LUCIA VASINI
Milanese di Marina di Ravenna, 60 anni, attrice

DUE UOMINI E UNA DONNA, IL CABARET E IL BELLO DELLA SVIZZERA

di ANDREA SCARPA - Foto di ANDREA COLZANI

LUCIA VASINI

L’attrice Lucia Vasini, 60 anni, nata a Marina di Ravenna (Ravenna) e milanese dal 1974, dopo il diploma alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, ha lavorato, tra gli altri, con Dario Fo e Franca Rame, Gabriele Salvatores, Mario Missiroli, Paolo Rossi – suo compagno di vita per molti anni e padre di suo figlio Davide, autore e attore del Terzo Segreto di Satira – Enzo Iacchetti etc. Tanti e di successo i programmi televisivi a cui ha partecipato: Ieri, Goggi e Domani, Su la testa!, Cielito lindo, Glob Spread, Colorado e via dicendo. Da sempre impegnata nel sociale, Vasini lavora da anni con l’associazione di comico-terapia Tekiero per insegnare a diventare clown in ospedale. Inoltre porta in scena nelle chiese la Passione di Cristo di Mario Luzi e lavora con i pazienti psichiatrici facendoli diventare parte di una vera compagnia, Diurni e Notturni, collegata alla Usl e al Comunale di Piacenza. Due mesi fa ha pubblicato il suo primo libro: Nessuno dei due, storia autobiografica d’amore e di teatro che diverte e coinvolge. Protagonisti: due uomini che amano la stessa donna, per anni, e una donna che ama tutti e due, per anni. Ma i tre amano soprattutto il Teatro, palcoscenico di scherzi pericolosi del cuore e della passione. Lucia Vasini parla della sua vita e dei suo uomini, l’attore Paolo Rossi, e il regista Giampiero Solari. Chi sceglierà alla fine? La risposta è nel titolo. In questi giorni, Lucia è in cartellone al Teatro Menotti di Milano assieme ad Antonio Cornacchione con la commedia L’ho fatto per il mio Paese, in scena fino al 15 maggio. Uno spettacolo di Francesco Freyrie e Andrea Zalone, già autori di Maurizio Crozza, e dello stesso Cornacchione. I due attori in scena, Vasini e Cornacchione, vestono i panni di due improbabili personaggi: una politica e il suo rapitore. Lei è una ministra del Lavoro, che ha messo in ginocchio un Paese con una riforma malfatta; lui è uno di quelli che hanno subìto gli effetti delle sue azioni, e che credono ancora nei valori dell’uguaglianza e della libertà. Un unico alibi motiva i loro ruoli e i loro gesti: lo hanno fatto per il bene del loro Paese. Si ride in maniera liberatoria e amara raccontando l’Italia tragicomica di oggi con l’arma dell’ironia. Lucia Vasini, infine, in questa intervista realizzata sul palco del Menotti parla di famiglia, il lavoro da ragazza alla pari, le fughe da Milano, l’amore, la Svizzera, il figlio da crescere, il matrimonio vestita di rosso, i sacrifici…

Trascrizione videointervista a LUCIA VASINI

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MILANESE dal ’74
Io sono milanese dal settembre del ’74, anzi dal 10 agosto.

DA MARINA (DI RAVENNA) A MILANO
Marina di Ravenna è a 11 km da Ravenna, quindi sono una di quelle che andavano a scuola a Ravenna con la corriera.

CHE VERGOGNA…
Un posto che negli anni ’70 non conosceva nessuno e io mi vergognavo di dire che ero di Marina di Ravenna, adesso invece è figo dire che vieni da lì. Pensa un po’ come cambiano le cose.

RESISTO DUE MESI
Avevo già in mente di fare la scuola, l’Accademia di Arte Drammatica. Ero già andata a curiosare e avevo visto che Milano era più piccola di Roma, quindi ho scelto Milano anche se quando sono arrivata con la metro in piazza Cordusio ho guardato in alto e ho detto: “Oh mamma! Qui io ci resisto due mesi…”, e invece sono tanti anni e sono anche molto contenta di essere milanese.

TRE FUGHE
Sono scappata tre volte, però venivano sempre a riprendermi in stazione, che allora non c’erano i cellulari… Scappavo ma avvertivo, perché evidentemente volevo essere ripresa, riacciuffata. Bisogna essere di una casta giusta per fare gli attori, tutti mi dicevano: “Perché vuoi fare l’attrice, tu che vieni da una famiglia semplice, umile? Puoi laurearti in lettere e filosofia, ma per fare l’attrice ci vogliono i soldi”. E io: perché ci vogliono i soldi? Se uno lavora… Io ho sempre lavorato, mi sono sempre arrangiata. È vero che è difficile, se non sei raccomandato, però io la mattina facevo i burattini con i Colla, facevo animazioni, davo lezioni private. Ho sempre cercato lavoro, sempre.

LA SVOLTA COL GIORNALE
Guardo un annuncio, vedo che c’è qualcuno che offre una casa e questa annuncio in realtà è stata la mia salvezza, umanamente, perchè grazie a questa famiglia sono riuscita a studiare e a finire la scuola comodamente.

FIGLIA ADOTTIVA
Facevo la ragazza alla pari, ma in realtà ero stata quasi adottata, per cui mi portavano in montagna, mi portavano al mare, mi compravano i vestiti. Ero la sorella di questi due ragazzini, ancora adesso mi considerano come una figlia adottiva.

SUBITO MILANESE
Ho cominciato a parlare con una cadenza un po’ milanese, perché nella famiglia si parlava così.

LE FEMMINISTE
Mi ero trovata subito in un gruppo di femministe, che poi erano femministe di quelle vere.

LA FGCI E LA RUSSIA
La politica a Ravenna era tutt’altra cosa. Facevamo i gruppi di studio e io rappresentavo la Fgci, i comunisti, ma al tempo stesso ero amica di una fascista e andavamo d’accordo, anche se poi litigavamo quando parlavamo di politica. Ricordo in classe domande di questo tipo: “Ditemi un paese dove il comunismo funziona…”, e io: “La Russia”, perché eravamo tutti indottrinati… ”La Russia” perché, in effetti, ci mettevano in crisi queste domande.

LA SINISTRA MILANESE
Invece quando sono arrivata a Milano ho proprio incontrato la sinistra sinistra e anche lì ci sono proprio entrata tutta dentro… Puum! Mi sono sposata questa persona che era molto impegnato politicamente e ne sapeva e ne faceva.

LA SPOSA IN ROSSO
Mi sono sposata con il vestito rosso, e lui bianco, come in Cent’anni di solitudine. Con la Volkswagen gialla cabriolet…

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IL MIO PRIMO LIBRO
Non sono una scrittrice, per cui scrivo come possono scrivere tutti un diario o qualcosa di simile. In realtà volevo scrivere un romanzo ma non ce l’ho fatta. Sono presuntuosa, pensavo di poter scrivere tranquillamente. Quando l’editor Cristina Luppoli mi ha detto: “Dai, scrivi un romanzo”, io le ho detto: “Beh sì, che cosa ci vuole a scrivere un romanzo”.

DIARI E DEPRESSIONE
Ho sempre tenuto dei diari negli anni ‘80, che quando vado a rileggere trovo terrificanti perché sono sempre depressa. Roba che poi mi dico: “Uè, ero depressa? Ma stavo benissimo”.

UNA RAGAZZA DI PROVINCIA
Il libro che alla fine ho scritto, Nessuno dei due, è la storia di una ragazza che da Marina di Ravenna va a studiare a Milano, va alla Scuola del Piccolo Teatro, e arriva, vede tutto quello che succede in quegli anni, perché non è stupida, e così si rende conto anche del pericolo, entra anche in situazioni molto pericolose. Lei è dalla parte dei giusti, quindi vuole lottare, però sa benissimo, conoscendo se stessa un pochino, che forse le conviene prendere la strada del teatro. Quindi quella ragazza, che poi sarei io, fa il teatro politico di quegli anni, perché comunque lei ha sempre fatto le sue scelte.

NESSUNO DEI DUE
Poi succede che mi innamoro di tutti e due, è questo il guaio.Prima uno e poi l’altro, poi per un periodo – siccome uno dei due ritorna – decido di andare avanti così però lo faccio per poco tempo, perché in realtà non è possibile. E quindi vado con l’altro, poi torno con l’uno, dopo ritorno con l’altro e poi li mollo tutti e due! Ecco il perché del titolo Nessuno dei due. Alla fine mi sono sacrificata e li c’è tutta la parte del libro che non ho scritto, che è un dramma, ma si intuisce.

LA SCUOLA DEL CABARET
Poi ho cominciato a fare cabaret con Paolo Rossi al Derby, per sopravvivere, per guadagnare soldi, perché io mi consideravo una attrice che doveva fare delle altre cose, però ho detto: “Vabbè facciamo anche questo cabaret, se ci dà da vivere”. Io sempre così, cioè molto snob, forse perché a Ravenna sono un po’ snob, siamo come i milanesi… In realtà mi piaceva da matti, il cabaret, ho capito che quella è stata la scuola vera, quella che ti fa capire la recitazione.

COCHI & RENATO E JANNACCI
il cabaret come si faceva allora al Derby era il cabaret francese, era il cabaret intellettuale. C’erano già stati Cochi & Renato, c’era Jannacci, quindi questa era la scia in cui ci portavamo.

PSICHIATRA MANCATA
Io ancora mi domando: “Ma se avessi fatto medicina e poi psichiatria…???”.

UNIVERSITÀ NEL 2003
Ho tentato di studiare psicologia ma all’epoca, nel 2003, ero in tournée con Enzo Iacchetti, facevamo Provaci ancora Sam. Mi ero iscritta a Urbino, ho dato due esami, non riuscivo a studiare… Uno l’ho dato studiando in sette giorni… I voti? Buoni, sopra il 26.

QUASI RACCOMANDATA
Sembravo quasi raccomandata, il professore mi aveva riconosciuto. Io gli dissi: “Guardi che io non ho studiato tanto”, e lui: “Vabbè…”.

LA MIA FORTUNA
Ho avuto la fortuna di avere due genitori grandi maestri, molto semplici e veri. Mio padre prima di parlare… Sembrava veramente Confucio, ci pensava, poi quando cominciava a raccontare aveva un talento bellissimo, anche Paolo Rossi e Giampiero prendevano molte cose da lui.

SEMPRE STATA INSICURA
Diciamo che sono sempre stata insicura perché ho sempre pensato che questo mestiere lo potessero fare tutti. In fondo è un mestiere diverso da quello del musicista, infatti a me sarebbe piaciuto fare il Conservatorio ma purtroppo non è stato possibile… Tutti mi dicono di no, che non è vero, che per recitare ci vuole talento, io però mi rendo conto di questa cosa solo quando faccio del “teatro alto” come lo chiamo io. Teatro sacro.

QUESTO LAVORO NON È PER TUTTI
Solo quando faccio un teatro dove la verità e la poesia diventano un’unica cosa, dove la parola è veramente un suono che incide, entra nell’anima, solo allora dico: “Beh sì, effettivamente questa cosa non la possono fare tutti”.

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UN AMORE CONTRASTATO
Io Milano la amo, però è un amore un po’ contrastato, nel senso che, come fanno molti milanesi che parlano male di Milano però poi sono legati a Milano, anch’io… Diciamo che è come una droga perché in realtà è l’unica città in Italia che ti offre un’apertura.

LA CITTA’ PIÙ EUROPEA
È quella più europea, Milano.

MILANO OGGI
Io la vedo anche come una città aperta, Milano, l’ho sempre vista come una città aperta avendo visto anche altri luoghi. Non mi va di vedere il brutto.

L’ULTIMO STUPORE
L’interesse per gli altri verso il personaggio Lucia, questo mi ha molto stupito.

IL NUOVO SINDACO?
Ma abbiamo solo Sala e quell’altro? Ma sono uguali…no? Non si assomigliano… Forse si assomigliano anche fisicamente…

BRAVO PISAPIA
A me è piaciuto molto Pisapia, a me piace quello che ha fatto e so che ha fatto fatica. Io lo stimo molto.

IL SOGNO
Cinema, regista. Infatti non ce la farò mai.

UN FILM SUGLI ATTORI E SUI MATTI
Vorrei girare la storia di due pullmini che si scambiano passeggeri. In un pullmino ci sono gli attori, tipo Comedians. In questo caso avevo pensato al gruppo degli anni ’80 con Paolo Rossi, Antonio Catania etc. e in un altro pulmino dei veri matti. Era una storia bellissima. I due pulmini si incontrano nello stesso posto, vicino al Po, con la nebbia, e siccome c’è il cambio dell’autista, i pullmini sono uguali, e così quello degli attori – che sta andando su un barcone di russi con escort, giri di cocaina, cose illecite, mentre quello dei matti sta andando in un centro diurno a fare uno spettacolino con le favole di Fedro.

L’OSTACOLO
Non sapendo fare una sceneggiatura, perché ci vuole una tecnica comunque, tutti a un certo punto mi dicono: “L’idea è bellissima, ma la sceneggiatura?”. Me l’hanno detto tutti.

IN SVIZZERA PER MIO FIGLIO
Io sono molto contenta, della mia vita e della mia carriera, perché a un certo punto ho lasciato da parte anche l’idea del teatro con Giampiero (Solari, nr) che mi diceva: “Tu sei pazza, devi pensare al teatro”, anche Paolo me lo diceva e io dicevo: “Voi siete pazzi, io penso a mio figlio”, infatti ho accettato un lavoro in Svizzera, che poi mi è andata benissimo perché mi pagavano tantissimo. Facevo la giornalista un po’ attrice comica. Ero diventata ticinese, per cui alla dogana mi vedevano e mi dicevano: “Lucia ciao!” e facevo finta di essere svizzera, perché ti trattano meglio, quindi ho lavorato cinque anni in Svizzera con un impegno di un giorno alla settimana, massimo due. Ho fatto 200 puntate di una trasmissione che è stata un cult, hanno anche venduto il format che si chiamava Millefogli. Duecento puntate sono tante e questo mi ha permesso di stare con mio figlio, di portarlo a calcio, di ospitare tutti i suoi amici a casa, di fare queste notti in pigiama, di fare casino…io mi sono divertita un casino in quel periodo.