LUCA BERNINI ## Milanese di Roma, 50 anni, manager musicale

E poi ci sono quelli come Luca Bernini, che a Milano è venuto addirittura per amore, e quindi – parlando di milanesi di nascita e d’adozione – tutto diventa più interessante e meno prevedibile. Chi è questo marziano? Giornalista, autore e dirigente Tv nella prima vita, manager musicale di successo nella seconda (Baustelle, Luci della centrale elettrica, Virginiana Miller, Pacifico, Vinicio Capossela, Paola Turci…), Luca ha 50 anni ed è di Roma, ma ormai ha trovato il coraggio di dire a se stesso e agli altri che alla fine, in qualche modo, si è innamorato della città in cui vive da quasi 26 anni. Mettetevi comodi perché la sua storia con Milano a volte sembra un film. All’inizio, per esempio. 

Quando si è trasferito?
«Nel 1989, dopo la laurea in Legge. Cominciò tutto a Roma con una telefonata di un amico: “Luca, te la ricordi Carmen, quella che conoscemmo al mare qualche anno fa e ti piaceva tanto? Giovedì scorso l’ho vista in Tv a Lascia o raddoppia? (a condurre c’erano Bruno Gambarotta e Lando Buzzanca, Mike Bongiorno era passato ormai da dieci anni a Canale 5, ndr). La prossima settimana guardala anche tu”».
Lo fece?
«Mi dimenticai completamente del programma, però rientrando a casa dai miei genitori vidi che avevano la Tv accesa proprio su quel quiz. E proprio in quel momento la stavano annunciando… Era proprio lei: Carmen, bellissima e milanese. Quindici anni più grande di me: io 24, lei 39. Nel giro di qualche minuto recupero il numero di telefono del suo migliore amico, lo chiamo, gli chiedo di darmi il suo contatto. Me lo dà e io la cerco immediatamente, ma risponde la segreteria telefonica. Le lascio un messaggio. La mattina dopo, all’alba, si fa viva e ci diamo appuntamento a Milano una settimana dopo. Non la vedevo da cinque anni. Ci abbracciamo subito, cinque minuti dopo ci baciamo. E diventiamo una coppia».
Lasciò subito Roma?
«No. Cominciai a fare su e giù con Milano per sei mesi, fino a quando Carmen non mi fece un discorsetto semplice: “Luca, ho quasi 40 anni, le storie d’amore a distanza non fanno più per me. A Roma non hai un lavoro, qui potresti trovarlo. Che cosa pensi di fare?”. Feci le valigie, anche se i miei non la presero benissimo. Per me sognavano altro. A Roma, ovviamente».
Tipo?
«Avvocato, magistrato, roba così. Io invece, che suonavo pianoforte e chitarra, avrei voluto lavorare nella musica. La mia grandissima passione. Comunque sia, arrivai a Milano».
Come si sistemò?
«A casa di Carmen, che nel frattempo mi trovò un lavoretto all’Eurisko: facevo interviste telefoniche per i sondaggi».
Da residente il primo impatto con la città come fu?
«Quando scesi dall’autobus in viale Ergisto Bezzi, l’indirizzo della mia nuova vita, ricordo perfettamente il primo pensiero: “Dove cazzo sono finito?”. Roba da star male. A parte Carmen, poi, non conoscevo altri esseri umani…».
Voglia di andar via?
«Tanta e immediata. Alla fine mi sono fatto forza: vabbè sto un po’, non morirò di sicuro a Milano. Invece, un po’ come il sottotenente Drogo nella Fortezza Bastiani de Il deserto dei Tartari di Buzzati, ho vissuto in attesa di chissà cosa. Vivo qui da 25 anni e ormai so che tornare indietro è quasi impossibile: il tempo, le scelte e le esperienze che si fanno cambiano tutto. A cominciare da me stesso e dal rapporto con Roma, che non è mai più stato lo stesso. Non vivendola tutti giorni l’ho inevitabilmente cristallizzata, ma è una cosa che non si può fare: le città sono sempre in movimento. E poi, amore a parte, si deve vivere dove c’è il lavoro e la possibilità di fare quello che più ti appartiene».
Dopo le interviste telefoniche per i sondaggi che cosa accadde?
«Nel 1990 trovai una collaborazione giornalistica per Rockstar, poi – dopo vari tentativi – mi chiamarono da Raidue per lavorare nella redazione del programma Rock Cafè: il collega Diego Perugini era andato via perché assunto all’Unità, così si liberò un posto. Per me si trattava di una grande opportunità. Ebbi la fortuna di lavorare con gente bravissima: Massimo Cotto (giornalista, dj e scrittore, ndr), Piero Negri (giornalista de La Stampa, ndr), Carlo Galassi (discografico della Universal, ndr), Mauro Coruzzi, cioè Platinette, che è un fenomeno. E poi Mirko Lagonegro (ora a capo di Radio 101) e Giorgio Bozzo, manager e scopritore di Matteo Bordone, Sorelle Marinetti, Costantino Della Gherardesca e dello stesso Platinette. Fu una grande scuola».
E dopo?
«Dopo ci sono stati tanti giornali, programmi in radio e Tv, la direzione di un canale musicale come Rete A-All Music fino al 2004, quando il Gruppo Espresso comprò tutto e io me ne andai per fare per cinque anni l’addetto alle relazioni esterne di Vinicio Capossela. E poi, lavoro che svolgo ancora oggi, sono passato a fare il responsabile editoriale di Nexo Digital (società che cura la distribuzione di grandi eventi di sport, musica e spettacolo per il circuito delle sale cinematografiche, ndr). Nel 2010, con Michele Annechini è iniziato il secondo tempo della mia vita professionale. Ho fondato Gibilterra, che a farla breve è tante cose: etichetta discografica, società di management e di edizioni, agenzia di artisti. Non credo proprio che altrove sarei riuscito a fare le tante cose belle che ho avuto e ho la fortuna di fare. Devo molto a Milano».
Cosa non le piace invece?
«La concezione sadomasochista della vita. A Milano spesso c’è un rigore ottuso, tipo quello del ristoratore che chiude la cucina alle 22, e se arrivi un secondo dopo ti chiude la porta in faccia. Mi sembra tutto esibito, non necessario, spesso è solo voglia di dire no. Forse è così perché, vivendo a ritmi frenetici e stressanti, tutti vogliono avere l’illusione di essere padroni del proprio tempo, senza imprevisti. Se in metro sviene la vecchietta davanti, la prima cosa che si pensa è: “Oddio, adesso devo perdere cinque minuti con questa”. Però la verità è che nessuno, o quasi, sta andando a salvare vite umane, per cui questi benedetti cinque minuti si potrebbero anche perdere, tanto sono gli stessi che si butteranno alla prima pausa caffè. Detto questo, il “meccanismo Milano” è qualcosa che ti entra dentro: se a un appuntamento qualcuno arriva dieci minuti in ritardo un po’ mi incazzo anch’io».
Per viverla al meglio che cosa bisogna capire di Milano?
«La città ha un suo dna fatto di miseria e nobiltà, che bisogna riconoscere e circoscrivere. L’ha fatto molto bene Lucio Dalla con la sua Milano quando canta: Milano vicino all’Europa/ Milano che banche che cambi/ Milano gambe aperte/ Milano che ride e si diverte/ Milano a teatro/ un ole’ da torero/ Milano che quando piange piange davvero… Qui ho sempre avuto la sensazione di essere sulla prima linea di un fronte immaginario dove tutto succede prima che altrove. Magari a volte è anche una guerra, ma è qui che si combatte».
E Roma?
«Dopo un anno di Milano, Roma mi è sembrata una grande, meravigliosa città di provincia. Parlo dei primi anni ’90, ma è così anche oggi. L’equivoco di essere al centro del mondo proprio dei romani crea in quello che fanno una supponenza che spesso prende il posto della professionalità e di una visione collettiva delle cose, come dimostrano anche i recenti fatti di cronaca. C’è molta romanità, ma meno senso civico. A Roma, purtroppo, il 90 per cento delle persone dice che nella vita puoi farcela solo se sei raccomandato, o se fai parte della famiglia giusta o del salotto potente. A Milano ci sono possibilità, c’è un mercato del lavoro e del talento. Cose concrete si fanno. A Roma, ahimé, si parla. Troppo».
È uno di quei romani che, anche a distanza di anni, appena possono tornano giù?  
«Non sono mai stato schiavo della logica da week-end e della fuga da Milano, città che per certi aspetti – soprattutto quelli legati al mondo dello spettacolo – nel fine settimana dà il meglio di sé. Non avendo una mia famiglia, quindi, non mi muovo».
C’è mai andato vicino?
«Non mi sono mai immaginato padre a Milano, ma da un’altra parte. Sbagliavo. Per certe cose contano solo le persone, non i luoghi».
Con Carmen come andò a finire?
«Ci lasciammo naturalmente dopo qualche anno. Fu una bella storia d’amore, però».
Una curiosità: a Lascia o raddoppia? Carmen si presentò rispondendo a domande di quale materia?
«Astrologia».
Da romano si è lamentato spesso della bruttezza della città?
«Certo. Siamo tutti uguali… La nuova piazza Gae Aulenti, per esempio, salutata come il simbolo della nuova Milano, a me non piace, l’ho già vista altrove. Il milanesissimo Morgan (il cantante, ndr) una sera a cena mi ha detto che dovevo inquadrare la bellezza di Milano in maniera diversa: “È una città unica anche per i bombardamenti subiti e per le tante ere architettoniche assorbite: il romanico di sant’Ambrogio, lo stile post-napoleonico del tardo ’800, gli architetti dei primi del ‘900… Ha tantissimi segni di storia e talenti, è polifonica. Un insieme di vita”».
L’ha convinta?
«Abbastanza. Se non altro adesso vedo Milano con occhi diversi».
Gli angoli di Milano a cui è più affezionato quali sono?
«Non conosco bene Città Studi, però posso dire che i miei luoghi del cuore sono il Bar Martesana, in via Melchiorre Gioia, posto magico vicino al naviglio della Martesana. Piazzetta Santo Stefano, quella che si prende da via Larga per andare all’università, e la Taverna Moriggi, in via Morigi. Qui il martedì sera ci sono i vecchietti che suonano jazz e se d’inverno c’è un po’ di nebbia sembra di stare negli anni ’50. Una specie di viaggio nel tempo per un’altra Italia, che solo qui è possibile. In fondo, Milano è la città più italiana di tutte».
Dice sul serio?
«Sì. È piena di italiani che vengono da tutte le parti. I giovani, per esempio, qui vivono la prima esperienza adulta e autonoma della loro vita e questo fa di Milano una città meravigliosa, libera e senza limiti. Fra i 25 e i 35 anni tutti sono e vivono allo stesso modo. Si lavora, si vive, si ama come se la città fosse un enorme all inclusive. Tutti senza punti di riferimento, tutti con nuovi punti di riferimento».
La parte brutta qual è?
«Perdersi in questa vita “loca”, dare troppa importanza a se stessi, indurirsi nei confronti degli altri. E poi concentrarsi solo sul lavoro, vivere in perenne attesa e non fare i conti con il tempo che passa. Milano andrebbe sempre vista da fuori, o quanto meno da qualche chilometro di distanza, perché appena ci entri ti ci perdi dentro, e nessun altro luogo ti sembra possibile. La verità è che io, alla fine, mi sono innamorato anche di tutte le cose che mi facevano detestare questa città».
Che cosa vuol dire?
«Non vorrei sembrare troppo “pesante”».
Non si preoccupi.
«Quando entro in metro e vedo tutti attaccati al telefonino, soli, sfatti dalla fatica, dopo una giornata passata in una città schiacciasassi, mi rendo conto – e questa è una visione alla Wim Wenders, ma la sento molto mia – che più di tanto non può esserci felicità, qui. Questa è una città che può portarti in alto, “sulla luna”, come cantava Dalla, ma anche “sottoterra”, in cui il 90 per cento delle persone da quando c’è la crisi sopravvive in questa specie di ruota del criceto dove, se non lavori per tre mesi, ti ritrovi senza niente, anche se hai sgobbato come un pazzo tutta la vita. Ecco, io mi sono innamorato anche della sofferenza e della solitudine di Milano. E non sono il solo».
Cioè?
«Tanti artisti per creare trovano quasi indispensabile questo malessere, che crea un legame molto forte con la città. Fa sentire sulla stessa barca, che non si può abbandonare. Se non altro per questione di dignità».
Milano, in questo senso, è generosa?
«È sempre più difficile conservarla, ma la città è sicuramente portata a riconoscerla, visto che tende a offrire lavoro e a concretizzare sogni. Certo, la crisi l’ha tolta a tantissima gente, la dignità».
Sta per finire questa crisi o no?
«Mi sembra che la rinascita sia alle porte, semmai manca qualcuno che la guidi. Dopo lo sbandamento, e la caduta, il 90 per cento dei milanesi ha trovato autonomamente – grazie a grinta e fantasia – un nuovo equilibrio per fare la vita di sempre con meno risorse. Sono fiducioso per il futuro».
Futuro che per lei sarà sempre qui?
«Continuo a pensare di andarmene e continuo a restare. Milano nonostante tutto dà un senso di appagamento che altrove è impossibile sentire. Questo è un avamposto con tutto ciò che c’è di nuovo, che durerà un niente, una stagione o per sempre. Milano va bene comunque, anche se quel conformismo intellettuale che la spinge a farsi sedurre facilmente da quasi tutto quello che viene da fuori, è duro a morire. Ecco, se non soffrisse di “credulonismo modaiolo”, se avesse più spesso la forza di dire: “Questa è una cazzata, ragazzi”, sarebbe quasi perfetta. Ma questa è un problema dell’Italia, non solo di Milano».