore. Se infatti devo definire Milano, la definisco una città rigorosa.

IL RITORNO DELLA CULTURA
I grandi imprenditori hanno saputo dare un taglio assolutamente forte dal punto di vista culturale a questa città, negli anni passati. Mi pare che oggi stiamo ritornando a fare un po’ di cultura in questa città e questo mi fa molto piacere.

NON SOLO SHOPPING
Prima il turista americano o il turista orientale veniva in Italia e andava a Venezia, Roma, Firenze e a Milano veniva per fare shopping. Oggi capisce che Milano è una città dove può vedere dei bellissimi musei, può vedere delle bellissime mostre e cosi via.

LA QUALITÀ ITALIANA
Lo stile di vita italiano, l’appeal italiano legato al fashion, legato al cibo, legato al design, sicuramente in tanti paesi è un grande appeal. Io penso che noi dobbiamo difendere questo primato e dobbiamo difenderlo lavorando sulla qualità, qualità e ancora qualità. Questo è l’aspetto fondamentale, non dobbiamo cercare di massificare questa nostra cultura perché altrimenti diventerebbe molto meno interessante.

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I GIOVANI DESIGNER
Per un giovane italiano fare il designer non è facile. C’è stata una grande generazione di maestri. I primi come Sottsass, Castiglioni, Zanuso, Aulenti e tanti altri. Poi c’è stata una seconda generazione: De Lucchi, Thun, Citterio, Lissoni. C’è stato un momento di vuoto mentre oggi c’è nuova generazione di giovanissimi che ritengo estremamente interessanti anche perché sono riusciti a distaccarsi da questa contaminazione dei maestri e quindi si sta muovendo con una certa libertà e con una certa curiosità, quindi con una visione nuova del design.

LA SFIDA
Oggi la sfida è quella di fare dei prodotti con un giusto rapporto qualità prezzo. Quindi un buon designer deve essere in grado di fare un prodotto con altissime caratteristiche artigianali ma anche altamente industrializzato. Questo processo è molto molto importante… Io dico sempre il goal del design non è solo di finire nelle collezioni permanenti dei musei ma è di finire nelle case della gente.

L’IDEA IKEA
Secondo me è comunque una realtà interessante, che ha avvicinato al mondo della creatività e del design un pubblico che altrimenti non ci sarebbe arrivato. Non sono convinto che la creatività di Ikea sia frutto al 100 per cento delle menti di Ikea… Spesso basta fare un giro all’Ikea e ritroviamo degli elementi fortemente ispirati a tanti prodotti che magari noi, e tante altre aziende italiane, hanno fatto dieci, quindici, vent’anni fa… Però io sono molto libero da questo punto di vista: io penso che il consumatore finale oggi sia veramente libero di acquistare un tavolo di Cappellini piuttosto che un divano di Cassina, e anche sei sedie di Ikea. Ma va bene… E noi dobbiamo assolutamente tener conto di questa nuova libertà del consumatore che prima voleva avere la casa esattamente come quella dei propri amici, oggi vuole avere una casa che rispecchia la propria cultura, il proprio modo di essere.

PICCOLA MA…
Quando torno a Milano (da viaggi all’estero) capisco che è una città piccola però devo dire che alla fine la sua dimensione è una cosa che mi manca molto. Anche in un’ottica di una Milano più dilatata, non solo di una Milano che si ferma alle sei vie del centro, devo dire che tutto sommato è una città in cui fa piacere camminare, in cui fa piacere guardare, in cui veramente leggi ancora oggi una dimensione molto umana che magari non trovi in grosse metropoli.

I GRATTACIELI
Devo dire mi ci sto abituando. Tornando a casa la sera vedevo questi grattacieli che crescevano poi guardavo il Pirellone di Gio’ Ponti e tra me dicevo: “Meno male che c’è stato Gio’ Ponti”…

DIFENDERE LA MILANESITÀ
La qualità degli edifici, la qualità dei landscape che andiamo a creare è veramente importante e soprattutto, questa qualità, deve rispettare la storia di una città. Io devo capire se in questo momento sono a Tokyo o sono a Milano. Spesso i centri delle città si trasformano in una sorta di duty free shop di un aeroporto internazionale che non capisce più dove sei. Quindi difendere anche nel nuovo la nostra milanesità.

SCOPRIRE I MECCANISMI
Per un giovane studente, o giovane designer, che arriva dall’estero il consiglio è di cercare un po’ di scoprire I meccanismi di questa città, le dinamiche di questa città e sicuramente, pur esprimendo la propria creatività, comunque di rispettare la storia di questa città…

NON È IL SUD, PERÒ…
Non è vero che a Milano i rapporti interpersonali sono legati solo al business o alla convenienza. Devo dire che si possono anche stabilire rapporti assolutamente precisi. Probabilmente noi a Milano non siamo così aperti come in altre parti d’Italia, nel sud la gente è molto più espansiva e aperta… Noi siamo un po’ più riservati, però devo dire che quando stabiliamo un rapporto lo stabiliamo in maniera precisa.

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DOPO PISAPIA?
Pensa a un personaggio che sia in grado di far crescere questa città in modo positivo e soprattutto, per certi aspetti, di rivalutare l’enorme patrimonio culturale che noi abbiamo.

MILANO GLOBALE
A parer mio non devono esistere delle zone di serie A e delle zone di serie B a Milano. Questo è un aspetto fondamentale. Mi immagino che la Milano del futuro sia una Milano più globale, appunto. Non una Milano ristretta al centro… Se penso a New York, infatti, non penso solo a Manhattan, penso a tutto il comprensorio.

CITTÀ APERTE
Oggi le città devono essere pronta ad accogliere il mondo, le diverse culture, il mondo e le diverse religioni del mondo. Quindi sinceramente io penso che certi processi siano assolutamente naturali.

LO STILE MILANESE
Sicuramente la milanesità è comunque il fenomeno più riconoscibile. Nel senso che quando si parla di contaminazioni si parla di stile milanese, si parla del personaggio milanese… quindi c’è ancora una forte riconoscibilità.

LE NOVITÀ CINESI E I NORDAFRICANI
Non dobbiamo scandalizzarsi se oggi il 30 per cento di Milano è posseduta dai cinesi. Questo accade a Milano come in tante altre città del mondo. In Brianza, dove io lavoro, ci sono tantissimi operai che vengono dal Nord Africa, e quando vado dagli artigiani e vedo i nordafricani che lavorano lì, spesso tra me e me rido perché dico: ”Vent’anni fa non sarebbe stato mai possibile una cosa di questo tipo”. Quindi penso che tutti questi elementi siano legati alla crescita e al rendere contemporanea una città.

BASTA PIANGERSI ADDOSSO
Noi italiani siamo bravissimi sempre ad amplificare gli aspetti negativi di alcune nostre realtà. ”Oddio, per andare in Fiera mezz’ora di metropolitana”, ma se sei a Parigi ci impieghi 50 minuti. E magari devi far passare sei treni prima di poter salire perché sono pieni… ”Oddio, a Linate non funziona niente” , ma in realtà ci sono problemi come ci sono in tutti gli aeroporti del mondo. Ecco tenderei un po’ a minimizzare certe cose, noi italiani ci piangiamo un po’ addosso…. Però, va detto, i milanesi sono sempre molto pronti a reagire e a difendere le proprie realtà e la propria città.

A GIACARTA, PER ESEMPIO
Recentemente ero a Giacarta. Uno spostamento nel traffico che avrebbe dovuto durare un’ora e mezza è durato sei ore. Per cui non mi lamento più quando a Milano faccio dieci minuti di coda.

LA CRISI È FINITA?
La crisi è in Italia e in Europa. Nell’Europa del Sud ancora, un po’ meno nell’Europa del Nord. Sicuramente devo dire che per l’industria italiana non c’è crisi se sempre di più ci proiettiamo verso i mercati esteri, verso nuovi mercati. Stiamo veramente assistendo a un grande spostamento geografico delle economie. Visto che noi italiani abbiamo l’abilità di avere ancora un grande fascino nel mondo, dobbiamo sicuramente cercare di sfruttare questo.

CREDERE NELL’ITALIA
Esiste anche una grande crisi psicologica. La mia paura è quando vedo che non si vuole investire in Italia, che non si crede più nell’Italia. Mi fa un po’ dispiacere vedere che non compro casa a Milano, ma la compro Miami o la compro Dubai. Penso che dobbiamo tornare un po’ a credere in noi stessi, a credere nelle potenzialità di questo Paese.

CONCRETEZZA MILANESE
Il milanese arriva subito al punto della situazione non fa tanti giri di parole, cioè se dobbiamo arrivare a quell’obiettivo, parliamo di quell’obiettivo. Poi se vogliamo andare a colazione, o a cena insieme, è un’altra storia. E questo è molto milanese.

RITMI COREANI
Io ho dei ritmi molto serrati, però anche in altri paesi. Anzi, sono spesso io che mi devo adattare a loro. Quando vado in Corea ho appuntamenti dalle sei del mattino a mezzanotte.

IL BELLO CHE AVANZA
Nel nord Europa ci sono dei nuovi movimenti creativi interessanti e devo dire che nel Far East, non tanto nella Cina, ma a Taiwan e Indonesia, c’è una buona qualità dei progetti, voglia di conoscere, imparare… Ho visto delle idee sicuramente interessanti, ma anche questo penso che faccia parte di un confronto culturale che diventa sempre più globale. All’inizio ci si confrontava fra italiani. Poi a livello culturale o creativo fra italiani e francesi, inglesi, tedeschi… Adesso, Why not?, ci confrontiamo con persone che stanno a Taiwan.

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ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI ## Milanese di Rovereto, 67 anni, scrittrice

Nata nel 1948 a Rovereto, Isabella Bossi Fedrigotti vive dal 1967 a Milano, dove è venuta per frequentare l’università. Due figli maschi, giornalista (ha una seguitissima rubrica di posta sul Corriere della Sera) e scrittrice, ha esordito nella narrativa nel 1980 con Amore mio, uccidi Garibaldi (Longanesi; Tea 1991). Con il secondo romanzo, Casa di Guerra (Longanesi 1983) è stata finalista al Premio Strega e al Campiello. Il successo al Premio Campiello è arrivato nel 1991 con il terzo romanzo, il bestseller Di buona famiglia (Longanesi; Tea 1993). Del 1996 è Magazzino vita (Longanesi; Tea 1998), a cui hanno fatto seguito Il catalogo delle amiche (Rizzoli 2001), La valigia del signor Budischowsky (Rizzoli 2003), Il primo figlio (Rizzoli 2008), Se la casa è vuota (Longanesi 2010). I vestiti delle donne (Barbera, 2012).

Trascrizione videointervista a ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

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Sono Roveretana, immigrata però naturalizzata…

IL PRIMO PERIODO IN BICI
Sono venuta qui a fare l’università, il primo anno stavo dietro Piazzale Loreto. Ero molto smarrita, conoscevo solo l’università. A piazzale Loreto mangiavo un cornetto al Motta di Piazzale Loreto, poi un po’ alla volta avevo portato la mia bicicletta da Rovereto che mi è stata prestissimo rubata, visto che le biciclette vengono sempre rubate a Milano… Così però l’ho conquistata un po’ alla volta.

IL PRIMO IMPATTO
(Milano) Era magnifica, era misteriosa, era piena di offerte, piena di vestiti, piena di negozi. Avevo un po’ paura…

L’UNIVERSITÀ ’POST ’68
Era il post ’68 e all’improvviso, all’università… Mio fratello era stato alla stessa università e all’improvviso i voti sono scattati in alto… La prima cosa di cui mi sono resa conto è che all’improvviso I voti erano più alti. Non perché io studiassi di più, ma perché era cambiato tutto. Il ’68 aveva… rispetto ai voti che aveva mio fratello, infinitamente più bravo di me ma aveva i voti più bassi… Era cambiato il mondo.

LE VIOLENZE E GLI ARRUFFAPOPOLI
Poi ovviamente sono venute anche le violenze: mio padre diceva “Venite via da Milano, che cosa ci state a fare? È pericoloso”. Telefonava in continuazione, però quando si è giovani non si sente il pericolo. Io ero curiosa, andavo all’università e ascoltavo questi arruffapopoli con seguiti pazzeschi. Mi divertivo anche, non ho mai partecipato anche perché sono timida ed ero timidissima, però ci andavo, ascoltavo e imparavo.

IL VANTAGGIO DEI TRENTINI…
I trentini hanno sempre avuto un vantaggio nel senso che tuttora sono considerati gente seria, perbene, che non imbroglia. Montanari di cui ci si può fidare, perciò ho sempre trovato grande accoglienza.

…E DEI NAPOLETANI
Probabilmente non valeva solo per i trentini perché mio marito, che veniva da Napoli, aveva gli stessi ricordi miei. Accoglienza e cortesia, curiosità, ma in amicizia mai il rancore, mai il sospetto.

MILANO CITTÀ APERTA
L’apertura era favorita dal fatto che c’era una base della popolazione molto ampia che era veramente milanese, parlava in dialetto, mentre adesso è tutto molto frastagliato, frammentato, non c’è più la grande famiglia milanese con solide tradizioni, da generazioni, in questa città. Per cui ha forza di accogliere lo straniero che viene da fuori. Adesso questa base non c’è più È molto frammentata e non ha più la forza di accogliere come prima. Questa è la mia teoria.

QUANDO È DIVENTATA CASA
A casa mi sono sentita quando ho fatto famiglia. Io con figli, asilo, scuola…non più il fine settimana a Rovereto ma qui. È una cosa che non dipende tanto dalla città, ma dall’evolversi della mia vita… Milano era diventata casa.

IL RITORNO A CASA
Con i genitori anziani c’è un un affetto che andavo spesso a cercare perché, anche quando poi ho avuto la mia famiglia, andavo spesso a cercare anche se i genitori erano anziani. Dormire a casa mia… dormivo meglio perché non ero responsabile della casa, non ero responsabile della mia famiglia. E allora dormivo bene. Non dovevo pensare alla spesa, al lavoro, ai bambini, al marito… Era un abbandono, ci doveva pensare qualcun altro. Poi non era vero,, perché ci pensavamo lo stesso con i genitori anziani però questa sensazione psicologica di essere “figlia” era bellissima.

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Io sono una camminatrice, nel senso che faccio trekking, non c’è sistema migliore per conoscere un luogo, una città, che andare a piedi.

CONOSCERE LA CITTÀ
E poi ovviamente il mio lavoro come cronista mi ha aiutata tantissimo non solo per la rubrica con i lettori, che ho già da parecchi anni in un colloquio quotidiano non di una sola lettera, ma di 10-20-30 lettere al giorno che mi parlano di Milano perlopiù dei disguidi. È ovvio che scrivono solo gli scontenti e i contenti non scrivono… Tu non scriveresti quando sei felice, scrivi quando ti infuri…

MILANO SOLIDALE
Proprio della rubrica mi rendo conto che quando ci sono i problemi i milanesi ci sono. Con una certa regolarità pubblico lettere di persone che hanno bisogno di lavoro, soccorso, qualsiasi cosa, c’è sempre qualcuno che risponde, offre aiuto, offre assistenza, offre consiglio perfino ospitalità.

CAPITALE DEL VOLONTARIATO
Il volontariato a Milano c’è, è un esercito di volontari. Sono cose che segnano una città, che ne fanno che ne fanno il profilo profondo.

MILANO OGGI
Io vedo una città in buona forma, bisogna dire Expo è servita. Nessuno può negare che è servita a imbellire, a rimettere Milano in forma.

CONCRETEZZA MENEGHINA
Ma in un senso di pragmaticità, direi. Andiamo al concreto senza tante parole. Anche questa è una cosa che riscontro sul giornale quando dicono: “Vogliamo sapere. Non vogliamo parole, vogliamo i fatti, che cosa possiamo fare, in che modo posso intervenire… Che cosa suggerisce nella pratica”. Problemi a tutti i livelli. Direi che questo è l’atteggiamento che caratterizza il milanese senso pratico, concretezza.

COME SI CAMBIA
Il mio lavoro mi ha cambiata nel senso che si diventa più tollerante… perché a sentire tutte queste storie poi non giudichi più.

MILANO PER SEMPRE
Io sono venuta qui a studiare. Non vai più in una città piccola. Io avevo pensato di andare a studiare a Padova, perché da Rovereto andavano tutti a Padova, però mio padre era una un uomo molto intelligente e aveva fatto andare i miei due fratelli a Milano. Non è che fosse entusiasta dell’idea che io studiassi, perché le donne dovevano sposarsi e fare bene da mangiare, tenere bene la casa, però se volevo studiare diceva: “Vai a Milano”.

UNA FINESTRA DI LIBERTÀ
La scrittura per me è stata una finestra, una porta di libertà. Cioè mi ha guarita da tutte le malattie di provincia, oppure le malattie di famiglia, le difficoltà, i problemi, le regole. Io penso che l’avrei aperta, sarei riuscita ad aprirla dappertutto…

SÌ ALLA MOSCHEA
Ovvio che devono farla la moschea, è ovvio che non vorrei vederla nel mio (quartiere), ma questa è una cosa brutta da dire… Però è ovvio che devono farla. Non so quanti milioni di musulmani, quante migliaia di musulmani ci sono…

IL SUCCESSORE DI PISAPIA
A me sta simpatico Pisapia, a me è piaciuto. Spero non tocchi a Salvini. Non penso che i milanesi dopotutto lo votino, anche perché promette ai milanesi e agli italiani cose che non può mantenere. Non ho nulla contro di lui, ma imbroglia gli elettori perché dice che possiamo impedire l’immigrazione, ma non possiamo, non c’è verso. O gli spari addosso o dobbiamo accoglierli.

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E POI, MADRID
Ero disperata perché ho dovuto lasciare il mio lavoro, mio marito è stato nominato corrispondente del Corriere a Madrid. E la moglie segue il marito. Ero lì perennemente disperata, senza conoscere nessuno. Poi Madrid è una città molto chiusa, molto classista. Mi ricordo i popolari con i popolari, i socialisti con i socialisti, difficilmente si mescolavano. È stato anche abbastanza difficile inserire i bambini a scuola. Poi (con il tempo) mi sono trovata benissimo anche lì, devo dire. Una ciudad magnifica. Loro mi dicevano ”Ah! Che meraviglia te vas rumbo Milan”, cioè Milano era vista a Madrid come un centro luccicante.

LE COSE DA RIVEDERE
Il controllo del territorio, le regole… Non solo quelle che riguardano il traffico, che sono forse le più urgenti e quelle che stanno più a cuore milanesi, divieti di sosta, controllo sulle irregolarità, le musiche notturne, gli schiamazzi… Le piccole illegalità. I cittadini vogliono la pulizia, vogliono l’ordine, perché è così: siamo fatti così.

RESTO IN CITTÀ
Si resta dove si hanno gli amici. Dei miei figli uno è già emigrato per le note questioni occupazionali italiane, l’altro lavora a Milano ma non ci si può appoggiare sui figli, bisogna contare sugli amici.

MAI IN CAMPAGNA
La mia nonna, che è sempre vissuta in campagna, diceva: “Ragazze, da vecchie mai in campagna”.

LA NOSTRA CITTÀ
Quando rispondo alle lettere scrivo sempre “la nostra città”, ma non lo faccio per camuffarmi né per ingraziarmi, ma perché lo sento veramente. È la nostra città in cui ho vissuto, in cui vivo, in cui ho lavorato, in cui ho fatto la mia fortuna. Qui ci sono le case editrici, qui ho potuto conoscere persone che mi sono state preziose con i lor consigli, scrittori che ho conosciuto al Corriere della Sera. Persone con cui ho parlato che mi hanno aiutato, che mi hanno stimato. Insomma, è una grande miniera Milano, una miniera intellettuale, la miniera intellettuale italiana.

TRE DEFINIZIONI
Mista in tutti sensi. Mista di popolazione ma anche di ricchi e poveri, di bello e di brutto. Ma anche energica, perché se non ci sono energie qui non le troviamo in nessun altro posto in Italia… E poi, nonostante tutto, io metterei generosa.